Bonifiche Piombino, cosa resta da fare nel Sin dopo vent’anni


PIOMBINO. Vista dall’alto, la città dell’acciaio sembra avere due geografie. La prima è quella che tutti conoscono: gli impianti, il porto, i capannoni, le vecchie aree siderurgiche, le grandi superfici oggi destinate a JSW e Metinvest. La seconda non si vede.

È quella fatta di suoli contaminati, falde da mettere in sicurezza, cumuli di rifiuti industriali, discariche esaurite e aree sulle quali da oltre vent’anni si susseguono caratterizzazioni, analisi, progetti, accordi di programma, finanziamenti e cantieri.

È questa la geografia del Sito di interesse nazionale di Piombino.

Il Sin nasce con la legge del 1998, viene perimetrato nel 2000 e ampliato nel 2006. Oggi comprende circa 931 ettari a terra, oltre a una vasta area marina e portuale. Dentro ci sono lo stabilimento siderurgico, Torre del Sale, le discariche di Poggio ai Venti, aree pubbliche e anche terreni mai utilizzati a fini produttivi.

Ed è proprio da qui che bisogna partire per capire una cosa essenziale: 931 ettari di Sin non significano 931 ettari tutti contaminati e tutti ancora da bonificare, ma nemmeno significano che il grande conto ambientale della siderurgia sia vicino alla fine.

L’ultima fotografia ministeriale utilizzata per descrivere lo stato del Sin indica, sui 931 ettari terrestri, 61 ettari bonificati con certificazione e 395 ettari classificati come non contaminati. Gli altri risultano distribuiti tra aree non ancora completamente indagate, aree potenzialmente contaminate, terreni con contaminazione accertata e superfici con progetti di bonifica già approvati.

Il numero va letto correttamente. Non significa che tutti i circa 475 ettari rimanenti debbano necessariamente essere scavati e bonificati. Significa però che, dopo più di vent’anni dalla perimetrazione, soltanto 61 ettari risultano arrivati alla conclusione formale del percorso con una certificazione di bonifica.

Ed è qui che il tempo diventa parte della notizia. Perché a Piombino si studia cosa c’è sotto terra da decenni. Trasformare quelle conoscenze in un risanamento concluso è stato molto più difficile.

Sotto i terreni c’è un problema ancora più complesso: la falda

Poi c’è ciò che non si vede neppure guardando i cumuli. L’acqua sotterranea. La falda dell’area siderurgica è uno dei grandi capitoli aperti del Sin.

Il nuovo Accordo Jsw ricostruisce con precisione la storia dell’intervento pubblico: il progetto di messa in sicurezza operativa della falda è stato approvato definitivamente nel 2021, modificato nel 2023, e il contratto d’appalto è stato stipulato nel giugno 2024. Le risorse pubbliche complessivamente destinate all’intervento sono arrivate a 88 milioni di euro.

Invitalia ha poi comunicato nel luglio 2024 la sottoscrizione del contratto dei lavori per oltre: 62,3 milioni di euro.

L’intervento prevede la messa in sicurezza operativa della falda nelle aree demaniali dell’intero stabilimento siderurgico, con opere per intercettare e contenere le acque contaminate e successivamente trattarle. Non è una semplice bonifica nel senso comune del termine. È una grande infrastruttura ambientale pensata per impedire alla contaminazione di continuare a muoversi sotto un’area che contemporaneamente deve tornare a essere utilizzata produttivamente.

Il progetto della falda nasce nel 2014

Qui la cronologia dice molto. L’Accordo di programma del 2014 prevedeva già interventi di messa in sicurezza delle acque sotterranee e destinava 50 milioni di euro al risanamento ambientale, dei quali 47 milioni entrati nel quadro economico degli interventi. Il progetto della falda viene approvato nel 2021.

Nel 2023 arrivano altri 41 milioni di euro, portando il quadro economico a 88 milioni. Nel 2024 arriva il contratto da 62,3 milioni. La sequenza, da sola, racconta la scala temporale delle bonifiche piombinesi: dieci anni tra il primo grande accordo e l’appalto dei lavori sulla falda.

E resta una domanda attuale: a che punto è oggi, nel 2026, il cantiere?

Le comunicazioni pubbliche consultate indicano l’appalto e il finanziamento, ma non forniscono un dato aggiornato e chiaro sulla percentuale fisica dei lavori completati, sul Sal (stato avanzamento lavori, ndr) raggiunto e sulla data prevista per la conclusione. Per il più grande intervento pubblico ambientale del Sin è un dato che sarebbe importante rendere disponibile.

