Ispirandosi al modello italiano, negli anni Trenta del Novecento nacque l’Acão Integralista Brasileira, il primo movimento politico di massa del Brasile. Lo storico João Fábio Bertonha ha scritto la biografia del suo “Jefe Nacional”
In Brasile vive oggi un numero di oriundi italiani che oscilla tra i 25 e i 30 milioni, una parte dei quali arrivò nei primi decenni del 1800 nei tre Stati del sud mentre la porzione più consistente giunse nello Stato di San Paolo a cavallo tra il XIX e XX secolo. In Italia però conosciamo poco sia la storia del Brasile sia il contributo dei nostri avi alla crescita e allo sviluppo del grande paese tropicale. Ebbe un’impronta italiana anche il primo movimento politico di massa che nacque in Brasile negli anni Trenta, l’Acão Integralista Brasileira (Aib).
Il movimento integralista fondato a San Paolo nel 1932 dallo scrittore Plínio Salgado, prendendo a modello il fascismo italiano, crebbe rapidamente in tutto il paese, arrivando nel 1938 alle soglie del potere, per poi essere messo fuori legge e dissolto dal dittatore Getulio Vargas che reggeva le sorti del Brasile dal 1930.
La storia dell’Aib
La storia dell’Aib è stata raccontata dal sottoscritto nel libro Anauê. La tentazione fascista nel Brasile degli anni Trenta, edito nel 2011 da Settimo Sigillo, un rimando al quale rimane necessario per il lettore italiano. Ad esso si affianca ora la versione italiana della biografia Plínio Salgado. Un fascista brasiliano (1895-1975), scritta da João Fábio Bertonha ed edita nella collana «Renzo De Felice» di D’Amico editore.
Professore di Storia presso l’Università Statale di Maringá e ricercatore presso il Consiglio Nazionale per le Ricerche, Bertonha vanta numerosi dottorati di ricerca sia in Brasile che in Europa nelle Università di Madrid, Firenze e Roma.
Il libro di Bertonha sulla Legione Parigi
Anch’esso discendente di italiani, Bertonha si è occupato a lungo del rapporto esistente negli anni Trenta tra l’immigrazione italiana e la madre patria, soprattutto attraverso saggi pubblicati in riviste storiche. Importante la traduzione italiana del suo libro La Legione Parigi. Gli italiani all’estero e la guerra d’Etiopia (Unicopli 2018) che racconta come il consenso quasi unanime goduto dal regime di Mussolini presso i nostri connazionali in Sudamerica si tradusse anche nella formazione di una unità militare di volontari disposti a contribuire allo sforzo italiano per la conquista dell’Impero.
Per coloro che possono essere sorpresi, oppure scoraggiati dalla lettura, per la definizione di Plínio Salgado come «un fascista brasiliano» bisogna comprendere cosa significava e cosa rappresentava questo termine negli anni Trenta del secolo scorso. Prima della catastrofe della Seconda guerra mondiale — con i suoi morti, le sue distruzioni e i suoi orrori — la percezione del fascismo era infatti del tutto diversa da quella odierna.
Il ruolo guida dell’Italia negli anni Trenta
Nel decennio compreso tra l’emanazione della Carta del Lavoro del 1927 e le Leggi razziali del 1938, l’Italia di Mussolini era studiata, ammirata ed emulata in tutto il mondo. Circostanza che riempiva d’orgoglio i nostri immigrati in Sudamerica.
Le idee forza che affascinavano il mondo intero erano la proposta di una terza via, distinta da liberal capitalismo e comunismo, il superamento della lotta di classe attraverso lo strumento corporativo, il dirigismo statale in economia, il partito unico, la partecipazione attiva dei cittadini attraverso la mobilitazione nelle diverse articolazioni della società civile. Senza dimenticare l’enfasi sulla valorizzazione delle nuove generazioni.
L’integralismo brasiliano non si limitò a una mera imitazione politico-ideologica dell’esperienza italiana ma ne riprodusse i tratti caratteristici. Il movimento si radicò nella dinamica della società brasiliana dell’epoca e riuscì a trasmettere ai suoi militanti i valori e le parole d’ordine contenute nelle opere teoriche dei suoi principali ideologhi. La base sociale degli aderenti all’Aib appare analoga a quella dei movimenti fascisti, nonostante le diversità esistenti tra il Brasile e le nazioni del Vecchio Continente.
Lo storico Helgio Trindade, pioniere degli studi sull’Integralismo, lo spiega sottolineando come «al contrario che in Europa, dove le classi medie si sentivano minacciate sia per la crisi economica sia per la perdita di status o per l’aggressività della lotta operaia, le classi medie del Brasile dell’epoca si trovavano in rapida ascesa sociale e alla ricerca di una posizione di potere nella società. Tuttavia tale volontà di ascesa sociale era bloccata per l’assenza di un progetto politico capace di liberarla dal controllo delle tradizionali classi dominanti».
