La Fomo è stata definita scientificamente nel 2013: è descritta come la paura persistente che altre persone stiano vivendo esperienze gratificanti dalle quali si è esclusi, accompagnata dal bisogno continuo di rimanere aggiornati sulle loro attività. Non si tratta di invidia, ma di un meccanismo psicologico più complesso
Ogni estate i social network si trasformano in una galleria di immagini che raccontano spiagge tropicali, aperitivi al tramonto, trekking panoramici e soggiorni in località da sogno. Facebook, Instagram e TikTok restituiscono l’impressione che tutti stiano vivendo esperienze straordinarie. Ma quella che osserviamo è solo una parte della realtà: una selezione di momenti accuratamente scelti, modificati e condivisi per mostrare il lato migliore di una vacanza. Questo fenomeno non è privo di conseguenze. Sempre più studi dimostrano che l’esposizione continua a contenuti idealizzati può incidere sul benessere psicologico, alimentando sentimenti di inadeguatezza, insoddisfazione e ansia da confronto.
Dal confronto sociale alla Fomo
Il bisogno di confrontarsi con gli altri è un processo naturale. Già nel 1954 lo psicologo statunitense Leon Festinger, con la sua Social Comparison Theory, spiegava come gli individui tendano a valutare capacità, successi e qualità personali mettendosi in relazione con chi li circonda. L’arrivo dei social media ha però modificato profondamente questo meccanismo. Oggi il confronto non avviene più con persone che conosciamo nella loro quotidianità, ma con immagini costruite e spesso lontane dalla realtà. Si confronta la propria vita autentica con la versione “editata” di quella degli altri. Secondo gli psicologi, questo processo prende il nome di upward social comparison, cioè confronto sociale verso l’alto: ci si paragona a chi appare più felice, più realizzato o economicamente più privilegiato. Quando diventa abituale, questo tipo di confronto può ridurre la soddisfazione personale e compromettere l’autostima.
Cos’è la Fomo
In questo contesto nasce la Fomo (Fear of Missing Out), un termine entrato ormai nel linguaggio comune ma definito scientificamente nel 2013 dagli psicologi Andrew Przybylski, Kou Murayama, Cody DeHaan e Valerie Gladwell dell’Università di Essex. Nel loro studio, pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior, la Fomo viene descritta come la paura persistente che altre persone stiano vivendo esperienze gratificanti dalle quali si è esclusi, accompagnata dal bisogno continuo di rimanere aggiornati sulle loro attività. Non si tratta semplicemente di invidia. È un meccanismo psicologico più complesso che genera la sensazione di essere sempre nel posto sbagliato, di non vivere abbastanza esperienze significative e di perdere continuamente occasioni importanti.
Perché la Fomo aumenta in estate
L’estate rappresenta il terreno ideale per la Fomo. Le vacanze costituiscono infatti uno dei momenti dell’anno maggiormente condivisi online. Chi continua a lavorare, rimane in città o affronta limitazioni economiche può percepire un forte divario tra la propria quotidianità e quella mostrata dagli altri. Il problema non è che qualcuno stia trascorrendo una bella vacanza, ma la continua esposizione a immagini che trasmettono l’idea che tutti, tranne noi, stiano vivendo qualcosa di eccezionale. Le piattaforme digitali, inoltre, utilizzano algoritmi che tendono a mostrare i contenuti con maggiore coinvolgimento emotivo. Di conseguenza, fotografie spettacolari, video di viaggi esclusivi e racconti entusiasmanti compaiono con maggiore frequenza nei feed, rafforzando l’impressione che quella rappresentazione sia la normalità.