Sopra la falda restano i cumuli

Poi c’è la parte più visibile, le montagne di materiali lasciate dalla siderurgia. Il tema dei cumuli accompagna Piombino da anni e ritorna anche negli accordi industriali più recenti.

Il nuovo Accordo con Jsw del luglio 2026 è molto chiaro. Dice che la rimozione dei rifiuti è una fase propedeutica agli interventi di messa in sicurezza e che le parti private devono continuare a rimuovere e avviare a recupero o smaltimento i cumuli presenti nella Macroarea Nord. Gli obblighi già imposti dai precedenti decreti restano integralmente validi: il nuovo accordo non li cancella e non libera Jsw dalle responsabilità operative assunte.

È una precisazione decisiva, perché significa che il rilancio industriale e la bonifica non sono due partite separate. L’accordo le definisce strettamente collegate e interdipendenti.

L’accordo 2026 ammette che i cumuli ci sono ancora

C’è un passaggio ancora più netto. Nell’articolo dedicato alla messa in sicurezza ambientale, il nuovo Accordo prende atto che nelle aree interessate sono ancora presenti cumuli di rifiuti abbandonati, pur considerando le operazioni già eseguite. E stabilisce che gli obblighi di rimozione, recupero o smaltimento gravano in via esclusiva sulle parti private, che ne rispondono direttamente davanti alle amministrazioni.

Questo consente di fissare un dato politico e ambientale molto semplice: nel 2026 i cumuli non sono un problema storico chiuso. Sono ancora un obbligo attuale.

Macroarea Nord, 36 ettari e LI53: cumuli che attraversano quasi vent’anni

La storia dei cumuli dell’area siderurgica non comincia con Metinvest. E nemmeno con la crisi più recente dell’ex Lucchini. Affonda le proprie radici almeno negli anni Duemila e attraversa sequestri, caratterizzazioni, prescrizioni ambientali, accordi di programma e progetti di reindustrializzazione.

Una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ricostruisce che già nel 2008 Arpat aveva stimato, nell’area allora identificata come LI053aL, circa 534mila metri cubi di materiali, dei quali circa 442mila metri cubi classificati come rifiuti.

Dentro quei cumuli c’era l’eredità materiale della siderurgia: rifiuti e materiali provenienti dalle demolizioni, loppa d’altoforno, scaglia di laminazione e altri residui del ciclo produttivo.

Una parte di quelle aree era già stata interessata nel 2007 da un sequestro disposto dalla Procura di Livorno. E proprio la presenza dei cumuli sequestrati aveva impedito di completare la caratterizzazione su tutte le superfici interessate. Le indagini ripresero successivamente. Nel 2013 furono effettuati 105 dei 160 sondaggi previsti, arrivando in alcuni casi a posizionare il carotiere direttamente sopra i cumuli.

Nel 2017 quei depositi entrarono anche nel sopralluogo della Commissione parlamentare d’inchiesta arrivata a Piombino. Nei verbali delle audizioni successive si parla esplicitamente dei cumuli presenti nella Macroarea Nord e di quelli osservati direttamente dai commissari.

Due anni dopo, nel 2019, la Regione Toscana continuava a documentare nell’area LI53 la presenza di cumuli derivanti dalle pregresse attività produttive, con materiali privi di isolamento dal terreno e di copertura e con la necessità di intervenire per separare le fonti di contaminazione da suolo, falda e acque superficiali.

Dalla vecchia LI53 alla “36 ettari”

Nel frattempo nomi, perimetri e progetti sono cambiati. Oggi uno dei nodi principali è la cosiddetta “area 36 ettari”, una porzione specifica del più ampio sistema di superfici coinvolte nella nuova industrializzazione della Macroarea Nord. Gli atti regionali più recenti parlano qui di oltre 600mila metri cubi di cumuli. Per la LI53 viene invece indicata una quantità nell’ordine di altri 200mila metri cubi.

I numeri storici e quelli attuali non possono essere semplicemente sommati: riguardano perimetri, epoche e classificazioni differenti e possono comprendere materiali coincidenti o sovrapposti. Ma raccontano una cosa difficilmente contestabile: il problema ha dimensioni enormi e una storia lunghissima.

La sequenza è impressionante: 2007, 2008, 2013, 2017, 2019, 2026. Quasi vent’anni di sequestri, analisi, progetti e provvedimenti durante i quali i cumuli sono rimasti uno dei grandi nodi ambientali dell’area siderurgica. E nel 2026 sono ancora lì, almeno in parte.

