Una centralina elettronica dello stesso tipo di quella utilizzata dal Banco di Napoli, quattro walkie talkie, un podere indicato come base logistica, i rapporti tra Olinto Bonalumi e Federico De Matteis e, soprattutto, una serie di elementi che, valutati insieme, hanno consentito ai giudici di ricostruire uno dei furti più clamorosi mai messi a segno a Foggia. A distanza di quattordici anni dal colpo, sono state depositate le motivazioni della Cassazione che chiudono definitivamente il processo “Goldfinger”.
La seconda sezione penale della Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi di Olinto Bonalumi, Federico De Matteis, Domenico Di Sapio, Gennaro Rendine, Venturo Ricchiuti, Patrizia Di Biase e Corrado Folchino, mentre ha rigettato quello di Franco Papa.
Per Bonalumi, il celebre “Lupin” di Foggia, resta dunque definitiva la condanna a 13 anni di reclusione; per De Matteis, considerato il suo braccio destro, quella a 8 anni. La Corte d’Appello di Bari aveva confermato entrambe le pene il 16 aprile 2025.
Il verdetto della Cassazione era già arrivato il 10 marzo scorso e l’Immediato aveva dato conto sia delle condanne definitive sia dei successivi ordini di carcerazione. Bonalumi, già arrestato a Roma nel gennaio 2025 dopo quasi quattro anni di latitanza, è in carcere. De Matteis, invece, risulta ancora irreperibile: dopo avere già trascorso circa un anno e mezzo tra carcere e domiciliari nella fase cautelare, deve scontare una pena residua di circa sei anni e mezzo.
Il colpo da 15 milioni senza segni di scasso
Il furto risale al fine settimana tra il 9 e l’11 marzo 2012. Nel caveau dell’allora Banco di Napoli di piazza Puglia furono svaligiate 165 cassette di sicurezza e altre 150 vennero manomesse. Denaro, gioielli e altri preziosi sparirono per un valore stimato in circa 15 milioni di euro, bottino mai recuperato. I ladri riuscirono a neutralizzare il sistema di sicurezza senza lasciare evidenti segni di scasso e il colpo fu scoperto soltanto il lunedì mattina.
Proprio sulla responsabilità di Bonalumi la Cassazione usa parole nette. Secondo i giudici, la condanna non è stata costruita su “meri sospetti e congetture”, come sostenuto dalla difesa, ma su un quadro di indizi gravi, precisi e concordanti.
Uno degli elementi centrali è la centralina elettronica per allarmi della PB Elettronica trovata il primo giugno 2012 nel cosiddetto podere 530, luogo frequentato da Bonalumi e De Matteis. Insieme all’apparecchiatura c’erano quattro walkie talkie. La centralina aveva caratteristiche analoghe a quella installata nella filiale svaligiata e, secondo gli accertamenti recepiti dai giudici, era stata acquistata dai due prima del furto.
La Cassazione ricostruisce anche l’acquisto: nel gennaio 2012 Virginio Piccioni sarebbe stato incaricato da Bonalumi di procurare una PB 9950 a 32 ingressi e 8 uscite, modello coincidente con quello della banca. Poiché non era più in produzione, venne fornita una centralina compatibile. De Matteis avrebbe sollecitato la consegna versando un acconto in contanti da 2mila euro e avrebbe poi ritirato personalmente l’apparecchiatura senza lasciare i propri dati per la bolla di consegna.
Il rapporto tra Bonalumi e De Matteis
Particolarmente rilevante nelle motivazioni è la posizione di Federico De Matteis. La Cassazione ritiene che anche nei suoi confronti il furto al Banco di Napoli sia sostenuto da un insieme di indizi “gravi, precisi e concordanti”.
Tra questi viene indicato lo stretto rapporto con Bonalumi, documentato non soltanto dai controlli delle forze dell’ordine ma dalle intercettazioni e dalla frequentazione del podere 530. I giudici richiamano anche il rapporto di De Matteis con il figlio di Bonalumi, destinatario di costosi regali, e due Rolex che lo stesso Bonalumi aveva dichiarato di avere regalato al più giovane complice.
Ma c’è un altro elemento che, secondo la Cassazione, rafforza il quadro: appena tre mesi dopo il furto in banca, Bonalumi e De Matteis stavano preparando un nuovo colpo, questa volta contro le gioiellerie Sarni del centro commerciale Mongolfiera. Le intercettazioni, secondo i giudici, mostrarono una “perfetta sinergia” tra i due nella pianificazione.
Il secondo colpo era pronto
Quel furto non venne portato a termine, ma la Cassazione ricorda quanto venne trovato durante le indagini: 13 borsoni vuoti, cacciaviti, pinze, una smerigliatrice industriale, due saldatori a gas con bombola, ricetrasmittenti, guanti e documentazione tecnica relativa a sistemi d’allarme identici a quelli delle gioiellerie.
Nel camper presente sul posto furono inoltre trovati altri borsoni, un apparato ricetrasmittente e numerose paia di guanti. Per i giudici l’azione era ormai in procinto di essere eseguita e fu interrotta da un evento indipendente dalla volontà del gruppo.
È uno dei passaggi che contribuisce a spiegare perché la figura di Bonalumi sia stata per decenni associata a quella di un “Arsenio Lupin” foggiano, specializzato nei colpi ad altissimo contenuto tecnico.
Nel suo passato giudiziario c’è anche il furto da oltre 5 milioni di euro al caveau della Np Service di Foggia nel 2009 e il tentativo di assalto alla Banca d’Italia di Ancona nel 2011, operazione che avrebbe potuto avere un bottino enormemente superiore. Nel 2021 si era reso latitante per sottrarsi all’esecuzione di precedenti condanne ed è stato rintracciato a Roma soltanto all’inizio del 2025.
La Cassazione: Bonalumi aveva un ruolo di assoluto rilievo
La Suprema Corte ha respinto anche le contestazioni sul trattamento sanzionatorio. Nelle motivazioni viene ricordato che i giudici di merito avevano considerato il valore “elevatissimo” della refurtiva, superiore ai 15 milioni, i precedenti penali di Bonalumi e il ruolo di particolare rilievo ricoperto nei fatti contestati.
Si chiude così definitivamente sul piano giudiziario il capitolo principale di “Goldfinger”, l’indagine esplosa nel marzo 2015 con il blitz della Squadra mobile di Foggia. Il processo ha attraversato oltre un decennio di udienze fino alla sentenza della Cassazione.
Rimane invece aperta la caccia a Federico De Matteis. Il 37enne foggiano, dopo la definitività degli otto anni di reclusione, non è stato trovato al momento dell’esecuzione dell’ordine di carcerazione e figura ancora tra i latitanti ricercati.
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