tracciabilità, blockchain e passaporti digitali


18 Luglio 2026

Associare un’identità digitale a prodotti, componenti, lotti e unità logistiche può rendere più semplice la raccolta e la condivisione delle informazioni lungo la supply chain. È questo il principio alla base della tokenizzazione degli asset fisici, attraverso la quale un bene viene rappresentato digitalmente e collegato ai dati relativi alla sua origine, alle trasformazioni subite e agli spostamenti tra i diversi operatori.

La tokenizzazione non coincide necessariamente con l’impiego della blockchain. I token possono essere gestiti attraverso diverse architetture informatiche, mentre i registri distribuiti costituiscono una delle tecnologie utilizzabili per condividere e verificare le registrazioni tra soggetti differenti.

Tracciabilità: prima della tecnologia servono dati interoperabili

La disponibilità di un token o di un registro condiviso non garantisce, da sola, la tracciabilità della merce. Il National Institute of Standards and Technology statunitense indica infatti come elementi centrali la capacità di organizzare, collegare e interrogare i dati provenienti da sistemi e operatori differenti. Il suo modello per la tracciabilità manifatturiera è volutamente neutrale rispetto alla tecnologia utilizzata e pone l’interoperabilità al centro della progettazione.

Anche GS1 evidenzia la necessità di adottare identificatori e linguaggi comuni. Lo standard EPCIS 2.0, per esempio, permette di condividere eventi di filiera indicando che cosa è accaduto, dove, quando e in quale contesto operativo. Blockchain e token possono quindi integrare questi dati, ma non sostituiscono gli standard necessari a interpretarli correttamente.

Dal bene fisico alla sua rappresentazione digitale

In un sistema tokenizzato, un lotto di materie prime, un prodotto finito o un container può essere associato a un identificatore digitale univoco. A questo possono essere collegati documenti, certificazioni, passaggi di proprietà ed eventi logistici.

Sensori IoT, RFID, QR code e sistemi gestionali possono alimentare la registrazione con dati relativi, per esempio, a:

  • posizione e passaggi tra nodi logistici;
  • temperatura e umidità;
  • origine e composizione del prodotto;
  • lavorazioni e trasformazioni;
  • controlli qualitativi;
  • consegna, manutenzione, riutilizzo o riciclo.

La blockchain può essere impiegata per condividere le registrazioni tra organizzazioni che non utilizzano lo stesso sistema informativo. Il NIST considera queste tecnologie potenzialmente utili per migliorare l’integrità e la ricostruzione dei dati di provenienza, sottolineando però la necessità di affrontare aspetti relativi a governance, privacy, affidabilità delle informazioni iniziali e integrazione con i sistemi esistenti.

Passaporto digitale di prodotto: il quadro europeo

La gestione strutturata delle informazioni di filiera sta assumendo anche una dimensione normativa. Il Regolamento europeo 2024/1781 sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili ha introdotto il Digital Product Passport, una carta d’identità digitale destinata a prodotti, componenti e materiali.

Il passaporto potrà contenere, a seconda della categoria merceologica, informazioni su origine, materiali, prestazioni ambientali, riparabilità, riutilizzo e riciclo. La Commissione europea ne prevede l’introduzione progressiva, partendo dalle batterie e proseguendo con gruppi merceologici come tessili, ferro, acciaio e prodotti da costruzione.

Il 15 luglio 2026 (Decisione di esecuzione (UE) 2026/1736 della Commissione, del 14 luglio 2026) è stata pubblicata una prima decisione europea relativa agli standard armonizzati a supporto dei passaporti digitali. Il quadro tecnico non impone tuttavia l’utilizzo della blockchain: questa rappresenta una delle possibili architetture per conservare, verificare o scambiare i dati.

Applicazioni nella logistica e nel magazzino

Per aziende manifatturiere, operatori logistici e fornitori 3PL, l’identità digitale del bene può essere collegata a WMS, TMS, piattaforme IoT e sistemi di pianificazione. L’obiettivo è costruire una continuità informativa tra produzione, magazzino, trasporto e consegna.

Nella catena del freddo, i dati dei sensori possono documentare le condizioni di conservazione di alimenti, farmaci o altri prodotti sensibili. Nel trasporto intermodale e marittimo, l’identificatore digitale può collegare container, documenti e passaggi di consegna. Nei settori tessile e manifatturiero può invece conservare le relazioni tra materie prime, semilavorati e prodotti ottenuti.

Una ricerca dedicata alla filiera tessile ha proposto, per esempio, un sistema nel quale i token associati alle materie prime vengono collegati al nuovo token generato durante la trasformazione industriale. Il modello consente di conservare la relazione tra ingredienti, lavorazioni e prodotto finito, ma si tratta di un’architettura sperimentale e non della dimostrazione di benefici generalizzabili a ogni supply chain.

I limiti: un registro sicuro non certifica il dato iniziale

La resistenza alla modifica delle registrazioni non significa che le informazioni inserite siano automaticamente corrette. Un dato errato acquisito da un sensore, digitato da un operatore o trasmesso da un fornitore può essere conservato in modo affidabile, ma resta errato.

Per questo motivo, tokenizzazione e blockchain devono essere accompagnate da procedure di validazione, responsabilità definite e controlli sugli accessi. Devono inoltre essere valutati i costi di integrazione, la scalabilità, la tutela delle informazioni commerciali e la disponibilità dei partner a condividere i dati.

La maggiore trasparenza della supply chain dipende quindi meno dalla singola tecnologia e più dalla capacità di costruire un ecosistema basato su identificatori comuni, dati affidabili, interoperabilità e regole condivise.

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 Elena Alfieri

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