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La legge di bilancio da poco approvata dal Consiglio dei ministri affronta, tra le molte cose, anche una questione che aveva generato grosse polemiche nelle scorse settimane: gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati. A metà ottobre il governo aveva inserito nel Documento programmatico di bilancio (DPB) un fondo da 970 milioni di euro necessari per pagare gli arretrati e gli aumenti di stipendio dei circa 11mila magistrati in servizio in Italia.
Giorgia Meloni, con toni polemici, aveva annunciato che si sarebbe rifiutata di firmare il decreto – un dpcm, cioè un decreto del presidente del Consiglio dei ministri – che autorizzava quella spesa. Era una mossa puramente simbolica, ispirata da ragioni elettorali: se anche la presidente del Consiglio si rifiutasse di firmare, l’aumento e il ricalcolo verrebbero applicati in altra maniera, e lo Stato dovrebbe in ogni caso pagare quei soldi.
Ora la legge di bilancio interviene per modificare, in modo definitivo, i criteri di calcolo statistico per determinare gli adeguamenti futuri. La decisione, qualora venisse approvata definitivamente dal parlamento a fine anno, non sarebbe retroattiva: lo Stato dovrà in ogni caso dare quei soldi ai magistrati. La nuova norma servirebbe a calcolare correttamente gli aumenti futuri.
Il contenzioso ha origine in un dpcm firmato da Mario Draghi nell’agosto del 2021: con quel provvedimento il governo definiva l’aumento degli stipendi dei magistrati per il triennio successivo. I magistrati, infatti, fanno parte del personale non contrattualizzato: sono le categorie di dipendenti pubblici – come i diplomatici, per esempio, o i docenti universitari, o i militari – che non hanno sindacati propri che negoziano col governo per definire una contrattazione collettiva, coi relativi aumenti di stipendio.
In base a una legge del 1981, per queste categorie ogni tre anni si stabilisce un metodo per agganciare gli adeguamenti di stipendio a quelli pro capite (cioè la media di ogni singolo componente) delle categorie contrattualizzate: così si fa in modo che gli stipendi pubblici seguano un po’ tutti lo stesso andamento.
Giorgia Meloni col ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante la conferenza stampa sulla legge di bilancio, il 28 ottobre 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Il problema sta nel definire il metodo corretto di calcolo. Il dpcm di Draghi, seguendo una prassi abbastanza consolidata, applicava alcuni criteri fondamentali: anzitutto, teneva in considerazione non solo gli stipendi base ma anche altre indennità di servizio, bonus ed extra di vario genere che nel complesso rendevano lo stipendio più alto di quanto apparisse formalmente.
In secondo luogo, soprattutto, il dpcm adottava il metodo della media ponderata, abitualmente seguito dall’ISTAT. In base a questo principio le categorie più numerose avevano un peso maggiore nel determinare gli adeguamenti: se una certa categoria ha molti più dipendenti dell’altra, insomma, l’andamento degli stipendi di quella categoria influisce maggiormente nel definire la media.
I magistrati però fecero ricorso contro il dpcm. Nel luglio del 2025 il ricorso fu accolto dal Consiglio di Stato, che giudicò il dpcm illegittimo, stabilendo tra l’altro che il metodo di calcolo non dovesse essere quello della media ponderata, ma quello più banale della media aritmetica: ogni categoria, cioè, contava allo stesso modo nella determinazione della media finale, a prescindere da quanto fosse numerosa. Questa decisione ebbe un effetto immediato e uno indiretto.
Quello immediato fu un ricalcolo necessario degli aumenti di stipendio per il triennio 2021-2023, quello oggetto del dpcm; quello indiretto fu di indirizzare i contenziosi che già erano sorti, nel frattempo, a proposito del triennio successivo, quello dal 2024 al 2026, inducendo il Tar del Lazio ad accogliere alcuni ricorsi presentati dai magistrati relativi a questo periodo.
I vari aumenti e la necessità di pagare gli arretrati ricalcolati con la nuova media hanno portato il governo a stanziare il fondo di quasi un miliardo di euro. È una cifra che l’Associazione nazionale magistrati, il sindacato della categoria, ha in vario modo contestato, ritenendola eccessiva; ma il governo ha confermato in legge di bilancio quella previsione di spesa, basata su stime evidentemente affidabili.
Nella stessa legge di bilancio però il governo ha messo un articolo, il 67, che riforma la legge del 1981, quella che disciplina il ricalcolo degli aumenti di stipendio, che era stata nel frattempo modificata dalla legge di bilancio del 1998. In sostanza il governo stabilisce in modo inequivoco che il metodo di calcolo da applicare sia quello della media ponderata, e non quello della media aritmetica. Inoltre, la norma stabilisce che nella base di calcolo non siano considerati gli arretrati. L’effetto sarà che, dal 2027, il ricalcolo degli stipendi dei magistrati produrrà aumenti più contenuti, e dunque meno dispendiosi per le casse dello Stato.
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Tango (Roberto Monaldo/LaPresse)
I magistrati hanno già sollevato alcune obiezioni. La prima è di principio. Riguarda il fatto che la Corte costituzionale ha più volte affermato, da ultimo con una sentenza del luglio del 2025, che l’indipendenza della magistratura sancita dalla Costituzione va mantenuta anche mettendo al riparo la categoria da modifiche degli stipendi estemporanee e unilaterali da parte di governi e parlamento. I magistrati temono poi che l’esclusione degli arretrati dal calcolo per definire gli adeguamenti possa influire negativamente sulla definizione della media, in caso di pagamenti dovuti dallo Stato ma fatti in ritardo.
Sono obiezioni molto tecniche e su cui sarà decisivo comprendere la versione definitiva della norma introdotta dal governo in legge di bilancio, che potrà essere modificata dal parlamento. Tutto ciò, comunque, varrà per gli adeguamenti di stipendio a partire dal 2027. Per quelli che lo Stato già deve ai magistrati, il governo potrà fare ben poco. Il rifiuto di Meloni di firmare il dpcm per l’aumento di stipendio è stato un gesto plateale, motivato con la situazione di ristrettezza economica. Ma in questo caso il governo si trova a dover dare seguito a una sentenza della giustizia amministrativa al suo più alto grado, cioè appunto il Consiglio di Stato, e quindi non può opporsi.
Da oltre un anno il governo ha cercato di prendere tempo rinviando una decisione e chiedendo, attraverso l’avvocatura generale dello Stato, ulteriori approfondimenti. L’Associazione nazionale magistrati ha più volte invocato un giudizio di ottemperanza: sono quegli atti con cui il Tar competente o il Consiglio di Stato possono obbligare il governo a dare applicazione a una sentenza del giudice amministrativo, e il Tar del Lazio potrebbe procedere in tal senso già a gennaio.
Ma già prima il Consiglio di Stato potrebbe optare per la decisione più ovvia: di fronte a un rifiuto del governo, nominare un commissario cosiddetto ad acta, cioè un funzionario pubblico che abbia il mandato di dare esecuzione formale alla sentenza. Meloni potrà dunque, al massimo, dire che non sia stata lei, materialmente, a firmare il dpcm; ma non potrà opporsi alla necessaria applicazione di una sentenza del Consiglio di Stato.
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