Intorno a Salgado le migliori intelligenze del Brasile
Il clima politico europeo fece sì che l’integralismo fosse la risposta prescelta. Intorno all’Aib di Plínio Salgado e di intellettuali del calibro di Michele Reale e Gustavo Barroso si radunarono così le migliori intelligenze dell’epoca, dando appunto vita al primo moderno partito politico di massa del Brasile.
Ostacolo insormontabile alla conquista integralista del potere fu il presidente della Repubblica in carica, l’autocrate Getulio Vargas. Il 10 novembre 1937, invece di far svolgere le elezioni presidenziali, decise per la permanenza al potere attraverso un colpo di Stato. Nel suo Estado Novo non c’era posto per l’integralismo e l’Aib fu dichiarata fuori legge e disciolta. L’anno successivo Salgado sarà costretto all’esilio in Portogallo.
Politicamente Vargas è erede dei marescialli positivisti che nel 1889 cacciarono dal paese la famiglia imperiale, dopo che l’anno precedente la Monarchia aveva abolito la schiavitù, e proclamarono la Repubblica.
L’Estado Novo di Getulio Vargas
La concezione politica di Getulio Vargas rispecchia in pieno il motto «ordine e progresso» scelto dai repubblicani per gli Stati Uniti del Brasile e che da allora campeggia nella bandiera nazionale: rafforzamento del potere statale e modernizzazione del Paese, mantenimento dell’ordine e del potere delle élite, assenza di una precisa base dottrinale, nessun interesse per una mobilitazione popolare.
Pur non nutrendo Bertonha una particolare simpatia né per Salgado né per l’integralismo, la biografia dello Jefe Nacional dell’Aib è accurata e si sforza di dare un quadro quanto più completo del pensiero dei protagonisti e del contesto politico brasiliano. Nell’introduzione al libro accenna anche alle difficoltà nelle quali lo storico si imbatte nell’utilizzare il termine «destra» per descrivere realtà diverse tra loro.
La trappola della destra
Penso che si possa fare maggiore chiarezza rinunciando del tutto ad usare tale termine: Vargas è ordem e progresso in difesa dello status quo. Salgado è conservazione di valori eterni e al tempo stesso rivoluzione nella proposta politica e sociale e nella mobilitazione della società.
Come lo spagnolo Francisco Franco è altra cosa rispetto ai falangisti eredi di José Antonio Primo de Rivera, il portoghese Salazar rispetto ai nazional-sindacalisti di Rolaõ Preto, così Getulio Vargas è cosa diversa dagli integralisti di Plinio Salgado.
Non rami di uno stesso albero ma essenze arboree diverse e distanti tra loro. Se Bertonha meritoriamente si pone il problema della confusione in cui incorre chi lavora con «diverse destre» ci sono anche coloro (pochi) che, senza un intento strumentale, considerano Vargas fascista.
Una vera incongruenza storica se si considera che il dittatore brasiliano non solo rifiutò di fare dell’Integralismo la base dottrinale del suo Estado Novo, disciolse l’Aib ed esiliò il suo capo, ma arrivò direttamente ad attaccare l’Italia fascista.
Il Brasile e Salgado nel post-1945
Sia pure dopo una certa resistenza, Vargas cedette alle pressioni statunitensi e dichiarò guerra a Italia, Germania e Giappone, emanò leggi repressive contro gli immigrati provenienti da questi paesi, considerati «sudditi dell’Asse», arrivando addirittura a inviare un corpo di spedizione a combattere sul fronte italiano.
Quando nel 1946 Plínio Salgado ritornò in patria dall’esilio in Portogallo, tutto è cambiato. Quello che era un modello da seguire è divenuto un stigma e il mondo è ormai governato dalle due grandi potenze nucleari Stati Uniti e Unione Sovietica.
La maggior parte dei quadri dell’Aib ha compreso che la partita è definitivamente persa e non intende seguire lo Jefe Nacional che si è posto alla guida di una nuova formazione politica il Partido de Representação Popular (Prp).
Il Brasile è nella sfera di influenza degli Usa che presto si sono liberati di Vargas, poco disposto a rinunciare alla piena sovranità nazionale.
Il Prp deve accettare la logica democratica e tenere conto dei mutati equilibri mondiali. Mette così la sordina alla critica del liberal capitalismo e accentua il suo anticomunismo. Riuscirà appieno ad inserirsi pienamente nella vita democratica del Brasile post-1945. Fatte le dovute proporzioni l’impegno politico degli ex integralisti nel Prp ricorda quello degli ex fascisti italiani nel Movimento Sociale Italiano.
La biografia prosegue seguendo le alterne vicende dell’attività politica e culturale di Plínio Salgado che si allenterà soltanto poco prima della morte nel 1975. Il giudizio che Bertonha dà sugli ultimi anni di attività dell’ex capo integralista è probabilmente ingeneroso, considerando che si parla di un uomo di quasi ottant’anni, che ha affrontato l’agone politico per quasi mezzo secolo.
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Vincenzo Fratta
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