Plastica, rischio stop raccolta differenziata: “Riciclare costa più che importare dall’Asia”


In alcuni Comuni la raccolta differenziata della plastica è già stata bloccata. “Sono sospesi tutti i conferimenti dei rifiuti di imballaggi di plastica” recita un’ordinanza di fine luglio a Brindisi, imitata da altre cittadine pugliesi. Lo stop è durato alcuni giorni, ma la crisi è tutt’altro che risolta. Nel corso dell’estate l’allarme anzi si è allargato a Sardegna, Emilia Romagna e Lazio.

Gli allarmi per la differenziata

Sette sindaci della città metropolitana di Roma una settimana fa hanno inviato ai cittadini messaggi di questo tenore: “Il Comune di Fiano Romano informa la cittadinanza che, nelle prossime settimane, il servizio di raccolta degli imballaggi in plastica potrebbe subire rallentamenti o temporanee sospensioni”.

L’indolenza dei cittadini nel separare carta, plastica e umido stavolta non c’entra. I dati sulla raccolta differenziata sono anzi in aumento del 5% nei primi sei mesi del 2026 rispetto ai primi sei mesi del 2025, con la plastica che nel 2025 sfiora in Italia il milione di tonnellate e il 50% di riciclo, in linea con gli obiettivi europei secondo Corepla, il Consorzio per il recupero della plastica.

L’eccesso di offerta a basso prezzo

Il problema è che costa meno comprare plastica vergine dai paesi extraeuropei piuttosto che usare quella riciclata. “Il pet importato dall’Asia o dall’Egitto costa 750 euro a tonnellata. Quello riciclato in Italia si aggira attorno ai 1.200-1.300” spiega Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla.

Per gli altri polimeri, specialmente quelli più difficili da riciclare, la bilancia è ancora più squilibrata a favore dell’oriente. “A noi 700 euro a tonnellata bastano solo per raccogliere e selezionare il materiale. Tutto il resto, le spese di lavorazione, ci spingono fuori mercato”.

Impianti di stoccaggio strapieni

Ecco allora che i nostri imballaggi quotidiani pressati e impacchettati in enormi balle colorate non trovano compratori. E si accumulano negli impianti di conferimento, fino a saturarli.

Essendo la plastica un materiale infiammabile (soprattutto se fra i rifiuti finiscono delle batterie al litio), le norme di sicurezza vietano di sforare i limiti di capacità. I nuovi camion che bussano alle porte per scaricare iniziano così a essere dirottati altrove, fino a quando i sindaci non sono costretti allo stop.

Gli incendi tossici

Secondo il quadro conoscitivo del Ministero dell’Ambiente, pubblicato lo scorso 28 luglio, fermi per incendio sono al momento 4 impianti di smaltimento della plastica, due in Lombardia, uno in Puglia e uno in Toscana, su un totale di 384.

Il rogo dell’8 giugno a Vicopisano, in provincia di Pisa, aveva causato una nube tossica talmente vasta da chiedere ai cittadini di tapparsi in casa spegnendo i condizionatori. Due comuni avevano fatto chiudere le scuole e in due ospedali erano stati rinviati gli interventi chirurgici non urgenti.

Il 6 settembre a Giugliano, vicino Napoli, un incendio di balle di plastica pronte per il riciclo aveva riversato in aria diossine, furani, policlorobifenili “significativamente superiori” ai valori di sicurezza.

Incendio in un deposito di plastica a Buonfornello (Palermo) lo scorso febbraio. Immagine dei Vigili del Fuoco

Incendio in un deposito di plastica a Buonfornello (Palermo) lo scorso febbraio. Immagine dei Vigili del Fuoco 

Le Regioni in crisi

La Conferenza delle Regioni, in un documento del 10 settembre, ha tracciato la mappa della crisi. Nel Lazio l’impianto di stoccaggio di Latina rifiuta nuovi carichi dal 14 agosto. Quello di Formia e Ventotene ha un’autonomia di altri 10 giorni. Il Veneto ha adottato il palliativo di aumentare i limiti di stoccaggio.

In Emilia Romagna si sono saturati i bacini di Rimini e Cesena: la plastica in eccesso viene bruciata tra i rifiuti ordinari. “Ma nemmeno nei termovalorizzatori c’è spazio per lei” scuote la testa Quagliuolo. L’infiammabilità di questo materiale impone infatti di limitarne le quantità immesse negli inceneritori.

La Sardegna, che deve trasportare via nave sulla penisola due terzi della sua plastica riciclata, “ha attivato tre magazzini di stoccaggio intermedio, ma sono oramai esauriti”.

Il problema, che pure ha portata europea, va avanti dalla fine del 2025 ed è finito sul tavolo del Ministero per l’Ambiente, che ha convocato un “tavolo plastiche”, ha elaborato un “quadro conoscitivo aggiornato” e avanzato una “proposta roadmap di azioni”. Senza però, almeno finora, trovare misure capaci di alleviare la crisi.

Alla ricerca di una soluzione

“L’offerta mondiale di plastica è soverchiante. Bisognerebbe adottare provvedimenti di politica economica o aiutarci ad abbattere i costi del riciclo, che avviene in impianti classificati come energivori” suggerisce Quagliuolo.

“Abbiamo fatto l’impossibile per non fermare la raccolta della differenziata” prosegue il presidente di Corepla. “Abbiamo riempito ogni spazio, affittato nuovi magazzini, cercato nuove strutture. Speriamo che il calo del turismo dopo l’estate faccia diminuire i rifiuti. Nel frattempo cerchiamo nuovi acquirenti al di fuori dell’Unione Europea. Ma se poi il prodotto finale non trova sbocchi sul mercato, cos’altro ci resta da fare”.


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