Il 30 ottobre: porti, lavoro e conflitto contro la guerra
Lo sciopero generale proclamato da USB per il 30 ottobre si colloca nel quadro della giornata internazionale di mobilitazione dei portuali contro la guerra e la militarizzazione delle infrastrutture. La piattaforma USB collega questa iniziativa alla lotta contro il carovita, alla difesa dei salari e delle pensioni e alla tutela dei servizi pubblici.
Il ruolo dei porti è strategico. Sono nodi fondamentali della circolazione delle merci e della logistica, ma possono diventare anche luoghi di conflitto contro l’utilizzo delle infrastrutture a sostegno delle guerre e del traffico di armamenti.
La lotta contro la militarizzazione non può essere lasciata alle sole dichiarazioni pacifiste: deve misurarsi con i processi produttivi, con le scelte industriali e con il potere di chi lavora di intervenire concretamente sui meccanismi materiali che sostengono l’economia di guerra.
Per noi, questa giornata deve rappresentare un’occasione per rafforzare il legame tra opposizione alla guerra e conflitto sociale. Perché la guerra non produce soltanto distruzione e morte: alimenta la competizione economica, giustifica la militarizzazione delle infrastrutture e contribuisce a subordinare le risorse pubbliche a interessi che non coincidono con quelli delle classi lavoratrici.
Non basta denunciare il riarmo. Occorre rivendicare un diverso modello di sviluppo, nel quale il lavoro non sia ostaggio delle esigenze militari e le infrastrutture strategiche siano orientate a finalità sociali, civili e collettive.
Il 20 novembre: la convergenza tra lavoro e studenti
Il 20 novembre, giornata in cui la CGIL ha proclamato lo sciopero generale, assume una particolare rilevanza per la possibilità di mettere in relazione la mobilitazione sindacale con quella studentesca e con il movimento contro il riarmo europeo.
La giornata nasce dentro un percorso di mobilitazione contro la guerra e per la difesa dello stato sociale, con l’obiettivo di mettere in relazione esperienze e soggetti differenti. In Italia, la coincidenza con la tradizionale mobilitazione studentesca di novembre può offrire un’occasione importante di convergenza. Questa possibilità va colta fino in fondo.
Il mondo della formazione non è separato dal mondo della produzione. La militarizzazione della scuola, dell’università e della ricerca, la precarizzazione del lavoro, l’assenza di prospettive per le giovani generazioni e la subordinazione delle scelte industriali alle esigenze militari appartengono a un medesimo modello sociale.
Le mobilitazioni studentesche e le nuove forme di attivazione giovanile che attraversano le piazze indicano l’esistenza di energie che non possono essere ignorate perché non coincidono con le organizzazioni tradizionali. Sono esperienze con cui confrontarsi, costruire relazioni e aprire spazi di iniziativa comune.
Non si tratta di considerare le giovani generazioni come un semplice bacino da mobilitare, ma di riconoscerne la capacità di esprimere bisogni, conflitti e domande politiche che interrogano anche il movimento operaio e le sue forme organizzative.
La convergenza tra lavoratrici, lavoratori, studentesse e studenti non può ridursi a una coincidenza di date o a una presenza comune in piazza. Deve diventare la possibilità di costruire un terreno condiviso di rivendicazione, capace di unire la difesa dei diritti sociali alla lotta contro la guerra e la militarizzazione.
Per questo il 20 novembre può rappresentare un passaggio decisivo: non perché cancelli le differenze tra le organizzazioni, ma perché rende evidente la necessità di superarle sul terreno concreto della mobilitazione.
Il 4 dicembre: il conflitto non può diventare una competizione tra sigle
Anche lo sciopero generale del 4 dicembre, proclamato da diverse organizzazioni del sindacalismo di base contro il riarmo e le politiche economiche del governo, si colloca in questa stagione di mobilitazione.
Le differenze tra le organizzazioni sindacali sono reali e riguardano piattaforme, strategie, pratiche contrattuali, modelli di rappresentanza e valutazioni politiche. Non possono essere cancellate con un richiamo generico all’unità.
Ma riconoscere queste differenze non significa accettare che la separazione diventi una condizione permanente, né che lavoratrici e lavoratori impegnati contro le stesse politiche siano condannati a mobilitarsi senza un confronto sulle possibilità di convergenza.
La pluralità delle proclamazioni deve interrogarci sulla capacità del movimento operaio di costruire una risposta adeguata alla fase politica attuale. Non ci interessa stabilire quale organizzazione debba prevalere sulle altre. Ci interessa che il conflitto cresca, produca risultati e rafforzi la capacità collettiva di incidere sui rapporti di forza.
Per questo anche il 4 dicembre deve essere considerato dentro una prospettiva più ampia: valorizzare le ragioni della mobilitazione, sostenere la partecipazione e lavorare affinché le differenze organizzative non diventino un motivo per rinunciare a un orizzonte comune.
Unire le lotte: dal carovita alla Palestina, dai luoghi di lavoro alle piazze
La questione decisiva non è soltanto la successione delle tre giornate di sciopero. È la possibilità di saldare le diverse mobilitazioni che attraversano il Paese.
