Autunno 2026. L’Europa è in subbuglio: nelle vie delle metropoli scorrono fiumi agitati di persone in rivolta, gli autotrasportatori bloccano gli snodi stradali, gli studenti occupano gli atenei e le saracinesche sono abbassate per sciopero. A cosa è dovuto questo tumulto collettivo?
Si parla di caro vita, caro affitti, dissenso sulle politiche internazionali, contrarietà alle guerre, instabilità economica, preoccupazione per la situazione climatica, profondo malcontento dinanzi alle attuali politiche sociali. Le persone hanno avvertito il bisogno non di protestare per un’unica specifica causa, ma di ribellarsi a un intero sistema che non sembra più essere sostenibile. Il modello neoliberista che per decenni ha permeato la società globale, dominandone ogni aspetto, ora sembra infatti volgere al tramonto.
Emerge tuttavia uno spontaneo quesito: le attuali proteste si limitano a scuotere il sistema neoliberista o rappresentano una spinta definitiva verso il suo superamento?
Per poter delineare una risposta, occorre analizzare le fondamenta di tale modello, ripercorrendone la nascita e l’evoluzione, fino a descriverne le conseguenze sulla società odierna.
L’alba del mito neoliberista
Siamo nell’Occidente degli anni Trenta del XX secolo, in un contesto in cui la libertà e il benessere vengono travolti dal crollo della borsa di Wall Street e dall’ascesa dei totalitarismi in Europa. In questo scenario così dolorosamente segnato da nuove piaghe sociali, un gruppo di intellettuali determinato a risolvere questi problemi teorizza la rifondazione del liberalismo. Tra loro, l’economista Friedrich von Hayek sostiene che ogni pianificazione economica conduca inevitabilmente i popoli alla servitù e che qualsiasi volontà collettiva intenzionata a dirigere l’economia opprima la libertà individuale. Per lo studioso, quindi, l’unica forma di organizzazione in grado di proteggere la libertà è il libero mercato, un sistema che si autoregola e che non necessita di alcun intervento da parte dello Stato.
Nel 1947, Hayek fonda in Svizzera la società di Mont Pèlerin, un circolo internazionale di intellettuali che condividono la sua visione e, contrapponendosi alle teorie in favore di uno stato interventista, si propongono di diffondere nel mondo la filosofia del libero mercato. Non sono gli unici: in seguito all’arrivo di Hayek all’Università di Chicago, viene costituita nel 1950 la Scuola di Chicago, che propaga le idee neoliberiste al di là dei confini statunitensi.
Questi gruppi di intellettuali tessono per decenni una rete globale, collaborando attraverso oceani e continenti, lavorando alle loro teorie e aspettando pazientemente un’occasione per cambiare il sistema economico mondiale.
La prima crisi utile per il neoliberismo
L’occasione si presenta nei primi anni Settanta: dopo decenni di continua crescita e stabilità post-bellica, l’Occidente entra in una fase di profonda crisi, travolto da fenomeni mai sperimentati prima. Shock petrolifero, inflazione e stagflazione, accompagnati da un forte calo della produttività e da un aumento del debito pubblico, mettono in seria difficoltà i governi occidentali.
In questo scenario così fragile si apre la breccia per la concretizzazione della dottrina neoliberista. Così, gli studiosi che, per decenni, hanno teorizzato tale sistema economico, nell’Occidente degli anni Settanta trovano occasione di attuarlo sul piano pratico: i mercati vengono deregolamentati, i sindacati depotenziati, i servizi pubblici privatizzati, il ruolo dello Stato drasticamente ridotto. Da semplici riforme economiche attuate in via emergenziale si passa a una vera e propria riprogrammazione della società, rivoluzionando i valori dei popoli e facendo sorgere nuovi principi: la priorità diviene quasi esclusivamente la stabilità monetaria, mentre il lavoratore non è più parte di una collettività, un componente di un importante corpo sociale organizzato, ma un singolo individuo interamente responsabile del proprio destino. Dalla concezione del “noi” si passa al culto dell’“io”, un “io” solo, unico garante del proprio benessere. Un “io” che supera lo Stato, i cui confini si restringono fino a schiacciarsi ai margini di questo rinnovato scenario dominato da un nuovo, imperante e incontestato protagonista: il libero mercato.