Il nuovo accordo non cancella il vecchio conto

È proprio questo che rende particolarmente significativo il nuovo Accordo Jsw. Il documento prende espressamente atto che nelle aree interessate sono ancora presenti cumuli di rifiuti abbandonati, al netto delle rimozioni già effettuate. E stabilisce che gli obblighi di rimozione, recupero o smaltimento restano in via esclusiva sulle parti private, che ne rispondono direttamente nei confronti delle amministrazioni.

Non solo. Restano pienamente efficaci gli obblighi già imposti con i precedenti decreti. Il nuovo accordo non ha quindi un effetto liberatorio rispetto agli interventi ambientali già prescritti. È un passaggio fondamentale per leggere la nuova stagione industriale di Piombino.

Il progetto Metinvest non parte da un terreno bianco. E il rilancio Jsw non cancella ciò che è rimasto dalla vecchia siderurgia. Prima o insieme alla costruzione della nuova fabbrica bisogna risolvere anche questa eredità.

Per alcune aree portuali ci sono 36 mesi

Il documento contiene anche una scadenza concreta. Per le aree portuali indicate come B1 e B2, è prevista una concessione di 36 mesi proprio per consentire alle parti private di procedere alla rimozione dei cumuli e alle demolizioni. Anche in caso di successiva restituzione delle aree, gli obblighi restano fino alla scadenza prevista dal cronoprogramma.

Questo è uno dei pochi casi nei quali possiamo associare la bonifica a una durata precisa. Ed è proprio per questo che, nei prossimi tre anni, sarà possibile verificare se il nuovo accordo produrrà un’accelerazione reale rispetto al passato.

Non solo rifiuti: Jsw deve mettere in sicurezza anche i suoli

Gli impegni privati non riguardano soltanto i cumuli. Per le aree private ex Lucchini, Jsw deve realizzare una messa in sicurezza operativa dei suoli, suddivisa in più fasi. La prima riguarda le superfici interessate dall’ampliamento e dal revamping del treno rotaie; le successive le aree residue.

Il nuovo progetto industriale, dunque, non può procedere prescindendo dalla condizione ambientale dei terreni. È l’essenza stessa del meccanismo previsto dall’articolo 252-bis: bonifica e reindustrializzazione devono avanzare insieme.

E questa volta ci sono garanzie finanziarie

L’Accordo prevede anche un meccanismo specifico per evitare che gli interventi ambientali restino soltanto sulla carta. Per ogni stralcio della Miso (messa in sicurezza operativa, ndr) privata dei suoli, il soggetto obbligato dovrà prestare una garanzia bancaria o assicurativa pari al 15% del costo stimato dell’intervento. La garanzia viene liberata soltanto dopo il completamento e la certificazione delle opere.

Non solo. Jsw deve presentare la prima fase del progetto di messa in sicurezza dei suoli entro 60 giorni dalla registrazione dell’accordo e, nei successivi 90 giorni, il cronoprogramma delle fasi successive. Queste sono scadenze verificabili.

Se gli obblighi ambientali non vengono rispettati, l’accordo può saltare

Il documento contiene anche una clausola molto netta. Il mancato rispetto delle tempistiche e degli obblighi ambientali, quando imputabile alle parti private, costituisce grave inadempimento.

In caso di inadempimenti, il Comitato esecutivo può concedere un periodo di sanatoria. Ma se il problema non viene risolto, può arrivare alla risoluzione dell’Accordo.

Nei casi di estrema gravità le parti pubbliche possono procedere alla stessa strada dopo una diffida ad adempiere. È un salto di qualità rispetto alla semplice dichiarazione d’intenti. La bonifica diventa una delle condizioni giuridiche del nuovo sviluppo industriale.

Anche le future aree pubbliche devono essere messe in sicurezza

Il nuovo assetto urbanistico prevede che alcune superfici vengano destinate a parco pubblico e parcheggi, ma prima dovranno essere messe in sicurezza.

L’Accordo stabilisce che i lavori del secondo stralcio devono essere completati entro 33 mesi dal rilascio del permesso di costruire relativo al primo stralcio. È un altro esempio concreto di come la trasformazione della vecchia fabbrica passi prima dalla risoluzione dei problemi ambientali.

Il grande conto pubblico: 88 milioni solo per la falda

Finora il conto più chiaro è quello delle acque sotterranee. 88 milioni di euro di risorse pubbliche per la Miso della falda. Ma non è tutto.

Nel Memorandum sottoscritto nel 2022 dalla Regione in occasione della vicenda del rigassificatore compare un’altra cifra enorme: 200 milioni di euro richiesti per la rimozione e gestione dei cumuli ex siderurgici presenti nelle aree pubbliche del Sin esterne al perimetro Jsw. L’obiettivo indicato era costruire un progetto di economia circolare in grado di recuperare quanto più materiale possibile, finanziato attraverso risorse Fsc fino a quel valore.

