#Finsubito news – I 140 anni di Pomini nel racconto dell’erede Luigi: “Mio padre vendette la sua collezione d’arte per investire nell’azienda”



«Mio padre vendette la sua collezione d’arte per investire nell’azienda. Non si poteva pensare di lasciare a casa della gente». C’è una storia di famiglia, ma soprattutto un modo di intendere l’impresa, nelle parole di Luigi Pomini, pronipote del fondatore della storica azienda meccanica di Castellanza, che quest’anno celebra 140 anni di attività. Una storia iniziata nel 1886, cresciuta attraverso quattro generazioni e arrivata a dare lavoro a 1.200 persone. Una storia che continua ancora oggi attraverso tre realtà industriali che portano il nome Pomini.

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I 140 anni di Pomini nel racconto dell’erede Luigi 4 di 6

Alla vigilia dell’Open Day di domenica 25 ottobre, quando lo stabilimento di Castellanza aprirà le porte alla comunità per celebrare i 140 anni di attività, Luigi Pomini ripercorre le origini dell’azienda, i ricordi di famiglia e il rapporto con i lavoratori.

Un racconto che anticipa quello che sarà proposto durante l’Open Day, già tutto esaurito con 300 posti prenotati, a testimonianza del forte legame tra la città e la storica azienda. Saranno infatti alcuni attori a far rivivere i protagonisti e i momenti più significativi di questi 140 anni di storia, ripercorrendo le vicende di una realtà industriale che ha segnato generazioni di lavoratori e famiglie del territorio.

«Tutto è cominciato con 100mila lire prestate da Andrea Ponti»

I 140 anni di Pomini nel racconto dell'erede Luigi

Inizio ‘900: Luigi Pomini, fondatore dell’azienda, insieme ai figli Egidio e Ottorino, che ne avrebbero raccolto l’eredità imprenditoriale.

Come è nata la Pomini?

«L’azienda è stata fondata nel 1886 dal mio bisnonno Luigi, che aveva lavorato per dieci anni con Andrea Ponti, diventando capomeccanico. Fu proprio Ponti, riconoscendone le capacità, a consigliargli di mettersi in proprio e a prestargli 300mila lire, una cifra enorme per l’epoca. Il mio bisnonno aveva una visione: in un terreno dove c’erano soltanto cespugli e nebbia, immaginava già l’azienda meccanica che sarebbe nata».

Come si è sviluppata l’azienda negli anni successivi?

«Dopo il bisnonno sono arrivati i suoi figli Egidio e Ottorino, mio nonno. Due figure molto diverse: Egidio aveva capacità imprenditoriali e gestionali, mentre Ottorino era una figura scientifica di spicco, tra i pionieri della meccanica italiana, autore di studi e brevetti importanti. In quegli anni l’azienda produceva soprattutto alberi motore, pulegge, cinghie e riduttori di velocità».

Quante persone lavoravano alla Pomini?

«L’azienda era partita nel 1886 con una decina di operai, poi è cresciuta fino a contarne 100-200 e a raggiungere gli 800 dipendenti nel 1962. Con mio zio Carlo e mio padre Luciano ci siamo aperti a nuovi mercati: laminazione dell’acciaio, rettifiche, gomma e plastica. Nel 1963 mio zio concluse un accordo con gli americani della Farrel, leader nei macchinari per gomma e plastica. L’azienda arrivò così a 1.200 dipendenti».

«Mio padre vendette la sua collezione d’arte per investire nell’azienda»

I 140 anni di Pomini nel racconto dell'erede Luigi
Luciano Pomini (a sinistra), padre di Luigi, insieme a Carlo Pomini, alla guida dell’azienda negli ultimi anni prima della vendita al gruppo Techint.

Nella storia della Pomini c’è sempre stata anche una forte attenzione al territorio e alle famiglie dei lavoratori.

