La “viking row”: origine del mito, inesattezze e marketing


Da dove nasce la Viking Row? Origine storica o solo fenomeno di marketing? Perché i norvegesi si vendono come vichinghi e svedesi e danesi non lo fanno? Ecco tutta la storia e perché la politica dovrebbe ringraziare Haaland e soci

Non solo i gol di Haaland e la forza di una Norvegia che dopo aver eliminato l’Italia sta facendo tremare anche le nazionali della Coppa del Mondo. La sorprendente squadra di Solbakken è più di questo: è diventata un hype, un fenomeno virale tra elmi con le corna e quel gesto, semplice, ritmico, quasi ipnotico scandito dal ritmo del tamburo dopo le vittorie: “RO!”, “vogare!”.

Urlato da migliaia di gole e interpretato da migliaia di corpi, di giocatori e tifosi, che imitano la voga vichinga. Un elemento rituale che sprigiona forza come una runa richiamata da Odino, e ben si accompagna ai caratteri utilizzati per scrivere i nomi sulle maglie dei norvegesi create dalla Nike e ispirate all’alfabeto runico dell’Alto Futhark.

La maglia di HaalandBals/MTB-Photo / Shutterstock Editorial / Profimedia

Il richiamo a quell’immaginario “gasa” i cultori delle saghe norrene come il Vikings di Netflix, ma non solo: crea adepti, curiosità e passione. Un’iconografia e una letteratura a lungo ostaggio dell’estrema destra, come lo fu nel nazismo e nelle nuove correnti che a esso si rifanno, è stata sdoganata da Haaland e soci in faccia ai timori degli altri scandinavi più timorosi che vivono quella storia e quelle gesta antiche quasi come un senso di colpa.

Le navi del mito

Per capire il perché di quel gesto e cosa tifosi e calciatori norvegesi stiano davvero imitando, bisogna partire dalle navi. I drakkar e i knarr vichinghi erano rispettivamente imbarcazioni da guerra/esplorazione e da commercio. Veri e propri capolavori di ingegneria navale per l’epoca: scafi a chiglia formati da fasciame sovrapposto nella cosiddetta tecnica “clinker”, leggeri, flessibili, e capaci di navigare in mare aperto ma anche in acque basse e fiumi stretti.

Proprio come le navi di Gokstad e Oseberg, in Norvegia, risalenti al IX secolo e conservate oggi al Museo delle Navi Vichinghe di Oslo. La nave di Gokstad aveva 32 remi, 16 per lato,  infilati in fori ovali (chiusi con tappi di legno quando non in uso per limitare l’ingresso d’acqua). Quei remi si usavano in porto, in battaglia per le manovre o quando non c’era vento. Ai remi era affiancata la vela quadra per il mare aperto. Saghe come quella di Egill e la Saga degli Ynglingar raccontano di queste spedizioni a remi lungo le coste e i fiumi russi, sulla celebre via dei Variaghi. Quei remi appunto della “Viking Row”.

L’origine moderna del mito, e il fenomeno di marketing

La “Viking Row” che oggi viene richiamata dalle folle dell’AT&T Stadium e nelle stesse strade di Times Square non ha però in quel gesto rituale un’origine antica. È stata inventata infatti da un tifoso norvegese, tale Ole Frøystad, che l’ha proposta al gruppo di tifosi Oljeberget (il club ufficiale dei tifosi della squadra nazionale maschile norvegese) a marzo 2026. 

Come ha raccontato lui stesso, cercava “un coro breve, facile, che avesse un significato culturale e un grande impatto”. Il gesto ha avuto subito successo e si è diffuso prima sugli spalti, poi è arrivato in campo. Dopo la vittoria contro il Senegal, anche i giocatori infatti hanno iniziato a remare insieme ai tifosi, con Martin Ødegaard che scandiva il ritmo sul tamburo e Haaland “a vogare” in prima fila.

Da lì il salto virale è stato immediato: video di tifosi norvegesi che “remano” su una scala mobile a Boston con milioni di visualizzazioni, coreografie inscenata nella metropolitana di New York, a Times Square, e persino nel Parlamento norvegese. Dopo la storica vittoria contro il Brasile che ha portato la Norvegia ai quarti, è stato poi lo stesso Haaland, fresco di doppietta, a prendersi l’incarico di impugnare il tamburo per guidare la squadra.

Si può dire che la “Viking Row” vista al Mondiale ha fuso due tradizioni calcistiche recenti delle terre del Nord: il “Vikings Thunder Clap” islandese di Euro 2016, con due colpi di tamburo seguiti da un battito di mani, e il coro norvegese dei tifosi del Rosenborg, utilizzato in campionato e in Europa League del 2016:  “Shalala oh Rosenborg”.  Il coro profondo e ritmico di “Ro-Sen-Borg” che riecheggiava in tutto lo stadio, ha fatto infatti venire in mente a Ole Frøystad che la prima sillaba, “Ro”, poteva essere trasformata in un vero e proprio movimento di voga che imitava una nave vichinga.

