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BADIA POLESINE (Rovigo) – Produrre energia rinnovabile senza cancellare la vocazione agricola dei terreni, continuando a coltivare sotto e tra i pannelli e accompagnando l’intervento con nuove fasce alberate, monitoraggi ambientali e un potenziamento della rete elettrica destinato a restare al territorio. È questa la filosofia del nuovo parco agrivoltaico da 24,2 MW previsto tra Badia Polesine e Lendinara, presentato ieri nella sala Soffiantini dell’Abbazia della Vangadizza.
Un progetto importante per dimensioni, ma soprattutto interessante per la scelta di far convivere produzione agricola ed energia solare, evitando l’impermeabilizzazione dei terreni e mantenendo la quasi totalità della superficie nella disponibilità dell’agricoltura. Alla presentazione pubblica erano presenti i sindaci di Badia Polesine Giovanni Rossi e di Lendinara Francesca Zeggio, accompagnati dai tecnici comunali.

A illustrare l’intervento sono stati, tra gli altri, Domenico Cambareri ed Emma Vicariotto per AIEM Green, il progettista Fabio Giroldini di Progettando e Stefano Conte dello Studio Conte & Pegorer di Treviso, responsabile degli aspetti ambientali.
24,2 MW, ma i campi continuano a essere coltivati
L’impianto sorgerà in via Dozza, in un’area rurale posta a circa cinque chilometri dai principali centri abitati. Il progetto interessa complessivamente circa 72 ettari, mentre le aree direttamente interessate dall’impianto sono circa 31 ettari. Soprattutto, secondo la documentazione presentata, circa 69 ettari, oltre il 90% della superficie complessiva, continueranno a essere destinati all’attività agricola.
È la differenza sostanziale rispetto al tradizionale fotovoltaico a terra.
I pannelli saranno montati su tracker monoassiali, strutture capaci di seguire il movimento del sole, con un’altezza minima di 2,10 metri, sufficiente a consentire il passaggio delle macchine agricole. Le strutture saranno inoltre installate mediante pali infissi nel terreno, senza ricorrere alla tradizionale realizzazione di estese fondazioni in calcestruzzo. Il progetto prevede una superficie agricola utile superiore all’80% dell’area interessata dall’impianto e il mantenimento della continuità produttiva, monitorata attraverso relazioni agronomiche annuali.
Il piano agronomico, sviluppato con il contributo di Sea Tuscia, spin-off accademico legato all’Università della Tuscia, prevede una rotazione triennale con grano duro, grano tenero, orzo e soia.

Oltre 33mila pannelli e 8.200 tonnellate di CO₂ evitate
La potenza complessiva sarà di 24,20388 MWp, senza sistemi di accumulo, attraverso più di 33mila moduli fotovoltaici.
La produzione media annua prevista supera i 32,8 milioni di kWh e, secondo le stime progettuali, consentirà di evitare l’emissione di circa 8.200 tonnellate di CO₂ ogni anno, quantità che durante la presentazione è stata paragonata alla capacità di assorbimento di circa 400mila alberi.
Un intervento che punta quindi a ottenere dallo stesso terreno una doppia produzione: agricola ed energetica, mantenendo permeabilità e possibilità di coltivazione.

Alberi e arbusti per integrare l’impianto nel paesaggio
Particolare attenzione è stata riservata anche all’inserimento paesaggistico. Le tre aree di produzione saranno recintate separatamente e lungo il perimetro è prevista una fascia vegetale composta da alberi e arbusti disposti su doppio filare, evitando l’effetto di una semplice siepe compatta. Tra le specie previste figurano pioppo nero, salice bianco, ligustro, tasso e ginestra.
Secondo Stefano Conte, gli aspetti ambientali più significativi riguardano proprio paesaggio e viabilità. Le analisi condotte dai progettisti valutano gli impatti complessivamente bassi e mitigabili e ritengono che le opere a verde possano determinare un miglioramento del valore ambientale e paesaggistico dell’area. L’impatto visivo, è stato spiegato durante l’incontro, risulta estremamente limitato anche a distanze relativamente brevi.
Il confronto sull’oasi naturalistica
Non sono mancate le osservazioni dal pubblico e dai tecnici degli enti locali. Una delle questioni sollevate ha riguardato la vicinanza con l’oasi naturalistica La Buora, legata all’area del canale Valdentro.
I progettisti hanno spiegato che l’impianto non interferisce direttamente con l’oasi e che nella verifica preliminare sono stati considerati tutti i vincoli esistenti, compresa una corte agricola sottoposta a tutela paesaggistica che ne ha modificato il progetto originario e la fascia di rispetto di 150 metri dal canale. Tecnicamente l’area è un relitto da ex paludi del canale Valdentro dopo opere di bonifica non completate, ed è gestita da WWF da inizio anni 2000. I tecnici comunali intervenuti hanno comunque chiesto di approfondire ulteriormente l’aspetto paesaggistico legato all’oasi. Una richiesta accolta positivamente dalla società.
Domenico Cambareri ha manifestato la disponibilità ad integrare la documentazione per dimostrare ulteriormente la non incidenza dell’impianto sull’area naturalistica, sottolineando il rispetto per il ruolo dei Comuni nel segnalare e tutelare le peculiarità del proprio territorio. Un confronto che ha mostrato anche la funzione positiva della presentazione pubblica: non una semplice esposizione di un progetto ormai cristallizzato, ma un’occasione per far emergere osservazioni da approfondire nel procedimento autorizzativo.