«È vero. Già Egidio e Ottorino avevano promosso la costruzione dell’asilo Pomini, che esiste ancora oggi, per aiutare le famiglie di Castellanza. Ma c’è un episodio che racconta bene lo spirito imprenditoriale di allora. Negli anni Settanta si rese necessario un aumento di capitale e mio padre, per partecipare all’investimento, vendette la sua collezione d’arte. Non si poteva pensare di lasciare a casa delle persone». Nel 1983 Luciano Pomini donò inoltre al Comune di Castellanza una parte della sua collezione d’arte contemporanea, oggi patrimonio della città e legata a Villa Pomini.

Un modo di fare impresa molto diverso da quello attuale?

«Oggi si fanno i conti e, se non conviene, si riduce il personale. Allora c’era uno spirito diverso, non soltanto nella nostra famiglia. Si sacrificavano anche i profitti per reinvestirli nell’azienda e continuare a dare lavoro al territorio».

«Nel 1987 la vendita, ma il nome Pomini è rimasto»

I 140 anni di Pomini nel racconto dell'erede Luigi
Luigi Pomini durante un seminario tecnico dedicato alla miscelazione della gomma (Mixing) a Melbourne, in Australia

Poi nel 1987 è arrivata la vendita al gruppo Techint. Come ha vissuto quel passaggio?

«Di fronte ai nuovi scenari industriali e alle crisi, l’azienda è stata venduta. Io sono stato l’unico della famiglia a rimanere, non più come imprenditore ma come tecnico. Sono ingegnere chimico e ho continuato a lavorare nel settore della gomma e della plastica. Successivamente ho lavorato per dieci anni in Continental, che era stata una nostra cliente».

Che cosa le fa più piacere vedere oggi?

«Che il nome Pomini sia rimasto. È una cosa bellissima. Lo ritroviamo nella Pomini Long Rolling Mills di Legnano, nella Pomini Rubber & Plastics di Rescaldina e nella Pomini Tenova a Castellanza. Tre realtà che hanno conservato il nostro nome perché nel mercato i prodotti Pomini sono ancora riconosciuti e ricordati per la loro qualità».

«Ancora oggi ci ritroviamo a cena con gli ex dipendenti»

Dopo tanti anni, quanto è ancora forte il legame tra la famiglia Pomini, i lavoratori e Castellanza?

«È fortissimo. Ancora oggi, quando incontro persone a Castellanza, tanti ricordano la Pomini e raccontano episodi legati alla fabbrica. Con gli ex colleghi della divisione gomma e plastica organizziamo ancora delle cene. C’è un senso di appartenenza incredibile, che non si è mai perso».

Qual è il ricordo più bello che conserva dei suoi anni in azienda?

«Soprattutto la riconoscenza dei clienti. Mi occupavo anche dell’assistenza tecnica e, quando un macchinario aveva problemi, c’era sempre qualcuno pronto a intervenire, anche a Ferragosto o a Natale. Successivamente, lavorando in Continental, ho ritrovato molti macchinari Pomini e persone che conservavano un ottimo ricordo della nostra azienda e dell’assistenza ricevuta. Questo mi faceva capire quanto fossero motivate le persone che ci lavoravano. Il ricordo più bello è proprio la motivazione della gente».

«L’intelligenza artificiale non si ferma, ai giovani serve pensiero critico»

Un tempo la Pomini arrivava a 1.200 dipendenti, oggi la tecnologia permette di produrre di più con meno persone. E con l’intelligenza artificiale molti giovani temono di perdere il lavoro. Come vede questo cambiamento?

«Io sono favorevole alla tecnologia. Il progresso non si ferma, bisogna imparare a governarlo. Quello che mi preoccupa è che oggi ai giovani manchi spesso una formazione che insegni a usare la propria testa e a sviluppare un pensiero critico. Servirebbe studiare più filosofia, non soltanto materie tecniche. Lo dico io che ho fatto lo scientifico e ingegneria chimica. A mia nipote, quando era indecisa, ho consigliato il liceo classico».

Che impressione le ha fatto tornare nello stabilimento di Castellanza?

«Sono rimasto piacevolmente sorpreso. Dal 2004 non ero più entrato nello stabilimento Tenova. Rivederlo oggi è stato davvero bello».




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