Cosa dice la ricerca scientifica
Negli ultimi dieci anni numerosi studi hanno analizzato la relazione tra utilizzo dei social media e salute mentale. Una revisione pubblicata su Current Opinion in Psychology evidenzia come il confronto sociale online sia uno dei principali meccanismi attraverso cui i social possono influenzare il benessere psicologico, soprattutto quando l’utilizzo è passivo, cioè limitato all’osservazione dei contenuti altrui senza reali interazioni. Anche una ricerca condotta dagli psicologi Holly Shakya e Nicholas Christakis, pubblicata sull’American Journal of Epidemiology, ha osservato che un uso più intenso di Facebook era associato, nel tempo, a una riduzione del benessere soggettivo e della soddisfazione di vita. Gli autori sottolineano che il problema non è la piattaforma in sé, ma il modo in cui viene utilizzata e il confronto continuo che essa può favorire.
Un altro contributo importante arriva dagli studi dello psicologo Ethan Kross dell’Università del Michigan, che hanno mostrato come una maggiore esposizione ai social possa essere associata a un peggioramento dell’umore quando prevale l’osservazione passiva della vita degli altri. Naturalmente, gli esperti invitano alla prudenza: queste ricerche descrivono associazioni e non dimostrano necessariamente un rapporto di causa-effetto. Tuttavia, il quadro complessivo suggerisce che il confronto sociale online rappresenti un fattore di rischio per il benessere psicologico, soprattutto nelle persone più vulnerabili.
La trappola della vacanza perfetta
Le immagini pubblicate online raccontano quasi esclusivamente i momenti migliori di un viaggio. Nessuno fotografa le ore trascorse in coda in aeroporto, le discussioni con il partner, il maltempo o la stanchezza accumulata durante gli spostamenti. Si crea così una narrazione incompleta che porta il cervello a costruire un’immagine irrealistica della vita altrui. Gli psicologi parlano di idealizzazione selettiva: vengono mostrati solo gli aspetti positivi, mentre tutto il resto rimane fuori dall’inquadratura. Questo meccanismo può modificare anche la percezione delle proprie esperienze. Una semplice giornata al mare, una passeggiata in montagna o una vacanza vicino casa rischiano di apparire meno gratificanti semplicemente perché vengono confrontate con contenuti eccezionali e altamente spettacolarizzati.
Quando la vacanza diventa una performance
La pressione non riguarda soltanto chi osserva, ma anche chi pubblica. Sempre più persone organizzano itinerari, scelgono ristoranti o visitano determinate località pensando alla fotografia da condividere piuttosto che all’esperienza in sé. Gli studiosi parlano di self-presentation, ovvero della costruzione intenzionale della propria immagine pubblica. Il rischio è che il viaggio perda parte della sua funzione originaria – riposo, scoperta, relazione – trasformandosi in una continua produzione di contenuti destinati ai social. La ricerca mostra che questa costante attenzione all’approvazione degli altri può aumentare lo stress e ridurre la capacità di vivere pienamente il momento presente.
Come proteggersi dall’ansia da confronto
Gli psicologi suggeriscono innanzitutto di sviluppare una maggiore consapevolezza del funzionamento dei social media. Ricordare che ciò che compare nel feed rappresenta una selezione accurata della realtà permette di ridimensionare il confronto. Può essere utile anche limitare il tempo trascorso sulle piattaforme durante le vacanze, evitando il controllo compulsivo dei contenuti. Alcuni studi indicano che ridurre anche solo di trenta minuti al giorno l’utilizzo dei social può migliorare il benessere percepito e diminuire il confronto sociale. Infine, è importante recuperare il valore dell’esperienza vissuta. Le emozioni più significative spesso nascono da momenti semplici: una conversazione, una passeggiata, una giornata trascorsa con le persone care. Esperienze che raramente diventano virali, ma che contribuiscono in modo concreto al benessere psicologico. La psicologia concorda su un punto fondamentale: la felicità non coincide con ciò che appare online. Il benessere deriva dalla qualità delle relazioni, dal senso di appartenenza, dalla possibilità di vivere esperienze coerenti con i propri valori e dalla capacità di essere presenti nel momento.
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Maria Dal Monte
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