Quando l’ideologia diventa potere
Spostiamoci in Cile, nel 1973. L’11 settembre di quell’anno, un violento colpo di Stato fa destituire il presidente socialista Salvador Allende e permette l’ascesa della giunta militare guidata dal generale Augusto Pinochet. Con il crollo del sistema socialista, il nuovo regime si promette di ristrutturare il sistema economico del Paese.
Tale compito viene affidato dal governo agli economisti della Scuola di Chicago, noti come i Chicago Boys, che attuano misure drastiche: privatizzazione dei beni pubblici, riduzione della previdenza sociale, deregolamentazione dei prezzi e sfruttamento intensivo delle risorse naturali a scapito dei diritti delle comunità locali sono solo alcune delle riforme attuate nella dittatura cilena di Pinochet. Prende quindi forma, in modo integrale e autoritario, la prima vera applicazione pratica del sistema neoliberista teorizzato per decenni nelle aule universitarie e nei think tank di tutto il mondo
L’esperienza Cilena
L’esperienza cilena risulta determinante nello spianare la strada all’affermazione delle politiche neoliberiste anche in altri Paesi. Nel 1979, infatti, trovano uno spazio democratico nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher. Questo scenario, introdotto dalla stessa Thatcher come l’unica soluzione possibile (si ricorda il suo celebre motto “There is no alternative”), erode del tutto qualunque traccia dell’eredità socialista e impone un sistema fondato sulla privatizzazione e sull’individualismo. “There’s no such thing as society”, frase pronunciata dalla Prima Ministra del Regno Unito in un’intervista nel 1987, diventa il concetto-simbolo dell’epoca. Non esiste più una collettività orizzontale ma una gerarchia sociale che solo i più capaci riescono a scalare, e chi rimane indietro dovrebbe provvedere per sé, senza nutrire aspettative di diritto nei confronti dello Stato. Quest’ultimo compie così un passo indietro rispetto al popolo, concepito non più come entità unitaria ma come un insieme di tanti singoli nuclei separati gli uni dagli altri, soli ed egoriferiti.
Anche negli Stati Uniti, con l’elezione di Ronald Raegan prima nel 1980 e nuovamente nel 1984, si afferma il medesimo sistema, fondato sulla deregolamentazione finanziaria, sul ridimensionamento del potere pubblico, sulla privatizzazione e sull’individualismo. Tale ordinamento, prima ancora di agire sulle politiche sociali, influenza le menti delle persone, spronandole a consumare, a possedere e a primeggiare, nella consapevolezza che l’impegno viene sempre premiato e che chi rimane indietro non disporrà di tutele, in quanto non ha evidentemente meritato il successo.
“Homo homini lupus”, teorizzava il filosofo Thomas Hobbes nel XVII secolo, riferendosi a un ipotetico stato di natura antecedente alla stipula di un patto sociale, uno stato nel quale ogni individuo avrebbe pensato esclusivamente a sé senza curarsi della collettività. Tale ipotetica condizione umana è davvero così lontana dalla realtà come crediamo?
Consolidamento e crisi del neoliberismo
Catapultiamoci ora nel 1989: crolla il Muro di Berlino, e, con esso, l’intero blocco sovietico che aveva fatto per anni da valido contrappeso al modello neoliberista, il quale trionfa definitivamente. Senza più un sistema che possa contrastarlo, infatti, il libero mercato si erge a “unico paradigma in grado di far funzionare il mondo moderno”. Negli anni Novanta, decennio di massima espansione del neoliberismo, questa visione diventa così pervasiva da essere adottata anche dai partiti di centro-sinistra, in quanto fuoriesce dalla dimensione partitica e si impone come “scelta di default”, che è scontato prendere se si dispone di buon senso. Il libero mercato non ha rivali: ha conquistato la politica, l’economia, l’immaginario collettivo.
Gli individui, da semplici cittadini diventano imprenditori di loro stessi, attratti dalla libertà di potersi reinventare continuamente grazie alla nuova flessibilità lavorativa. La ricerca dell’antica stabilità, fatta di tutele e garanzie collettive, viene gradualmente abbandonata in favore del sogno di scalare la gerarchia sociale, nella consapevolezza che chi riesce verrà premiato, e che chi rimane indietro sarà l’unico responsabile del proprio fallimento. Nella ferrea convinzione che il mercato si regoli perfettamente da sé senza bisogno di interventi pubblici, le persone si lasciano trascinare da questa rassicurante corrente automatica e lo Stato rimane sugli spalti a guardare lo spettacolo.
