Interpretare gli indizi, dal Sud sull’altalena all’Europa al bivio. E impostare una visione di medio e lungo periodo. Giuliano Amato non ha dubbi: per il Mezzogiorno c’è un «rischio di inversione di rotta» nei prossimi mesi, quando si sarà abbassata l’onda lunga del Pnrr e la crescita rallenterà. Senza politiche adeguate, il tessuto industriale meridionale può smagliarsi fino a diradarsi. È una partita che si gioca su più campi, a cominciare da Bruxelles. Giurista, già presidente del Consiglio, ministro e presidente della Corte costituzionale, e ora presidente dell’Istituto Reichlin, giovedì Amato sarà a Barletta per la giornata di studi su “Europa, industria, Mezzogiorno”.
Presidente, il termometro del Mezzogiorno non dà segnali incoraggianti: Svimez avverte che nel 2026 il Pil del Sud crescerà ancora a ritmo maggiore rispetto al Centro-Nord grazie alla spinta finale del Pnrr, dopodiché però dal prossimo anno la tendenza s’invertirà. Come andrà attivata diversamente la leva degli investimenti pubblici, dopo il Pnrr?
«È giusto porre il problema in questi termini, non a caso l’appuntamento di giovedì a Barletta è intitolato “Europa, industria, Mezzogiorno”: il rischio dell’inversione di rotta per il Sud paradossalmente potrebbe essere accentuato proprio dal nuovo impegno che oggi c’è da parte dell’Ue in tema di industria. Anni fa la politica industriale in Europa era bandita, non si usava nemmeno la locuzione, si riteneva che bastasse la politica della concorrenza. Questa ci vuole, ma ci si può trovare in una condizione di carenza di investimenti essenziali. Se non c’è una politica che promuove lo sviluppo per esempio su batterie, semiconduttori, terre rare, tecnologie innovative, si resta indietro, proprio come sta accadendo all’Europa rispetto a Cina e Usa. La nostra industria allora cosa deve fare? Diventare licenziataria degli uni o degli altri, preferibilmente degli americani? Il tema dell’autonomia strategica non è da applicare solo alla difesa, ma anche alla crescita industriale: gli investimenti tendono ad andare dove lo sviluppo è più radicato. Ed è qui che subentra il rischio per il Mezzogiorno».
Quale, in particolare?
«Finito il Pnrr, non è che le regioni del Sud si ritroveranno a far leva solo sul turismo, che tanto si è sviluppato e che tanto continua a svilupparsi? Dio benedica il turismo, ci mancherebbe, ma così il Mezzogiorno sarebbe oggettivamente debole e incapace di utilizzare al meglio le risorse che ha. Il paradosso è che abbiamo fenomeni industriali per certi versi più meridionali che nazionali: la produzione di pannelli solari e di semiconduttori, o l’aerospazio».
La sensazione, supportata dai fatti, è che al Mezzogiorno sia però in corso una forma di desertificazione industriale: pezzi basilari di filiere, anche storiche, del tutto smantellati e non sostituiti. Dalla siderurgia alla chimica, dall’automotive al mobile imbottito.
«Sì, è così. Siamo riusciti a creare una base industriale significativa al Mezzogiorno, però non accompagnata da un adeguato tessuto, che – dove non ha potuto avvalersi del Pnrr – tende appunto a disfarsi. Ora passeremo da una fase comunque caratterizzata da una garanzia di risorse grazie al Pnrr, a un’altra nella quale la politica industriale europea e nazionale potrebbe far rimanere al Sud solo alcuni picchi e tutto intorno una progressiva dispersione. Insomma, quelle che decenni fa si chiamavano “cattedrali nel deserto”».
L’Ilva si avvia a diventare una cattedrale vuota. Come si risolve il cortocircuito tra diritti di rango costituzionale?
«Un problema gigantesco. Non siamo riusciti a trovare l’equilibrio tra tutela del lavoro e della salute. Il problema andava affrontato per tempo, oggi è davvero difficile. Resta da capire come ne uscirà la Cassazione. So che con quella fabbrica siamo veramente ai limiti della sostenibilità per la salute, se la potessi vedere lontana dalle case in cui crescono i bambini mi sentirei più tranquillo. La realtà però ci costringe a gestire le contraddizioni, e la tecnologia è capace di arrivare all’impensabile: non mi intendo di siderurgia e perciò mi affido all’innovazione tecnologica che renda l’ex Ilva davvero sostenibile, circostanza che esige risorse e un privato che ci crede».
Perché il nuovo corso della politica industriale europea può essere, di riflesso, un pericolo per il Sud?
«C’è bisogno di un’impronta meridionalista alla politica industriale nazionale ed europea, per far sì che ciò che abbiamo diventi punto di irradiazione e non di isolato sviluppo. Il che significa più cose: c’è prima di tutto un problema infrastrutturale ancora da risolvere al Mezzogiorno. In linea di principio non ho nulla contro i ponti, sono molto belli, ma si può mai pensare di avere un ponte che porta alle autostrade siciliane sulle quali si è poi costretti a mettere il limite di 60 km/h perché sono tutte scassate?».
Insomma: le priorità infrastrutturali sono ben altre. E senza ridurre il gap in tal senso, il Mezzogiorno rischia di non essere attrattore e moltiplicatore di investimenti. Ma la Zona economica speciale unica del Sud voluta dal governo ha prodotto benefici? Semplificazioni, incentivi, però senza una vera politica industriale.
