Da settembre 2027 la scuola italiana rischia di perdere 4.925 docenti e 2.049 unità di personale Ata. È il taglio previsto dalla manovra, che il governo attribuisce al calo demografico e che i sindacati contestano, preparando la mobilitazione. Intanto, nei licei occupati, gli studenti chiedono di essere ascoltati. Matteo Saudino legge questa distanza attraverso una distinzione che rimanda alla Francia dell’Ottocento: quella tra il “Paese legale” del suffragio censitario e il “Paese reale” escluso dalla rappresentanza, uno scarto che nel 1848 contribuì alla crisi della monarchia di Luigi Filippo.
Saudino insegna storia e filosofia nei licei di Torino da vent’anni e con BarbaSophia ha costruito il più seguito canale YouTube italiano dedicato alla filosofia e alla storia. Nel suo nuovo libro, Pensieri stupendi. Sette parole per capire il mondo con la filosofia (Einaudi), attraversa con Socrate, Karl Marx e Hannah Arendt quella che definisce “l’èra della Grande Crisi” e sceglie sette parole per orientarsi nel mondo e immaginare una società più giusta. Tra queste c’è “conflitto”: con i licei occupati e i tagli in arrivo, il presente si incarica di darle un significato molto concreto.
Quando parla di distanza tra “Paese legale” e “Paese reale”, sta descrivendo qualcosa che va ben oltre la scuola?
È qualcosa che riguarda l’intera società italiana. Penso ai lavoratori dipendenti, alle partite Iva, alle famiglie numerose: la difficoltà di arrivare a fine mese si misura anche nelle rinunce quotidiane, dallo sport a una pizza, fino a una serata al cinema. Quando ho richiamato il “Paese legale” e il “Paese reale” pensavo anche alla Francia del 1848, quando la monarchia di Luigi Filippo rimase sorda alle richieste di riforma fino all’insurrezione di Parigi. Siamo lontanissimi da quello scenario, naturalmente. Ma anche oggi vedo una frattura profonda tra le condizioni materiali in cui vivono le persone e la capacità della politica di rappresentarle e dare loro risposta.
È uno scarto che vede anche tra i suoi studenti, nelle richieste che avanzano e nelle risposte che ricevono?
Sì. Chiedono educazione sesso-affettiva, più investimenti nella scuola, più laboratori: spesso non arriva alcuna risposta, mentre le risorse vengono ridotte. Lo stesso accade nella sanità, con liste d’attesa sempre più lunghe e risposte insufficienti. Poi, però, si trovano fondi per bonus e sgravi fiscali rivolti soprattutto ai settori sociali più vicini all’elettorato dell’attuale maggioranza.
Secondo il Corriere della Sera, in Consiglio dei ministri dei tagli non si sarebbe discusso e Giuseppe Valditara ne avrebbe appreso l’entità dalle tabelle del ministero dell’Economia. Che cosa suggerisce il fatto che il ministro venga a conoscenza così tardi di una misura che riguarda direttamente la scuola?
Conferma che il ministero dell’Istruzione, ormai da decenni, pesa pochissimo. Quando si forma un governo, la competizione riguarda l’Economia, l’Interno, gli Esteri. L’Istruzione, come la Sanità, è diventato un dicastero poco ambito, perché significa soprattutto amministrare tagli e restrizioni. Valditara cerca di compensare dando al suo mandato una forte connotazione ideologica, insistendo sulla centralità dell’Occidente e della storia italiana. Ma, alla fine, il peso di un ministero si misura sulle risorse e sulle scelte concrete.
Merito, disciplina, valutazione, responsabilità: sono le parole d’ordine di questi anni. Quanto possono reggere, però, se mancano personale, spazi e investimenti?
Si parla di inclusione, centralità degli studenti, educazione personalizzata. Poi, nella realtà, le risorse sono pochissime. È un declino che viene da lontano, e quasi tutti i ministri dell’Istruzione finiscono per soffrire della sindrome di Napoleone: vogliono lasciare il segno con una riforma, ma quasi sempre a costo zero. Se vuoi cambiare davvero la scuola, devi investirci: nell’edilizia, nella stabilizzazione del personale, nei laboratori. Ribadisco: senza risorse, restano soprattutto le operazioni ideologiche.
