Stato laico? Nelle casse della Chiesa oltre 1 miliardo di euro l’anno, dalle tasche dei cittadini, sebbene non ne hanno mai fatto richiesta.


Interdipendenze e privilegi: perché la laicità dello Stato, rispetto alla Chiesa, è ancora un mito lontano? Oltre 1 miliardo di euro l’anno nelle casse della Chiesa: ecco dove finiscono le tasse dei cittadini, seppur non abbiano mai destinato nessuna quota all’altare.

La laicità è considerata un valore fondante delle democrazie europee, ma la realtà descrive uno scenario diverso, infatti il principio di laicità dello Stato prevede la netta separazione tra la sfera dei poteri civili, e quella delle istituzioni religiose.

Tuttavia, l’analisi dei flussi finanziari pubblici che ogni anno entrano nelle casse della Chiesa rivela un legame economico profondo, che smentisce l’idea di una totale indipendenza tra lo Stato e l’altare.

Si parla di una cifra enorme: oltre 1 miliardo di euro all’anno.

Una risorsa che, se fosse trattenuta dallo Stato anziché essere “regalata” alla Chiesa, potrebbe finanziare direttamente servizi pubblici essenziali e migliorare concretamente la vita dei cittadini.

Sebbene questo problema rappresenti il cuore del dibattito laico in Italia, nessun governo è mai riuscito, o ha mai voluto impegnarsi fino in fondo a modificare questo sistema, per trattenere tali risorse a favore della collettività, garantendo quei servizi essenziali che costituiscono il motivo reale per cui i cittadini versano le tasse.

Insomma, una quota delle nostre tasse, si trasforma in una “donazione” di oltre un miliardo di euro l’anno alla Chiesa.

Questo avviene attraverso lo strumento principale di questa interdipendenza: l’otto per mille, un meccanismo fiscale unico nel panorama europeo che opera anche laddove il cittadino non abbia espresso alcuna esplicita volontà.

Il Paradosso

La Chiesa riceve ogni anno oltre un miliardo di euro dallo Stato, che distribuisce all’ente religioso, anche le quote dei cittadini che non esprimono alcuna preferenza, sull’8×1000, moltiplicando artificialmente le entrate ecclesiastiche.

Solo circa il 40% dei contribuenti italiani esprime attivamente una preferenza sui propri moduli fiscali, la stragrande maggioranza, circa il 60% lascia la casella in bianco, ciò nonostante quei soldi finiscono nelle casse della Chiesa. [fonte Il Sole 24 ore]

Tra le atre agevolazioni fiscali di cui gode la Chiesa in Italia, c’è anche l’esenzione dell’IMU.

La Chiesa cattolica detiene in Italia circa 46.000 complessi immobiliari, ai quali vanno aggiunti circa 4.250 immobili gestiti direttamente dalla Santa Sede.

Ma la Chiesa non è la sola a godere di questa esenzione, che viene applicata anche a tutte le confessioni religiose, per cui anche a Moschee ecc. ecc. , ai sindacati, ai partiti politici e a tutti gli Enti del Terzo Settore (ETS).

La Chiesa è esentata dal pagamento dell’IMU sulla maggior parte dei suoi 46.000 complessi (stimata storicamente attorno all’80-85% del totale delle superfici), ovvero edifici adibiti al culto e attività religiose, come Chiese, parrocchie, oratori, campanili, sacrestie e i locali adibiti ad abitazione dei sacerdoti (categoria catastale E/7 e relative pertinenze). [fonte Fisco e Tasse]

Nonostante la neutralità delle Costituzioni, sopravvivono forti legami economici, giuridici e politici con le istituzioni religiose.

L’Europa non è un blocco omogeneo: la separazione totale tra sfera pubblica e altare resta, in molti casi, un’illusione teorica.

Gli insegnanti di religione nelle scuole pubbliche, sono pagati dallo Stato, ma vengono scelti e possono essere rimossi direttamente dai Vescovi.

L’inganno matematico del silenzio, nelle casse della Chiesa finiscono 

I dati ufficiali del Ministero dell’Economia e delle Finanze dimostrano che la Chiesa Cattolica riceve oltre 1,08 miliardi di euro all’anno dalle tasse dei contribuenti.

La legge italiana permette tutto questo

Lo Stato non trattiene le quote non espresse nel bilancio dello statale, al contrario, grazie a questo automatismo, pur avendo il sostegno esplicito di una minoranza della popolazione totale, le gerarchie ecclesiastiche riescono a incassare circa il 67% dell’intera torta finanziaria dell’otto per mille. [fonte Borsa Italiana]

La rinuncia dello Stato, a favore della Chiesa, grava sulle tasche dei cittadini, che devono rinunciare ai soldi delle tasse versate, invece di poterli vedere rinvestiti, in servizi pubblici essenziali, sanità o edilizia scolastica, necessari per la collettività.

In altri Paesi europei, come la Germania, la tassa ecclesiastica grava solo sulle tasche dei cittadini, che dichiarano formalmente la propria appartenenza a una confessione.

Questo significa che lo Stato rinuncia a fondi che potrebbero finanziare servizi pubblici essenziali, sanità o edilizia scolastica per destinarli al sostentamento del clero e del culto.

Di fronte a un simile automatismo miliardario, il concetto di neutralità delle istituzioni pubbliche, non appare di certo come una realtà consolidata.

Questo significa che lo Stato rinuncia a fondi che potrebbero finanziare servizi pubblici essenziali come :

– sanità;

– edilizia scolastica; sanità

Soldi che invece sono destinati al sostentamento del clero e del culto

Di fronte a un simile automatismo miliardario, il concetto di neutralità delle istituzioni pubbliche non appare di certo come una realtà consolidata.

Per cui lo stipendio del clero cattolico è pagato dai cittadini attraverso il meccanismo dell’otto per mille.

Ovvero non viene prelevata una tassa in più dallo stipendio del cittadino, bensì lo Stato rinuncia ad una quota delle tasse, che il cittadino ha già pagato (l’IRPEF) e la gira alla Chiesa.

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