Una ong denuncia un ente britannico per superficialità sul clima. In Europa e in Italia, da punto di vista formale, i fondi pensione sembrano al riparo. Ma, sul fronte sostanziale, c’è ancora molto da fare (e qualche rischio c’è)
Comincia ad alzarsi la cortina fumogena sugli enti previdenziali e il loro impegno Esg. Il settore degli asset owner, come più volte evidenziato negli scorsi mesi, ha senza dubbio alzato la voce in termini di impegno sul fronte climatico e sociale, finendo per avviare un riequilibrio strutturale nei rapporti con asset manager più inclini a retromarce e aggiustamenti (vedi per esempio, l’articolo Conflitti asset owner-gestori, è solo l’inizio). Tuttavia, il mondo degli investitori istituzionali non si muove in modo uniforme: troppe le differenze dimensionali, culturali e regolamentari (specie per gli aspetti, non sempre previsti ex lege, di dovere fiduciario). Dunque, restano ritardi e inconsistenze con gli obiettivi statutari, che si concretizzano in deficit di governance (monitoraggio, policy, cultura ed engagement) e di risultati.
In sostanza: cosa c’è, alla fine, dentro i fondi dei fondi pensione?
LA SVOLTA IN TRIBUNALE
A dare rilievo alla risposta è un passaggio accaduto a Londra questa estate. Una ong, ClientEarth, si è presentata in Tribunale e ha denunciato il fondo pensione del Royal Borough of Kensington and Chelsea, ovvero uno dei quartieri più illustri della capitale britannica, e il suo advisor, la società Hymans Robertson. Secondo l’accusa, il fondo da 1,3 miliardi di sterline non ha rispettato gli standard minimi di diritto pubblico sulla misurazione accurata dei rischi climatici nell’ultima valutazione triennale. Ergo, va imposta una sorta di amministrazione giudiziaria sulla valutazione e riallocazione dei fondi.
Non è il primo caso di enti previdenziali portati in tribunale per ragioni Esg (vedi Fondo pensione, causa climatica dai giovani). Ma questo appare circostanziato e approfondito dal punto di vista delle richieste tecniche.
LA SITUAZIONE ITALIANA
I fondi pensione italiani rischiano una situazione simile a quella del prestigioso quartiere londinese?
Dal punto di vista formale, sembra improbabile che una causa del genere possa prendere piede in Europa, dove le normative (Iorp2 e Sfdr) e attuazioni varie hanno imposto una rete di regole Esg piuttosto stringenti in termini di governance degli enti previdenziali. Impegni, policy e criteri di trasparenza nella selezione dei mandati, e negli impatti dei comparti, sembrano tradursi in una base che garantisce solidità. Non è un caso, infatti, che le azioni legali contro gli enti previdenziali siano state avviate, fino a oggi, al di fuori dell’Unione europea.
UN’OCCASIONE DI RIFLESSIONE
Se i fondi pensione italiani, dunque, appaiono al sicuro dal punto di vista formale, in ossequio agli sforzi di adeguamento normativo comunitario, le cose non sono invece scontate dal punto di vista sostanziale. E strutturale.
Un segnale d’allarme è arrivato in relazione all’iniziativa di advocacy “Asset owner statement on climate stewardship”, un documento molto tecnico e assertivo, con cui i principali asset owner europei chiedono ai gestori strategie di stewardship sul clima più robuste, risorse adeguate e maggiore trasparenza, a costo di cambiare sgr. Il documento è co-firmato da una coalizione di investitori guidata dai colossi Uk People’s Pension, Brunel e Scottish Widows, e, nel corso di un anno e mezzo, ha registrato altri 32 fondi pensione firmatari.
L’aspetto sintomatico è che nessun fondo italiano, a fine aprile, figurava ancora tra i firmatari.
VORREI MA NON RIESCO
Nelle prossime settimane saranno presentati i risultati della nona edizione della ricerca condotta da ET.Group con Assofondipensione sui propri 32 fondi negoziali associati. Il principale filo conduttore che ha accompagnato gli assessment negli anni è che questi enti previdenziali sembrano prigionieri di un approccio “vorrei ma non posso”. O, similmente, “vorrei ma non riesco”. Nel senso che esistono limiti dal punto di vista strutturale, in buona parte riconducibili alle stesse previsioni costitutive originarie di questi enti, tali da impedire la traduzione delle ambizioni in una completa capacità di agire Esg. È troppo complesso il “nuovo” mondo in termini di variabili da monitorare e di impegni da inseguire, per soggetti con le strutture attuali.
Ecco perché l’edizione della ricerca del 2026 si è trasformata in un assessment dell’ESG identity degli stessi fondi pensione. Si tratta del primo esperimento di questo tipo a livello mondiale. L’obiettivo è quello, appunto, di misurare (e confrontare quantitativamente) proprio quel “vorrei ma non riesco” che è emerso negli anni. Ovvero, misurare l’idea, la cultura e l’ambizione del fondo, e, per contro, valutarne la capacità di tradurre in pratica le intenzioni.
L’obiettivo è quello di premiare le best practice all’interno dei fondi negoziali italiani.
Ma è anche quello di individuare gli ambiti di maggiore debolezza, nei quali il gap “vorrei ma non riesco” è più ampio e, dunque, più pericoloso.
LA PARTITA “SOSTANZIALE”
La prospettiva generale, valida a tutti i livelli e per tutti i protagonisti della filiera finanziaria, è quella di uno spostamento di importanza tra allineamento Esg formale e sostanziale, ovvero tra una interpretazione di compliance della sostenibilità, e la sua interpretazione politica (cioè, come bene pubblico della polis). In tale visione, la rete di salvataggio delle disposizioni regolamentari Ue perderà progressivamente capacità di protezione.
In una prospettiva “politica”, infatti, il “vorrei” del fondo diventa un “vorremo” da parte dei suoi stakeholder.
Ecco perché è oltre la norma che si giocherà la partita. I fondi pensione italiani (ma non solo loro), dovranno affrontare la questione Esg sul piano sostanziale, costruendo una coerenza tra le proprie ambizioni e le proprie azioni
Qualsiasi discrepanza, non solo ne minerà l’appeal competitivo, ovvero la capacità di attrarre nuovi sottoscrittori. Ma aumenterà anche le probabilità che qualche stakeholder voglia vederci più chiaro, e chiami in causa un Tribunale, come avvenuto per il fondo del più ricco quartiere di Londra.
A quel punto, davanti al giudice, avrà ancora qualche peso la giustificazione “non riesco”?
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