Le vacanze per molti ormai sono un esperimento di disconnessione fallito: si cambia città, si spegne il pc e si accende lo smartphone. Qual è il vero lusso
Quel “un attimo” è la vera unità di misura delle vacanze contemporanee. Perché chi lavora oggi spesso non vanno realmente in ferie. Si trasferisce semplicemente in un’altra località portandosi dietro ancora qualcosa da fare. Può essere al mare, in montagna, in aeroporto, sotto un ombrellone o davanti a un tramonto da fotografare: il telefono è sempre lì, appoggiato accanto al cocktail, pronto a ricordargli che la civiltà digitale non contempla il diritto all’oblio.
In generale è una realtà per tantissimi lavoratori ma ci sono delle categorie ancora più “colpite”. Prendiamo il medico. Può anche aver preparato la valigia, prenotato l’albergo e promesso a se stesso di non pensare al lavoro. Ma prima o poi arriverà il messaggio: «Dottore, una cosa al volo…». E quella “cosa al volo” raramente dura trenta secondi. Poi c’è l’ingegnere, che magari si trova finalmente davanti a un mare cristallino. Guarda l’orizzonte, respira profondamente, si concede un momento di pace. Poi arriva una PEC. Fine della vacanza. L’architetto non è messo meglio: può contemplare una splendida facciata barocca, ma nel frattempo qualcuno gli invierà una planimetria «giusto per un parere velocissimo».
Il giornalista, invece, vive una forma ancora più sofisticata di ferie: quella in cui continua a cercare notizie anche quando teoricamente dovrebbe stare cercando solo un parcheggio. Perché la notizia non va mai in ferie. E se proprio deve succedere qualcosa di importante, naturalmente accadrà il giorno in cui si è deciso di spegnere tutto.
La legge non scritta “dell’ultima cosa”
Esiste poi una categoria professionale trasversale, quella dell’«ultima cosa». È una frase pericolosissima. Perché l’ultima cosa genera una seconda ultima cosa, che produce una terza ultima cosa, fino a quando ci si ritrova seduti sul bordo del letto alle 23.47, con il trolley ancora aperto e il computer sulle ginocchia. E quando finalmente si parte, il lavoro non resta a casa. Viene nel bagaglio a mano. Dentro lo smartphone convivono email, WhatsApp, PEC, gruppi di lavoro, notifiche, documenti, chiamate perse e quella misteriosa applicazione che, proprio mentre si sta ordinando una granita, decide di segnalare qualcosa di “urgente”.
Urgente. Una parola che durante le ferie assume un significato completamente diverso. Urgente può voler dire che il mondo sta per finire oppure che qualcuno ha semplicemente bisogno di una risposta entro cinque minuti. Naturalmente, non si scoprirà mai quale delle due sia la situazione reale senza aprire il messaggio.
E quindi si apre. La notifica dell’ultimo minuto Il vero nemico delle ferie moderne è la notifica. Non importa quanto sia bello il posto in cui ci troviamo. Possiamo essere davanti a un tramonto spettacolare, con il mare che sembra dipinto e una temperatura perfetta. *Din*. Una notifica. In quel preciso momento il cervello passa dalla modalità “relax” alla modalità «che succede?».
Si prende il telefono. Si guarda. Si legge. Si risponde. E il gioco è fatto. La disconnessione è durata esattamente otto secondi. Il problema è che ormai siamo talmente abituati a essere reperibili che, qualche volta, siamo noi stessi a cercare il lavoro quando nessuno ce lo chiede. Controlliamo la posta «per sicurezza». Guardiamo WhatsApp «solo un secondo». Apriamo LinkedIn «giusto per vedere».
Controlliamo le statistiche del sito. Guardiamo se è arrivata una nuova richiesta. E quando non è arrivato niente, ci sentiamo quasi delusi. Ma le ferie vere esistono ancora? Forse sì. Ma sono diventate una forma di lusso. Essere veramente irraggiungibili oggi richiede una certa dose di coraggio.
Significa lasciare il telefono in borsa, non controllare la posta, non rispondere immediatamente, non sentirsi indispensabili e, soprattutto, accettare l’idea che il mondo possa tranquillamente andare avanti senza di noi per qualche giorno. È una piccola rivoluzione. Perché siamo diventati professionisti sempre connessi, sempre aggiornati, sempre reperibili.
E la tecnologia, che avrebbe dovuto regalarci più tempo, spesso ci ha regalato semplicemente più modi per lavorare. Prima c’era l’ufficio. Adesso l’ufficio è ovunque. È sulla spiaggia, sul treno, al ristorante, in aeroporto. È nella camera d’albergo e perfino sul lettino del lido. La differenza è che oggi il collega non bussa alla porta. Manda un WhatsApp.
La vacanza del futuro
La vacanza del futuro? Spegnere tutto. Forse, allora, la vera vacanza del futuro sarà molto semplice: spegnere il telefono. Non metterlo in modalità silenziosa. Non girarlo a faccia in giù. Non attivare la modalità “non disturbare” lasciando comunque aperte le notifiche del capo, del cliente e del gruppo di lavoro. Spegnere. Davvero.
Perché essere disconnessi, oggi, è diventato quasi più difficile che essere connessi. E forse le ferie servono proprio a questo: a ricordarci che non siamo soltanto il nostro lavoro, il nostro ruolo, la nostra casella di posta elettronica. Per qualche giorno possiamo anche permetterci di non sapere cosa sta succedendo. Anzi, possiamo fare qualcosa di ancora più rivoluzionario. Non fare niente. Niente email. Niente PEC. Niente telefonate. Niente «solo un’ultima cosa».
E se proprio arriva una notifica? Si guarda il telefono. Si sorride. E si rimette in tasca. Perché, almeno in ferie, il mondo può aspettare. La PEC, stranamente, sopravviverà.
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