Anche corridoi per la fauna e pannelli antiriflesso
Tra gli accorgimenti illustrati figurano inoltre pannelli con caratteristiche antiriflesso e soluzioni per mantenere corridoi utilizzabili dalla fauna.
Il progetto non ricade all’interno di SIC, ZPS, siti della Rete Natura 2000, parchi nazionali o aree naturali protette. Secondo lo studio presentato, i siti tutelati censiti più vicini sono il tratto del fiume Adige tra Verona Est e Badia Polesine, a circa 5,7 chilometri, e i Gorghi di Trecenta, a circa 7,65 chilometri.
È previsto inoltre un piano di monitoraggio che interesserà suolo e sottosuolo, atmosfera e rumore prima, durante e dopo la realizzazione.
Un progetto reversibile
Altro elemento caratterizzante è la reversibilità dell’intervento. La vita utile prevista è nell’ordine dei 20-30 anni, fermo restando che in futuro potrà essere valutato il revamping dell’impianto sulla base dell’evoluzione tecnologica e normativa.
La fase più rumorosa della costruzione sarà quella relativa all’infissione dei pali, stimata in circa 20 giorni. Una volta entrato in funzione, lo studio previsionale considera invece trascurabile l’impatto acustico. Il cronoprogramma allegato alla presentazione indica una durata complessiva del cantiere di circa dieci mesi.
Il progetto porta con sé anche il potenziamento della rete
L’intervento avrà inoltre una ricaduta infrastrutturale che va oltre il singolo parco agrivoltaico. La connessione alla cabina primaria di Lendinara richiederà circa 310 metri di nuovi cavidotti interrati. È inoltre previsto il potenziamento della linea elettrica Lendinara-Rovigo Zona Industriale, lunga complessivamente circa 22,7 chilometri.
La maggior parte delle palificazioni esistenti verrà mantenuta: su 68 sostegni, 50 resteranno invariati e 18 saranno sostituiti, mentre circa 900 metri di linea saranno interrati. Alcune modifiche serviranno anche ad adeguare il tracciato rispetto alle distanze dai ricettori sensibili e ai valori relativi ai campi elettromagnetici.
Il potenziamento della rete, è stato sottolineato, non servirà soltanto a questo impianto, ma aumenterà la capacità dell’infrastruttura a beneficio della collettività.

Lavoro e ricadute sul territorio
Anche sotto il profilo economico e occupazionale il progetto prevede ricadute positive. Durante il cantiere saranno necessarie maestranze e servizi, con possibili benefici indiretti per attività ricettive, ristorazione e fornitori locali. Nella successiva fase di esercizio saranno invece richieste attività di manutenzione dell’impianto e della componente agricola.
La stessa documentazione precisa correttamente che non si tratta di numeri tali da modificare strutturalmente i livelli occupazionali polesani, ma valuta comunque positiva la ricaduta sia durante la costruzione sia durante l’esercizio. Sono previste anche opere di compensazione ambientale e territoriale, da concordare con Regione Veneto e Comuni di Badia Polesine e Lendinara, orientate all’efficientamento energetico e al miglioramento ambientale a beneficio della collettività.
Iter avviato nel 2025, conclusione prevista nel 2027
Il procedimento autorizzativo è partito nel marzo 2025 e segue la procedura PAUR, il Provvedimento autorizzatorio unico regionale. La competenza è della Regione Veneto, con il coinvolgimento degli altri enti attraverso la Conferenza dei servizi. Secondo quanto spiegato durante la presentazione, l’obiettivo è arrivare alla conclusione dell’iter entro gennaio 2027.
Il progetto presentato alla Vangadizza prova dunque a superare la vecchia contrapposizione tra agricoltura e fotovoltaico: il terreno continua a produrre, i pannelli generano energia senza impermeabilizzarlo, la vegetazione mitiga l’inserimento delle strutture e l’intervento sulla rete lascia un’infrastruttura più moderna a disposizione del territorio.
Non semplicemente un campo ricoperto di pannelli, quindi, ma un modello nel quale terra ed energia possono continuare a produrre insieme. Una scelta che, se le verifiche dell’iter autorizzativo confermeranno le condizioni illustrate a Badia Polesine, rappresenta un esempio concreto di come anche il Polesine possa partecipare alla transizione energetica senza rinunciare alla propria identità agricola.
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