La crisi del 2008
Questa giostra, apparentemente perfetta nella sua promessa di eterno equilibrio, si inceppa però nel 2008, quando la crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti travolge l’economia globale. I mercati, lasciati per anni senza vincoli né regole, crollano improvvisamente, svelando una profonda falla in un sistema finora ritenuto invincibile: di fronte al rischio del fallimento delle grandi banche, lo Stato è costretto ad abbandonare gli spalti e a intervenire, impiegando ingenti quantità di risorse pubbliche per salvare la finanza dal collasso sistemico.
A questo massiccio intervento in difesa della finanza fa seguito un’aspra stagione di austerità: dichiarando che “non ci sono più risorse”, i governi tagliano i fondi ai servizi pubblici, aumentano la pressione fiscale e bloccano i salari, condannando milioni di persone ad affrontare senza aiuti uno dei periodi più duri della Storia recente. È in questo momento che il silente patto sociale su cui si sono finora rette le laute promesse del neoliberismo si spezza, in quanto appare chiaro come il sistema non esiti a devolvere ogni risorsa alla protezione dei giganti della finanza, scaricando sulla gente comune i costi dei propri errori.
Il Re è nudo, ma a rimanere davvero spogliato di ogni protezione è chi si è fidato di lui.
Risurrezione dalle ceneri
Le soluzioni adottate nel 2008 per fronteggiare la crisi non l’hanno risolta, ma, piuttosto, cronicizzata: il salvataggio della finanza a spese della pubblica autorità ha impoverito la società occidentale, lasciando la popolazione priva di difese e di servizi di fronte alla nascita di nuove emergenze. In questa vulnerabilità stratificata si innesta la “policrisi” che sperimentiamo attualmente: la combinazione di inflazione, salari stagnanti da troppi anni, impoverimento della pubblica autorità e aumento delle spese abitative rende il costo della vita insostenibile e provoca un severo decadimento della qualità dei pubblici servizi, come istruzione e sanità.
A questo logoramento quotidiano si aggiungono la crisi ecologica, causata dallo scontro tra l’imperativo capitalista di produrre in quantità illimitate e i naturali limiti del pianeta, nonché una drammatica instabilità geopolitica, che sottrae fondamentali risorse pubbliche al benessere della popolazione per destinarle alle spese militari.
Il seguito della crisi del neoliberismo
In un clima segnato da numerose emergenze che convergono l’una sull’altra e da promesse non mantenute, la popolazione è delusa, adirata e stremata. Dopo decenni in cui il sistema neoliberista è riuscito a reggere, adesso sembra aver esaurito la sua funzione propulsiva e non ammalia più nessuno. L’America non è più un sogno, la scala sociale si osserva ormai dal basso e il mito è crollato.
È tuttavia difficile, in un contesto tuttora privo di alternative politiche ed economiche concrete, stabilire se i tumulti popolari odierni siano abbastanza dirompenti da provocare il definitivo crollo del sistema o se verranno disinnescati dall’ennesima arma di distrazione di massa. Di certo, le piazze di oggi contribuiscono, insieme a numerosi altri eventi che scuotono il nostro tempo, a consolidare il lento ingresso della Storia moderna in una nuova fase, un’epoca in cui la comunità globale sembra voler tornare all’essenziale: una società in cui i diritti non siano negoziabili, la vita umana non sia capitalizzabile e nessun individuo debba dimostrare di meritarsi un dignitoso posto nel mondo.
Sara Ahmad
Riferimenti
- C. Crouch, “Il potere dei giganti: Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo”, Laterza, 2012.
- D. Harvey, “Breve storia del neoliberismo”, Il Saggiatore, Milano, 2016.
- A. Muratore, “Come il neoliberismo ha costruito la sua egemonia”, in Kritica economica, 2020.
- Video su YouTube del canale Scorribande Filosofiche, che, prendendo spunto dalla lettura del libro di Angelo d’Orsi, Catastrofe neoliberista. Le politiche che hanno cambiato il mondo, Laterza, Roma-Bari, 2024 ripercorre la storia del neoliberismo e ne discute gli effetti sulla società odierna
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