L’inesattezza storica e l’eterna sfida tra scandinavi

Oltre all’origine moderna come fenomeno di marketing, alcuni storici svedesi hanno anche criticato il richiamo storico facendo notare che erano soprattutto i vichinghi provenienti dall’odierna Svezia, a essere conosciuti per la navigazione fluviale e costiera a remi. Erano così infatti che navigavano su quelle longship che usavano per risalire i fiumi verso Bisanzio, mentre i vichinghi occidentali, cioè i norvegesi, erano i grandi navigatori transoceanici che approdarono in Islanda, Groenlandia, e, addirittura, lungo le coste del Nord America, utilizzando soprattutto quindi la vela in mare aperto.

Una precisione puntigliosa che nasce da una piccola invidia, visto che tra Norvegia, Svezia e Danimarca, c’è – come al tempo dei villaggi vichinghi – una certa rivalità, che ha anche origini storiche. Se al tempo del danese Ragnar Lothbrok di Vikings (figura più leggendaria che storica), di suo figlio Björn Ragnarsson (svedese) o del norvegese Harald Bellachioma gli stati di Danimarca, Svezia e Norvegia non esistevano proprio, con l’identità nazionale sostituita dall’aderenza a uno specifico clan, in tempi recenti la Norvegia è stata sotto il dominio danese per quattro secoli, dal 1380 al 1814, per poi passare sotto quello svedese fino al 1905, cioè fino all’indipendenza. Svezia e Danimarca, da par loro, si sono invece continuamente combattute per il controllo del Baltico e dello stretto di Öresund tra il Cinquecento e il Settecento.

Una rivalità che oggi si è affievolita diventando una scaramuccia verbale sottoforma di barzellette tra i diversi popoli, ma che nasconde spesso un’invidia per la ricchezza del vicino o, come in questo caso, per le vittorie sportive. Oltre alla Norvegia come nazionale calcistica ai Mondiali, non dimentichiamo infatti i trofei conquistati alle Olimpiadi invernali. Piccoli tasselli che creano frustrazione nel vicinato, un tempo nemico.

Perché la Norvegia investe nel mito vichingo e Svezia e Danimarca no

Se la Norvegia col suo museo di Oslo delle navi vichinghe come attrazione di punta si vende al pubblico come “terra dei vichinghi” rispetto a Danimarca e Svezia è dovuto anche al fatto che vista la lunga dominazione, quel periodo resta simbolicamente l’unico che l’ha vista protagonista e non colonia di qualcun altro nel passato. Ma se la Norvegia campa del mito perché Svezia e Danimarca vogliono quasi dimenticarlo?

Una cosa che mi ha colpito quando ho visitato Gotland, letteralmente “la terra dei goti”, disseminata da navi funerarie di pietra vichinghe abbandonate nelle sterpaglie circostanti, è stata la mancanza non solo di un marketing, ma anche di una cura o ricordo di quel periodo. In un museo a cielo aperto dove venivano riprodotti tutti i villaggi svedesi dall’antichità all’800 più o meno, mancava proprio quello vichingo. Il che mi è sembrato strano, e così ho chiesto agli svedesi. 

ll punto è che, oltre al fatto che rune, martello di Thor e altri simboli vichinghi sono stati “sequestrati” dai gruppi di estrema destra ed etno-nazionalisti in tutta la Scandinavia rendendo più difficile l’adozione per evitare ambiguità, c’è anche una questione di politica alla base. La Svezia moderna ha scelto infatti di incentrare la sua “anima” su welfare, progressismo, design e neutralità, elementi che cozzano con l’epica guerriera. 

In Danimarca, invece, la linea è più sfumata. Roskilde e le sue navi vichinghe originali sono infatti in bella mostra come  attrazione museale, qualcosa che i danesi sfruttano per la loro componente culturale turistica, ma anche qui l’identità nazionale è più legata alla monarchia, al design e a quel senso di comodità e benessere che i danesi definiscono “hygge”, ben distante dall’ascia vichinga e da quel quotidiano di battaglie e crani spaccati.

Vedremo, come già si chiedono gli osservatori della cultura pop, se la “Viking Row” sopravviverà dopo il torneo, o magari sarà solo un fenomeno legato a esso, come i cori da stadio di “Seven Nation Army” dei White Stripes per l’Italia campione d’Europa o “Wonderwall” degli Oasis per gli inglesi, “sequestrata” peraltro al Manchester City.

Intanto, il fenomeno è servito per sdoganare quel mito vichingo tenuto timorosamente nascosto, restituendo ”a Cesare ciò che è di Cesare”, fuori da ogni manipolazione e appropriazione indebita politica. Possiamo pertanto dire che, al di là del marketing e del colore, in un certo senso Haaland e soci stiano facendo del bene.

Marco Romandini - Caporedattore Diretta News
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