#Finsubito news – Bianchi, i dettagli della crisi che vi avevamo anticipato


Dopo la richiesta di composizione negoziata della crisi emergono i numeri: circa 100 milioni di debiti, perdite in accelerazione, una fabbrica nuova usata a un quarto della capacità e oltre 40 milioni immessi dalla casa madre svedese per tenere in piedi l’azienda.

Il 13 ottobre Bikeitalia ha raccontato per prima le difficoltà di Bianchi: quasi 15 milioni di perdite in due anni, una fabbrica nuova da saturare e un vertice che continuava a cambiare. Nei giorni successivi molte altre testate hanno ripreso la notizia. Oggi il quadro è più chiaro, ed è più pesante di quanto i bilanci 2023 e 2024 lasciassero intuire.

Il 30 settembre F.I.V.E. Bianchi SpA ha depositato al registro delle imprese una richiesta di composizione negoziata della crisi. Non è un fallimento e non è un concordato preventivo. È uno strumento previsto dal Codice della crisi d’impresa che permette a un’azienda in difficoltà di trattare con banche e fornitori, affiancata da un esperto indipendente, mentre le misure protettive bloccano le azioni dei creditori. Le biciclette continuano a essere prodotte e spedite, e il management resta al suo posto.

I documenti societari depositati in Italia, Svezia e Regno Unito, analizzati da Escape Collective*, permettono ora di ricostruire i conti nel dettaglio.

I numeri

A fine 2024 il debito di Bianchi era di circa 100 milioni di euro, di cui 64,3 verso le banche. Tra il 2023 e il 2025 l’azienda ha perso circa 28 milioni, con un peggioramento progressivo: 7,3 milioni nel 2023, 7,7 nel 2024 e circa 13 nel 2025, secondo i conti consolidati della capogruppo svedese. Sempre a fine 2024, in magazzino c’erano 51 milioni di euro di prodotto.

Dal 2023 Grimaldi Industri, la holding svedese che controlla Bianchi dal 1997, ha versato oltre 40 milioni per garantire la continuità aziendale. Il bilancio italiano 2025 non è ancora stato depositato: la società spiega che il rinvio è stato concordato con i revisori.

Il contrasto con gli anni precedenti è netto. Tra il 2019 e il 2022 il fatturato era passato da 57 a 108 milioni di euro, con i conti in utile. Nel 2024 i ricavi hanno toccato 114,4 milioni, il valore più alto degli ultimi anni, ma il risultato è rimasto in rosso.

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Come si è arrivati fin qui

Le scelte che oggi pesano sono state prese quasi tutte nel pieno della corsa alla bici del periodo Covid, partendo dall’idea che quella domanda sarebbe rimasta.

La più evidente è Casa Bianchi, lo stabilimento di Treviglio annunciato nel 2021: oltre 40 milioni di investimento, una capacità di 1.000 bici al giorno e più di 250 posti di lavoro previsti. Ha aperto a giugno 2024, con un anno di ritardo, in un mercato già saturo di invenduto. Secondo quanto riportato da Escape Collective, oggi lavora a circa un quarto delle sue possibilità.

In parallelo Bianchi ha rilevato i propri distributori in Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Paesi nordici. Le filiali compravano bici dall’Italia a credito per rivenderle in mercati anch’essi intasati. Nel 2024 hanno perso complessivamente 7,85 milioni, e a fine anno la sola filiale giapponese doveva alla casa madre oltre 10 milioni, dopo una svalutazione di 5. Altri 5 milioni li doveva quella statunitense.

A questo si sono aggiunti nuove linee di ebike, investimenti informatici e il ritorno nel WorldTour come fornitore di Bahrain Victorious. La partnership si chiude dopo una sola stagione: il 30 ottobre la squadra bahreinita ha annunciato che dal 1° gennaio 2027 correrà su bici Factor.

L’amministratore delegato ad interim Tony Grimaldi, figlio del presidente Salvatore Grimaldi, ha riconosciuto con Escape Collective che l’azienda è stata «troppo ambiziosa in troppi segmenti». Ha anche ammesso che Cycleurope, la divisione nordica del gruppo, ha tagliato rapidamente i costi dopo il boom, mentre Bianchi non l’ha fatto. Oggi Cycleurope è tornata in utile.

Il piano e le scadenze

La ripresa è stata annunciata più volte: prima per il 2024, poi per il 2025, poi per il 2026. Oggi l’azienda è guidata ad interim da Tony Grimaldi.

Il nuovo piano prevede di ridurre gli investimenti sulle ebike e di rivedere la presenza nei singoli mercati e l’organico, oggi di 171 dipendenti. L’obiettivo è recuperare il rapporto con i rivenditori puntando su nuove bici da corsa e gravel di fascia alta, le prime delle quali sono attese non prima dell’inizio del 2027.

Margini per un aiuto esterno non sembrano essercene. La famiglia ha escluso l’ingresso di nuovi investitori, mentre i revisori di Grimaldi Industri indicano che gli utili del ramo bici dovranno servire prima di tutto a ridurre il debito esterno di un gruppo che dal 2022 ha perso circa il 40% del fatturato.

Secondo Bicycle Retailer, il Tribunale di Bergamo ha confermato le misure protettive il 16 ottobre. Le misure durano quattro mesi, quindi fino a fine gennaio 2027, e possono essere prorogate fino a un massimo di 240 giorni, cioè fino a fine maggio 2027. Entro quella data Bianchi dovrà trovare un accordo con banche e fornitori.

Cosa cambia per rivenditori, clienti e fornitori

Per ora, in concreto, poco. La composizione negoziata non interrompe l’attività: le bici continuano a essere prodotte e spedite, e l’azienda resta nelle mani del suo management. Le misure protettive impediscono ai creditori di aggredire impianti, conti e magazzino, e servono proprio a dare a Bianchi il tempo di negoziare.

La situazione però è in divenire. Le condizioni che Bianchi riuscirà a ottenere da banche e fornitori, e le scelte sulla rete commerciale e sui mercati esteri, determineranno cosa cambierà per chi vende e per chi compra le sue bici. Le prossime settimane saranno decisive per capirne di più.

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Un segnale per tutto il settore

Bianchi non ha fatto nulla di molto diverso dal resto dell’industria: ordini sovradimensionati, la convinzione che i volumi del 2020-2021 fossero la nuova normalità, la ripresa sempre rimandata ai dodici mesi successivi. Lo ha fatto però su scala più grande, con una fabbrica nuova e una rete di filiali estere.

Dopo Campagnolo, che ha confermato 90 esuberi su 259 dipendenti, è il secondo nome storico dell’industria italiana a pagare il conto del post-pandemia.

E la crisi, ormai, non riguarda più solo i marchi più fragili.

*[Fonte]




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