L’obiezione, però, è sempre la stessa: i soldi non ci sono.
Il problema delle coperture esiste: l’Italia ha un debito pubblico molto alto. Ma le risorse dipendono anche dalle scelte politiche. Se non si rafforza il contrasto all’evasione, si esclude una patrimoniale e contemporaneamente si aumenta la spesa per difesa e sicurezza, lo spazio per altre priorità si restringe. L’impegno assunto in sede Nato prevede di arrivare entro il 2035 al 5 per cento del Pil, anche se non si tratta interamente di spesa militare in senso stretto. È una questione di priorità: quali risorse destiniamo alla scuola, alla sanità, ai giovani? Intanto si continua con le definizioni agevolate delle cartelle e si amplia il regime della flat tax.
Che posto riserva oggi l’Italia ai suoi giovani?
Siamo un Paese di vecchi, che ai ragazzi contesta praticamente tutto. Se protestano, sono troppo pacifici o troppo violenti; non va bene la musica che ascoltano, non va bene come si vestono. Li si giudica prima ancora di ascoltarli. Sembra quasi che li si preferisca a casa o nei centri commerciali, ridotti al ruolo di consumatori. Appena provano a conquistarsi uno spazio pubblico, vengono attaccati. Eppure conoscono bene il mondo adulto che li aspetta: titoli di studio che valgono sempre meno, lavori sottopagati, affitti proibitivi, trasporti sempre più costosi. Per i ragazzi immigrati, poi, gli ostacoli sono ancora maggiori.
Ci spieghi.
A un ragazzo cresciuto in una famiglia immigrata, magari con genitori che svolgono i lavori più faticosi, sembra quasi non sia concesso neppure desiderare una vita migliore. Il dibattito sulla cittadinanza rende questa contraddizione ancora più evidente: possiamo riconoscerla a chi vive dall’altra parte del mondo in virtù delle proprie origini italiane e negarla a chi è cresciuto qui, parla italiano ed è italiano in tutto e per tutto. A quel punto non è più soltanto una questione di destra o di sinistra. È una questione di quale futuro un Paese sia capace di immaginare, e per chi.
In questi giorni abbiamo incontrato gli studenti di alcuni licei occupati a Roma. Abbiamo trovato proteste pacifiche e ragazzi che discutono di questioni che vanno ben oltre la scuola. Che cosa ne pensa?
Dobbiamo sperare che i ragazzi si mobilitino sempre di più. Penso a Camus e alla rivolta come risposta all’assurdo e all’ingiustizia: non una ribellione fine a se stessa, ma il rifiuto di accettare passivamente ciò che non funziona. Viviamo in un Paese in cui cinema e teatro sono in crisi, l’innovazione è debole, nascono poche imprese e i salari restano bassi. Mai come ora abbiamo bisogno di giovani che facciano sentire la propria voce.
Eppure questa generazione viene spesso raccontata come distratta, assorbita dagli schermi, poco attenta a ciò che accade intorno.
È uno stereotipo che rigetto. Nei ragazzi vedo una forte sensibilità ecologica, una maggiore attenzione alle questioni di genere, ai diritti, alla disabilità. Il paradosso è che noi adulti chiediamo loro una disciplina che per primi non pratichiamo: siamo dipendenti dai cellulari, ci distraiamo durante le riunioni, passiamo ore online. Poi pretendiamo che loro siano sempre concentrati, lucidi, impeccabili. In realtà comprendono il presente molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Che cosa perde un Paese che non sa riconoscere questa energia?
Tarpare le ali ai giovani significa tarparle al Paese stesso. Sono loro a scrivere canzoni, creare, andare ai concerti, fare sport: tengono viva una parte essenziale della nostra vita culturale. Se spegniamo quella spinta, rischiamo di diventare un Paese dormitorio. Anche per questo la scuola deve essere politica, nel senso più alto del termine: coltivare il dubbio, interrogare il presente, immaginare il futuro. Deve essere un luogo in cui si pensa, si discute, si sperimenta. Non un museo delle cere.
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