Bisogna però distinguere bene. Quei 200 milioni non equivalgono a 200 milioni già spesi né necessariamente già disponibili integralmente. Sono la misura del fabbisogno finanziario individuato dalla Regione.

Ed è proprio questa differenza tra soldi stimati, stanziati, appaltati e realmente spesi uno degli aspetti che merita maggiore trasparenza.

Poggio ai Venti, la bonifica che attraversa le generazioni

Il Sin non finisce ai cancelli della fabbrica. A Poggio ai Venti ci sono due discariche esaurite che raccontano perfettamente i tempi delle bonifiche. Una è stata chiusa nel 1983, l’altra nel 1997.

Il procedimento ambientale parte da oltre vent’anni e soltanto nel 2025 il Comune ha approvato il progetto definitivo della messa in sicurezza.

È una storia diversa rispetto alla falda dello stabilimento e ai cumuli siderurgici, ma appartiene allo stesso grande perimetro. E dimostra che dentro un Sin possono convivere contemporaneamente interventi già conclusi, cantieri aperti e procedure che durano decenni.

Torre del Sale, dove invece i lavori sono in corso

Anche l’ex centrale di Torre del Sale ha una storia propria. Qui la criticità principale riguarda la contaminazione legata agli oli combustibili nelle vecchie aree serbatoi.

La superficie interessata dall’intervento è nell’ordine di 5,5 ettari e la messa in sicurezza di emergenza risulta programmata fino al 2026.

È importante sottolinearlo perché sarebbe sbagliato trasformare il dossier in un elenco di cose ferme. In alcune aree i lavori ci sono.

Il problema è il quadro complessivo e la velocità con cui l’intero Sin riesce ad arrivare alla chiusura dei procedimenti.

Una città che deve bonificare mentre ricomincia a produrre

Ed è qui che il caso Piombino diventa particolare. La città non sta aspettando di finire tutte le bonifiche prima di immaginare il proprio futuro. Sta tentando di fare le due cose insieme.

Il nuovo piano Jsw vale 148,2 milioni di euro e prevede il revamping del treno rotaie. Metinvest vuole costruire una nuova acciaieria elettrica. E nello stesso momento bisogna rimuovere cumuli, mettere in sicurezza suoli, realizzare la grande barriera della falda e liberare le aree necessarie ai nuovi impianti.

Il nuovo Accordo Jsw lo dice apertamente: riconversione industriale e messa in sicurezza ambientale sono un progetto unitario e inscindibile.

Questo è probabilmente il punto più importante di tutta la storia, perché la bonifica non è più soltanto il conto del passato. È diventata una delle condizioni per costruire il futuro.

Il passato, però, continua a presentare il conto

Dopo più di vent’anni di SIN, Piombino ha una conoscenza molto più precisa della propria eredità ambientale. Sono stati caratterizzati terreni, sono state escluse dal problema aree risultate non contaminate, altre sono state bonificate e certificate, sono stati finanziati grandi interventi, si stanno costruendo nuovi progetti industriali, ma basta guardare i documenti del 2026 per capire che la storia non è finita.

Il nuovo accordo continua a parlare di cumuli da rimuovere. La falda resta al centro di un intervento pubblico da 88 milioni. Per i suoli ex Lucchini partono nuovi progetti di messa in sicurezza. Le aree destinate a Metinvest devono essere liberate e rese compatibili con il nuovo utilizzo.

E restano aperti capitoli storici come Poggio ai Venti.

Il grande conto ambientale della siderurgia, quindi, non si misura soltanto nei milioni già stanziati. Si misura anche nel tempo.

La domanda che resta: quanto manca davvero?

È forse questa la risposta che Piombino non possiede ancora in una forma semplice e pubblica. Quanto manca per poter dire che il Sin è davvero entrato nella fase finale? Non basta conoscere la superficie totale e i 61 ettari certificati. Non basta sapere quanti milioni sono stati stanziati.

Servirebbe una fotografia aggiornata e unica che metta insieme superfici, cumuli, falda, cantieri, risorse disponibili, risorse effettivamente spese e date di conclusione previste.

Perché dopo un quarto di secolo di procedure, la domanda non è più soltanto: quanto è stato fatto? È soprattutto: quanto resta ancora da fare, quanto costerà e quando finirà?

E oggi, mentre Piombino prova a costruire una nuova stagione dell’acciaio, quella risposta vale quasi quanto il futuro stesso della fabbrica.




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