Le lotte contro il carovita, le rivendicazioni salariali, le mobilitazioni per la Palestina, le proteste contro il riarmo, le agitazioni studentesche, le vertenze industriali e le battaglie per il diritto all’abitare non possono essere considerate compartimenti separati. Sono espressioni differenti di contraddizioni che attraversano la società e che investono le condizioni materiali di vita, il controllo delle risorse, l’organizzazione della produzione e la distribuzione della ricchezza.
La lotta per la Palestina, in particolare, ha mostrato come una mobilitazione politica internazionale possa coinvolgere energie sociali ampie e aprire spazi di conflitto che vanno oltre i soggetti organizzati tradizionali. Quella spinta non può essere separata dalla battaglia contro il riarmo, così come la lotta contro la guerra non può essere disgiunta dalla difesa dei salari, delle pensioni e dei servizi pubblici.
Non basta dichiararsi contro la guerra se si accetta un modello economico che sottrae risorse ai bisogni sociali per destinarle agli armamenti. Non basta rivendicare aumenti salariali se non si affrontano i meccanismi che alimentano il carovita e trasferiscono ricchezza dal lavoro al capitale.
La ricomposizione del conflitto significa proprio questo: riconoscere il legame tra le diverse forme di sfruttamento e trasformare rivendicazioni separate in una forza collettiva capace di mettere in discussione le scelte politiche ed economiche dominanti.
Questa prospettiva richiede radicamento nei luoghi di lavoro, organizzazione nei territori, confronto tra esperienze differenti e partecipazione dal basso. Non si costruisce attraverso sommatorie di sigle o accordi formali, ma attraverso obiettivi condivisi e la capacità di dare continuità alle mobilitazioni.
L’autonomia dell’APO, dentro il conflitto
L’Assemblea Permanente Operaia attraverserà le tre giornate di sciopero generale con la propria autonomia politica, la propria identità di classe e la volontà di contribuire alla ricomposizione delle lotte.
Non ci appiattiamo sulle singole organizzazioni sindacali e non rinunciamo alla critica delle scelte che riteniamo sbagliate o insufficienti. Ma la nostra autonomia non significa isolamento, né ci porta a considerare le divisioni esistenti come un dato immutabile.
Al contrario, ci assumiamo la responsabilità di stare dentro i processi reali di mobilitazione, sostenere le ragioni del conflitto e lavorare affinché le diverse giornate possano concorrere alla costruzione di una prospettiva comune.
Attraverseremo queste date senza considerarle equivalenti per origine, contesto e potenzialità, ma senza permettere che le differenze diventino un alibi per la passività. La nostra attenzione sarà rivolta alla partecipazione effettiva delle lavoratrici e dei lavoratori, alla capacità di fermare la produzione, alla costruzione di legami con le mobilitazioni studentesche e sociali e alla possibilità di dare continuità alle lotte anche dopo le singole giornate.
Perché non basta proclamare uno sciopero: occorre costruire le condizioni affinché sia partecipato, incisivo e capace di lasciare un segno nei rapporti di forza.
La radicalità non si misura dal numero delle proclamazioni o dalla distanza formale tra le organizzazioni. Si misura nella capacità di organizzare il conflitto, conquistare diritti, contrastare lo sfruttamento e costruire una prospettiva di trasformazione sociale.
Non ci interessa scegliere quale sigla debba prevalere. Ci interessa che prevalgano gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, che cresca la capacità di organizzarsi e che la rabbia sociale possa trasformarsi in forza collettiva.
Non tre recinti, ma un percorso di lotta
Tre scioperi generali in poco più di un mese non sono, di per sé, la misura della forza del movimento operaio. Possono rappresentare occasioni importanti di mobilitazione, ma rischiano di disperdere energie se non vengono inseriti in una prospettiva capace di costruire continuità, organizzazione e convergenza.
Per questo riteniamo necessario andare oltre la semplice successione delle date. Occorre rafforzare le vertenze nei luoghi di lavoro, costruire assemblee e momenti di confronto, sostenere le mobilitazioni sociali, aprire un dialogo reale con il movimento studentesco e promuovere iniziative comuni contro la guerra, il carovita e lo sfruttamento.
L’obiettivo non è uniformare le esperienze né cancellare le differenze politiche e sindacali. È costruire le condizioni affinché queste differenze non impediscano di agire insieme quando sono in gioco gli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e popolari.
L’Assemblea Permanente Operaia intende contribuire a questo percorso, nella convinzione che solo la crescita di una forza sociale organizzata possa contrastare l’offensiva reazionaria, le politiche del governo e gli interessi che subordinano la società alle esigenze del capitale e della guerra.
Tre date non devono diventare tre recinti. Le differenze non devono diventare un alibi per la divisione. Lo sciopero deve diventare organizzazione, la mobilitazione deve diventare continuità, la convergenza deve diventare forza collettiva.
Contro la guerra e il riarmo. Contro il carovita e lo sfruttamento. Per salari dignitosi, diritti sociali e servizi pubblici. Per la convergenza delle lotte e la ricomposizione del conflitto di classe.
Assemblea Permanente Operaia – Palermo”
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