Il governo sta lavorando concretamente al progetto di un fondo pensione, o un libretto di risparmio previdenziale, per i nuovi nati, misura pensata per intervenire contro il crescente inverno demografico e, allo stesso tempo, costruire fin dall’infanzia una posizione di risparmio destinata alla vecchiaia. Il dossier, dopo essere stato messo sul tavolo dall’Inps quest’estate e rilanciato pubblicamente dal presidente dell’Istituto, Gabriele Fava, è seguito dalla ministra del Lavoro Marina Calderone e viene valutato molto concretamente dal ministero dell’Economia in vista della Manovra.
Rispetto alla prima formulazione circolata nelle scorse settimane, il progetto sul quale si stanno concentrando i tecnici assume contorni più precisi. L’ipotesi allo studio è quella di una sperimentazione di tre anni, con una dotazione complessiva nell’ordine dei 500 milioni di euro, e una dote pubblica che può arrivare fino a 1.000 euro l’anno per ciascun bambino nella fascia tra i 6 e i 18 anni (sul modello tedesco). Non si tratterebbe di un contributo da utilizzare nell’immediato: le somme verrebbero accumulate e investite secondo vincoli prestabiliti, con una destinazione previdenziale di lungo periodo.
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Inps al centro, ma la gestione non è ancora definita
Il primo punto fermo del progetto di Calderone è il ruolo dell’Inps, che dovrebbe avere un compito centrale nella gestione del nuovo strumento. Non è però ancora deciso come sarà costruita esattamente la macchina finanziaria. Una delle ipotesi è che all’Inps venga affiancato un secondo soggetto, con Cassa depositi e prestiti tra i nomi che possono entrare nella configurazione allo studio.
Il punto da risolvere è anche tecnico: come trasformare i versamenti pubblici destinati ai minori in un capitale che possa essere investito per un periodo molto lungo, mantenendo al tempo stesso vincoli e finalità definite dallo Stato? Il progetto prevede infatti che il denaro venga investito secondo criteri prestabiliti, anche con l’obiettivo di indirizzare parte delle risorse verso determinati settori dell’economia italiana, come le infrastrutture. È uno degli aspetti che rende la scelta del gestore particolarmente rilevante: non si tratta soltanto di amministrare un contributo pubblico, ma di decidere attraverso quali strumenti finanziari farlo crescere nel corso dei decenni.
Il punto qualificante, poi, sarebbe il vincolo temporale: il capitale non sarebbe immediatamente riscattabile. L’obiettivo è conservarlo e investirlo per accompagnarlo fino all’età pensionabile. Al compimento dei 67 anni, il capitale accumulato verrebbe utilizzato come integrazione della pensione contributiva. È una logica diversa da quella di un normale sostegno alle famiglie: lo Stato non erogherebbe una somma destinata ai consumi del nucleo familiare, ma costruirebbe una forma di risparmio di lunghissimo periodo intestata al bambino.
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La Lega spinge per i fondi pensione privati
Ma c’è chi spinge per una gestione privata. Nel confronto interno alla maggioranza la Lega guarda infatti a un modello nel quale il libretto o fondo per i bambini venga affidato ai fondi pensione e alla previdenza complementare, anziché essere costruito interamente attorno all’Inps. Il tema era già emerso nelle settimane scorse con le proposte di Fava e del presidente della Covip, Mario Pepe, che ha rilanciato l’idea di partire dalla nascita con una contribuzione pubblica e lasciare poi spazio anche ai versamenti delle famiglie.
La proposta di Pepe punta a valorizzare la previdenza complementare e il ruolo dei gestori privati, lasciando che sia il mercato a gestire il capitale accumulato per un periodo molto lungo. Da qui la contrapposizione tra le due impostazioni: un modello con Inps al centro, eventualmente affiancata da un altro soggetto come Cdp, e un modello nel quale il risparmio dei bambini venga affidato ai fondi pensione privati. La scelta della governance è ancora parte del dossier e non una decisione già presa.
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Il nodo della spesa pensionistica
L’altro fronte è quello finanziario. Palazzo Chigi guarda con favore a una gestione pubblica in mano all’Inps, ma il tema che sta valutando il Mef è come finanziare la misura senza trasformarla in un nuovo capitolo strutturale di spesa pensionistica. La Ragioneria generale dello Stato, guidata da Daria Perrotta, guarda in particolare alla copertura e alla sostenibilità dell’intervento nel tempo.
È anche per questo che la scansione temporale della dote assume un peso decisivo. Distribuire il contributo tra i 6 e i 18 anni, anziché concentrare immediatamente l’intero impegno pubblico alla nascita, consente di diluire nel tempo l’onere finanziario della misura. Il punto, per il Mef, è tenere sotto controllo l’impatto sui conti pubblici mentre si costruisce uno strumento destinato per sua natura a produrre effetti a distanza di decenni.
Il governo vuole quindi tenere insieme due esigenze: dare alla misura una dimensione sufficientemente ampia da renderla significativa sul piano previdenziale e demografico, ma senza far crescere da subito la spesa pensionistica in modo difficilmente sostenibile.
Un fondo per minori esiste già
Sul mercato, peraltro, il principio non è completamente nuovo. L’associazione dei consumatori Altroconsumo ricorda che oggi è già possibile iscrivere a una forma di previdenza complementare anche un figlio minorenne, compreso un neonato, attraverso un fondo pensione intestato al minore. Il progetto del governo aggiungerebbe quindi un elemento diverso: una contribuzione pubblica, inserita dentro un meccanismo che dovrebbe diventare strutturale e potenzialmente generalizzato per i nuovi nati.
Il punto è il tempo di permanenza dell’investimento: partire dalla nascita significa lasciare ai versamenti molti più anni per beneficiare della capitalizzazione degli interessi. Con un versamento ipotetico di 200 euro al mese fino ai 67 anni, il capitale può quindi crescere in modo molto più consistente rispetto allo stesso piano avviato a 18 anni, perché entrano in gioco diversi anni aggiuntivi di rendimento composto. Sono naturalmente proiezioni basate su ipotesi di rendimento: non rappresentano un guadagno certo, ma servono a mostrare quanto l’età di partenza possa incidere sul capitale accumulato nel lungo periodo.
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