Quando parliamo di prevenzione dobbiamo distinguere tre livelli: primaria, secondaria e terziaria. La prevenzione primaria serve a ridurre il rischio che una malattia compaia; la secondaria coincide con la diagnosi precoce, cioè con la ricerca di una malattia prima che dia sintomi; la terziaria riguarda invece le azioni che aiutano a ridurre complicanze, ricadute o peggioramenti quando una malattia c’è o dopo che è terminata.
Le prevenzioni più efficaci, quelle che coinvolgono un numero importante di persone e che hanno dimostrato risultati clinici documentati, sono soprattutto la primaria e la secondaria.
C’è da dire subito che la prevenzione non è una scienza esatta. Ogni proposta preventiva funziona solo se le persone scelgono di aderire. E chi lo fa è spesso già più attento alla propria salute: per questo non sempre rappresenta il gruppo più numeroso di persone che vorremmo raggiungere, intercettare o proteggere. La sfida, quindi, è fare in modo che i messaggi di prevenzione arrivino anche a chi è meno informato, meno motivato o più esposto al rischio.
La prevenzione primaria ha un campo di applicazione molto ampio. Si basa sugli stili di vita, sulle abitudini quotidiane, sui comportamenti individuali, sui luoghi di lavoro e su tutto ciò che possiamo fare, o evitare di fare, per ridurre il rischio di ammalarci. Vale in ogni ambito della medicina, anche quando parliamo di patologie meno frequenti o meno conosciute dal punto di vista epidemiologico.
Se vogliamo evitare le ustioni solari, una buona campagna di prevenzione primaria deve spiegare l’uso corretto delle creme protettive e l’importanza di esporsi al sole con prudenza. Se parliamo di obesità, entrano in gioco alimentazione e attività fisica. Se parliamo di tumore al polmone, il primo messaggio resta quello di non fumare. Se parliamo di malattie infettive, uno degli strumenti principali è la vaccinazione.
Ogni attività esercitata in modo incongruo, ogni abitudine dannosa o sottovalutata, può contribuire nel tempo alla comparsa di una malattia che, almeno in parte, sarebbe evitabile. Per questo i soldi spesi per la prevenzione primaria sono soldi spesi bene: prevenire costa meno, alla persona e alla collettività, che curare una malattia già presente.
La prevenzione secondaria è un’altra cosa. È diagnosi precoce. Significa che il sistema sanitario non aspetta che la persona arrivi con un sintomo, ma prova a cercare una determinata malattia in un gruppo preciso di popolazione, attraverso esami mirati.
Per fare bene prevenzione secondaria bisogna sapere chi cercare e dove cercare. L’epidemiologia serve proprio a questo: ci dice in quale fascia di età, sesso, abitudini o condizioni di rischio una malattia compare più spesso. A quel punto si individua una coorte, cioè un gruppo definito di persone con caratteristiche comuni, e si propone lo screening.
Questo passaggio è fondamentale anche per usare bene le capacità del sistema sanitario. Uno screening rivolto a tutti, senza criterio, può produrre molta attività sanitaria e poche diagnosi utili, finendo per assorbire tempo, personale ed esami che potrebbero servire anche per altri bisogni di salute. Uno screening mirato, invece, concentra gli sforzi dove la probabilità di trovare la malattia è più alta e dove il beneficio per le persone può essere maggiore.
Due vaccinazioni, ad esempio, svolgono una vera prevenzione primaria nei confronti di due diversi tipi di tumore: la vaccinazione contro l’epatite B, che riduce il rischio di cancro al fegato, e la vaccinazione contro il Papilloma virus, che previene tumori genitali e del cavo orale, sia nei maschi che nelle femmine. Fare queste vaccinazioni può cambiare il futuro di un individuo.
Un’altra cosa importante da sapere è che la prevenzione secondaria non può essere fatta “a pioggia”, come spesso accade per i messaggi della prevenzione primaria. Non basta dire a tutti di fare un esame. Bisogna identificare un gruppo a rischio, per età, sesso, abitudini o storia personale, e bisogna cercare una malattia abbastanza frequente in quel gruppo da rendere utile e sostenibile lo screening.
Un esempio aiuta a capire. L’amianto è responsabile di un tumore raro della pleura, il mesotelioma, riconosciuto come malattia professionale con obbligo di denuncia. Nella grande maggioranza dei casi diagnosticati, questa malattia è legata a un’esposizione lavorativa o abitativa all’amianto.
In zone dove esisteva una forte attività cantieristica, o dove l’amianto veniva lavorato per produrre materiali destinati all’edilizia (eternit), cercare il mesotelioma tra i lavoratori esposti avrebbe un senso clinico ed epidemiologico. In quel gruppo, infatti, il tumore della pleura può comparire con una frequenza molto più alta rispetto a una popolazione non esposta. Fuori da questi contesti, invece, avviare uno screening sulla popolazione generale per cercare il mesotelioma sarebbe inopportuno.
Un esempio concreto è lo screening per l’epatite C, già avviato: dal 1° marzo scorso tutti gli assistiti nati tra il 1973 e il 1993 stanno ricevendo a casa l’invito per partecipare. Il test è gratuito, si esegue con un semplice prelievo del sangue e può essere effettuato anche in occasione di esami già programmati, compilando il consenso informato. Chi rientra in questa fascia è invitato ad aderire: cercare il virus quando è ancora silenzioso significa poter intervenire prima che la malattia evolva.
È lo stesso principio alla base del progetto che partirà nei prossimi mesi sulla diagnosi precoce del tumore del polmone. Non sarà rivolto indistintamente a tutta la popolazione, ma a chi presenta un rischio più alto: persone tra i 55 e i 75 anni, forti fumatori o ex forti fumatori che hanno smesso di fumare da meno di quindici anni. Questo sarà il contesto preventivo utilizzato, basato su criteri scientificamente riconosciuti, come deve essere ogni attività di prevenzione secondaria, conosciuta appunto come screening. Stringere il campo non significa escludere qualcuno, ma aumentare la possibilità di trovare precocemente la malattia proprio dove è più probabile che si presenti.
Nella prevenzione secondaria dobbiamo restringere il più possibile il gruppo da osservare, per ottenere il massimo numero di diagnosi utili e, di conseguenza, il massimo beneficio per le persone coinvolte.
La prevenzione può allungare la nostra vita per due motivi. Il primo è che ci aiuta a cambiare il modo in cui gestiamo la quotidianità: cosa mangiamo, quanto ci muoviamo, se fumiamo, se ci vacciniamo, se impariamo a riconoscere e ridurre i rischi. Il secondo è che una diagnosi precoce permette di intervenire prima, spesso con cure più tempestive, più efficaci e con maggiori possibilità di successo.
Voltarsi dall’altra parte non ci protegge. La nostra salute dipende dalla predisposizione fisica e genetica, ma anche da ciò che facciamo ogni giorno. La prevenzione non elimina ogni rischio, ma ci dà una possibilità in più. E spesso quella possibilità fa la differenza.
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