«Il fattore infrastrutturale è centrale. Anche senza Pnrr ci può comunque essere una politica nazionale che metta al centro la debolezza delle infrastrutture meridionali. E poi c’è il tema della Zes unica: quando è stata tirata fuori, sono rimasto sulle mie perché con tanta fatica erano state identificate le aree delle precedenti otto Zes sulle quali concentrare gli investimenti, e invece si è scelto di uniformare tutto. Ma ormai lo si è fatto ed è stato “riscoperto” per certi versi il Mezzogiorno come unica area d’intervento, come era accaduto all’inizio degli anni ’50. Tuttavia la Zes “si divide” nelle diverse istituzioni e autorità regionali, e di unico resta ben poco. Bisognerebbe allora porsi una domanda, e lo faremo giovedì: non si può approfittare della Zes per avere un unico canale attraverso il quale veicolare le stesse risorse finanziarie private e condurre politiche unitarie, oltre la semplice fruizione degli incentivi? Aiuterebbe a far crescere il Pil meridionale a ritmo maggiore della media nazionale».
Presidente, quanto deve preoccuparci al Sud l’Autonomia differenziata delle Regioni del Nord? La sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale sembrava aver alzato un argine: prima di trasferire alle Regioni funzioni che sottendono un diritto fondamentale, bisogna fissare i Livelli essenziali delle prestazioni. Le pre-intese aggirano questi paletti, aumentando i divari.
«Ero pronto ad accettare l’Autonomia differenziata a due condizioni: tutti i Lep finanziati per conto proprio e in modo adeguato, soprattutto per il Sud; e che l’Autonomia, dove concessa, sia finanziata con tributi delle Regioni che ne fruiscono. La legge 42/2009 sul Federalismo fiscale è rimasta del tutto inattuata sotto questo profilo: i tributi regionali ad oggi sono in realtà tributi statali o trasferiti o compartecipati. Se ci sono Regioni ricche che pensano di potersi accollare ulteriori funzioni, allora se le finanzino con tributi propri».
L’Autonomia può approfondire i gap innanzitutto nella Sanità. Ma, in questo caso, è il sistema regionalizzato che sta andando ovunque in tilt: la fondazione Gimbe parla di “tagli invisibili” da 18,8 miliardi negli ultimi tre anni, la Corte dei Conti certifica un buco delle Regioni da 2,3 miliardi. Il sistema è insostenibile?
«Ecco, se fossi responsabile delle Regioni, mi preoccuperei perlopiù di verificare il futuro del sistema sanitario, invece di pascolare nei verdi prati dell’Autonomia. Anche perché, a prescindere dai dislivelli tra Regioni, la curva demografica sta portando a una spesa crescente per gli anziani e a un numero decrescente di contributori giovani: si apre progressivamente una forbice tra entrate e uscite, e perciò il sistema sanitario si candida a essere fonte di perdite finanziarie rilevanti. Come affrontiamo tutto questo? Come riusciamo a canalizzare sulla Sanità risorse adeguate? Quale il rapporto tra pubblico e privato? Ci sono discussioni avviate e che sarebbe urgente riprendere».
Allargando lo sguardo: da un lato c’è un’Europa politicamente fragile, basti pensare alle incertezze in Francia e Germania o alle difficoltà di dialogo tra i diversi attori europei; dall’altra parte il progetto di piena integrazione e sovranità Ue stenta a decollare. E ai confini incombe il pericolo putiniano. Scenario da allarme?
«Dobbiamo essere preoccupati, sarebbe da incoscienti non esserlo. Allo stesso tempo però non dobbiamo essere “necrofili”, non dobbiamo cioè quasi godere del fatto che in futuro c’è solo la morte gloriosa di ciò in cui crediamo. L’Europa, nelle condizioni date e con maggioranze sempre più sovraniste in più Paesi, è riuscita dal 2021 a oggi a fare molte cose. La solita critica all’Europa “dei burocrati” e che “non fa niente” è qualunquismo da quattro soldi che ignora la capacità di reazione dell’Ue, per esempio nella guerra dei dazi innescata da Trump, nella partita dell’accordo Mercosur o nel rapporto che si sta instaurando col Canada. C’è, insomma, una visione. Senza dimenticare gli investimenti portati avanti in questi anni con il Recovery plan».
Che ha rappresentato un cambio di paradigma: dall’austerità alla crescita.
«Sì, un cambio di paradigma e di governance, con la formula di governo multilivello, superando molti limiti. È evidente che qualcosa all’Europa manca ancora, innanzitutto nella Difesa e nella capacità di far funzionare il pilastro europeo della Nato in assenza di apporti americani, così come si fa notare l’assenza di una voce unica in politica estera, che ci rende inesorabilmente troppo deboli davanti a Usa e Cina. Dobbiamo concentrarci su questi aspetti, anche mantenendo la porta aperta: la formula dei volenterosi è efficace perché permette di includere il Regno Unito, che è Europa pur senza essere Ue».
In quest’ottica diventa dirimente il posizionamento sull’invasione russa in Ucraina e sul sostegno a Kiev. Lo è in Europa, ma anche in Italia in vista delle elezioni politiche. Troppe titubanze?
«È un problema interno ai Paesi: se in Francia vince Le Pen, non ci saranno aiuti all’Ucraina; in Italia abbiamo un serio problema nel campo largo, non riesco a capire come possa diventare un’alleanza di governo se continua ad avere al proprio interno posizioni così distanti, come ha dimostrato pure l’ultimo voto nel Parlamento europeo. Non credo che l’abilità lessicale degli italiani riesca a coprire questa distanza, ci vorrebbe forse il Ponte di Messina…».
La nuova legge elettorale potrebbe essere subire bocciature da parte della Corte costituzionale?
«È una legge che potrà funzionare. Ci sono cose che possono non piacere, ma non è detto che siano incostituzionali».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




