L’Ue ha costruito il quadro regolatorio più avanzato al mondo sull’economia circolare, ma il tasso di circolarità dei materiali resta fermo al 12,2%. Secondo TEHA e Conai, il nodo è l’assenza di una vera politica industriale capace di sostenere domanda, investimenti e competitività delle materie prime seconde. Nei prossimi 24 mesi, quattro iniziative europee potrebbero aprire la finestra decisiva per colmare questo divario
L’Unione europea possiede il più grande e strutturato quadro regolatorio del mondo in materia di riciclo: più di 35 obiettivi vincolanti stanno orientando le scelte politiche ed economiche di imprese e governi nei 27 Stati membri con l’obiettivo di ridurre il ricorso al consumo di risorse naturali – a partire da quelle importate da paesi terzi – e puntare sulle materie prime seconde generate dal trattamento dei rifiuti. E allora com’è possibile che il tasso di circolarità dei materiali sia passato, nell’arco di dieci anni, dall’11,1% del 2014 al 12,2% del 2024, con un incremento di poco superiore al punto percentuale?
È questa la domanda dalla quale prende le mosse un paper curato da TEHA e Conai e presentato nei giorni scorsi al meeting di Cernobbio. La risposta, si legge, è che il poderoso quadro di leggi e regolamenti, vincoli e agevolazioni non si è mai tradotto in una vera e propria politica industriale.
Serve “considerare il riciclo non solo come una questione ambientale, ma anche come una componente strutturale della politica industriale europea, della sua competitività e della sua autonomia strategica”, si legge nello studio. Tanto più in uno scenario globale caratterizzato dalla necessità di tenere assieme politiche ambientali e climatiche con le esigenze di competitività e autonomia strategica dell’industria. Dimensioni che il riciclo ha già dimostrato di poter tenere assieme.
Secondo l’analisi di TEHA le filiere industriali del recupero di materia in Ue sono ormai arrivate a generare un impatto economico pari a 555 miliardi di euro, con un valore aggiunto complessivo (diretto, indiretto e indotto) di 222 miliardi di euro, pari a circa l’1,2% del PIL dell’Unione, mentre i posti di lavoro sostenuti superano i 3 milioni, considerando l’occupazione diretta, indiretta e indotta. A questo si aggiunge il valore abilitato dall’impiego delle materie prime seconde nelle sette filiere strategiche analizzate — acciaio, alluminio, carta e cartone, plastica, vetro, legno e bioplastiche — che sostiene ulteriori 325 miliardi di euro di fatturato.
Il riciclo, chiarisce insomma l’analisi TEHA, ha già dimostrato di poter essere una leva di crescita economica e competitività, oltre che una strategia di sostenibilità ambientale e sociale. Le catene del valore circolare, tuttavia, stanno attraversando “una fase di grande complessità, caratterizzata da una mancanza di piena coerenza tra domanda e offerta, da dinamiche volatili legate alle pressioni economiche e dalla concorrenza delle importazioni da paesi terzi”.
Caso emblematico quello delle plastiche: a fronte di un tasso di riciclo dei rifiuti stabile intorno al 40%, “il valore della materia prima secondaria è sceso da 472 € per tonnellata nel 2022 a 321 € nel 2024, una riduzione del 32%” mentre quasi un milione di tonnellate di capacità di riciclo è andato perso nei tre anni precedenti al 2024 e i dati preliminari relativi al 2025 indicano un aumento del 50% delle chiusure degli impianti rispetto all’anno precedente.
Partendo da queste evidenze, TEHA Group e Conai hanno sviluppato un nuovo modello di funzionamento del mercato europeo delle materie riciclate, articolato su cinque pilastri: disegno del mercato, domanda e offerta; governance e quadro normativo; standard, qualità e fiducia; scala industriale, finanza e investimenti; autonomia strategica e commercio. A questi si aggiunge un sesto livello trasversale di fattori abilitanti: energia, dati e innovazione, competenze e accettazione sociale.
Quattro invece i meccanismi chiave per garantire il funzionamento del modello allo stesso modo in tutti i 27 Stati membri: riconoscimento reciproco tra Stati membri, simbiosi industriale, attivazione degli investimenti e, ultimo ma non ultimo, il riconoscimento del ruolo e del valore strategico giocato dalle catene di fornitura di materia prima seconda. “Rafforzare il riciclo – si legge nel paper – significa ridurre la dipendenza dalle materie prime vergini importate, limitare l’esposizione agli shock geopolitici e mantenere nell’Unione materiali, capacità produttiva e valore industriale. Affinché ciò avvenga efficacemente, è necessario riconoscere le specificità di ciascuna catena di approvvigionamento strategica”.
Per passare dalle parole ai fatti, cioè da un modello a una strategia industriale vera e propria, chiariscono TEHA e Conai, il tempo è ora. Nei prossimi 24 mesi infatti l’Ue è attesa alla prova di quattro importanti proposte legislative: Circular Economy Act, European Product Act, Critical Raw Materials Centre e riforma degli appalti pubblici. Una “finestra normativa” unica per “trasformare la circolarità in una componente strutturale della politica industriale europea, della sua competitività e della sua autonomia strategica”.
Tre i fronti d’azione prioritari, a partire dalla frammentazione del mercato unico, ostacolo da superare con meccanismi di cooperazione e mutuo riconoscimento, da declinare sia sul campo dell’EPR che su quello dell’end of waste. Seconda tra le priorità il rafforzamento del rapporto tra offerta e domanda di riciclati, con la proposta di un marketplace unico europeo delle materie prime seconde unito al potenziamento della domanda pubblica tramite obiettivi vincolanti negli acquisti e a rigorosi meccanismi di controllo della qualità dei riciclati d’importazione. Terza, la necessità di liberare nuove risorse per spingere gli investimenti pubblici e privati e colmare un fabbisogno residuo pari a 82 miliardi di euro l’anno sui 202 complessivamente necessari a garantire una capacità di raccolta, selezione e recupero dei rifiuti in linea con le ambizioni europee. Risorse che almeno in parte, si legge nel dossier, potrebbero venire dal meccanismo ETS e, in particolare, dai prelievi di prossima attivazione sulle emissioni di CO2 degli impianti di incenerimento dei rifiuti.
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