La ministra tedesca dell’Economia Katherina Reiche ha lanciato un allarme che va ben oltre il dibattito ambientale, avvertendo che la progressiva scomparsa delle raffinerie europee sta diventando un problema di industria, prezzi e sicurezza nazionale. Dopo un incontro con i rappresentanti del settore petrolifero a Berlino, la ministra ha spiegato che chiudere un impianto significa perdere molto più della benzina e del gasolio destinati alle stazioni di servizio. Significa indebolire l’intera filiera chimica, che dalle raffinerie ricava materie prime essenziali per farmaci, plastica, fertilizzanti e migliaia di prodotti industriali. “Chi perde una raffineria perde non solo la fornitura per la stazione di servizio, ma soprattutto quella per il complesso chimico”, ha affermato Reiche. Una frase che sintetizza la nuova preoccupazione del governo tedesco: la raffinazione non è più considerata un settore in declino da lasciare al mercato, ma una parte dell’infrastruttura strategica del Paese.
Meno impianti, più dipendenza
Il ragionamento di Berlino è semplice, quando una raffineria cessa l’attività, i carburanti e i prodotti intermedi non scompaiono dal mercato, vengono semplicemente acquistati altrove. Ma questo ha il solo risultato di spostare il costo e il rischio oltreconfine. Le importazioni aumentano, i prezzi salgono e i fornitori chiedono un premio aggiuntivo per compensare l’incertezza delle rotte commerciali, delle tensioni geopolitiche e della disponibilità delle materie prime. Per la Germania, quarta economia mondiale e cuore industriale dell’Europa, il tema è particolarmente sensibile. Il Paese dispone ancora di undici siti di raffinazione, con una capacità complessiva di oltre 92 milioni di tonnellate di greggio l’anno. Quegli impianti alimentano trasporti, aviazione e navigazione, ma forniscono anche componenti indispensabili alla chimica e alla farmaceutica.
La preoccupazione arriva dopo anni di ridimensionamento del settore in Europa. La domanda di combustibili fossili è stata messa in discussione dalla transizione ecologica, mentre gli impianti europei hanno dovuto affrontare costi elevati, norme ambientali sempre più stringenti e la concorrenza di raffinerie asiatiche e di altre aree del mondo. Il risultato è una capacità produttiva in calo, proprio nel momento in cui guerre, attacchi alle infrastrutture energetiche e shock sui mercati hanno reso più fragile l’approvvigionamento globale di gasolio e cherosene.
Una strategia entro l’inizio del 2027
Il governo tedesco intende ora elaborare una nuova strategia per la raffinazione entro l’inizio del prossimo anno. L’obiettivo dichiarato è duplice: mantenere una capacità produttiva competitiva all’interno del Paese e accompagnare gli impianti verso una trasformazione più sostenibile. Le raffinerie, secondo il piano indicato dal ministero dell’Economia, dovranno modificare gradualmente i propri processi per produrre una quota crescente di carburanti da fonti rinnovabili, biocarburanti e combustibili sintetici. Reiche ha annunciato l’avvio di gruppi di lavoro con l’industria petrolifera, le imprese, i sindacati, i Länder e i ministeri coinvolti. I risultati sono attesi nel primo trimestre del 2027 e dovrebbero diventare la base di un piano di governo.
La sfida è molto chiara: salvaguardare la sicurezza degli approvvigionamenti senza trasformare la difesa delle raffinerie in una opposizione permanente alla transizione climatica. Lo stesso ministero parla di una “priorità strategica” della politica industriale, ma riconosce che gli impianti dovranno investire miliardi per adattarsi a materie prime e prodotti diversi da quelli tradizionali.
La richiesta di deroghe a Bruxelles
Sul fronte europeo, Reiche sta spingendo per ottenere deroghe o rinvii alle norme dell’Unione sulle emissioni di metano nel settore petrolifero e gassoso. La ministra sostiene che, se applicate senza adeguamenti, queste regole potrebbero rendere ancora più difficile la sopravvivenza delle raffinerie tedesche e accelerarne le chiusure. Il nodo riguarda soprattutto le importazioni. La normativa europea, che dal 2027 dovrebbe estendersi anche ai combustibili fossili importati, rischia secondo Berlino di limitare l’accesso a gas, cherosene e altri prodotti petroliferi provenienti da paesi terzi. Reiche aveva già chiesto almeno un rinvio o una sospensione delle disposizioni, sostenendo che la Germania deve poter garantire in modo affidabile le forniture di gas e di prodotti come il carburante per aerei.
La posizione tedesca si inserisce in un dibattito sempre più acceso a Bruxelles. Il Parlamento europeo ha recentemente sostenuto un rinvio di tre anni di alcune obbligazioni legate alle importazioni di petrolio, gas e carbone, andando oltre la proposta iniziale della Commissione di posticipare di un anno alcune disposizioni sulla rendicontazione.
Nel frattempo, mentre l’Occidente ha ridotto la produzione di carburante, le raffinerie petrolifere in Asia sembrano in qualche modo al riparo dalla stessa crisi che sta colpendo l’Europa. Potrebbero persino offrire un po’ di sollievo.
In tutta l’Asia, gli impianti sono riusciti ad assicurarsi gran parte del petrolio greggio necessario per i prossimi mesi, potendo quindi continuare a produrre carburanti nonostante le continue interruzioni delle spedizioni nel Golfo Persico. Tra i produttori, l’India ha dichiarato di voler onorare i contratti esteri per il gasolio, mentre la Cina, solitamente un importante esportatore, ha allentato le restrizioni sui flussi imposte all’inizio del conflitto. Anche le esportazioni giapponesi potrebbero riprendersi
Il dilemma europeo
La questione sollevata dalla Germania riguarda del resto l’intera Unione. L’Europa ha ridotto per anni la propria capacità di raffinazione, convinta che la transizione energetica avrebbe ridotto progressivamente la necessità di prodotti petroliferi. Ma la realtà dei mercati è più lenta e più complicata. Diesel, cherosene e materie prime chimiche restano indispensabili per l’economia, mentre le crisi internazionali hanno dimostrato quanto possa essere rischioso affidarsi in misura eccessiva alle importazioni. Reiche propone una via intermedia: non abbandonare gli obiettivi climatici, ma evitare che le regole europee finiscano per sostituire la produzione interna con importazioni più costose e meno controllabili. A suo avviso, spostare altrove le emissioni non protegge il clima e lascia l’Europa più fragile.
Se Bruxelles accetterà questa lettura, per il governo tedesco il rischio sarà comunque quello di trovarsi tra due pressioni difficili da conciliare: da un lato l’esigenza di rispettare gli impegni ambientali, dall’altro la necessità di non lasciare scoperta un’industria che sostiene trasporti, chimica, occupazione e sicurezza energetica. La strategia sulla raffinazione, attesa entro l’inizio del prossimo anno, sarà il primo tentativo concreto di Berlino per rispondere a questo dilemma
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