Consumare meno materie prime significa anche spendere meno. Ridurre gli sprechi di energia e acqua significa abbassare i costi. Progettare prodotti che durano di più, possono essere riparati, riutilizzati e riciclati significa creare valore e ridurre le spese di una famiglia. Sapere quale soluzione produce realmente meno impatti ambientali e sociali permette alle istituzioni di spendere meglio il denaro pubblico. È questa l’utilità concreta del Life Cycle Assessment (LCA), l’analisi del ciclo di vita, ed è la ragione per cui ritengo importante portare questo strumento all’interno del nostro Testo unico ambientale.
Per un’impresa l’LCA può aiutare a individuare in quale fase del processo produttivo si concentrano consumi di energia, acqua e materie prime, dove si generano scarti e dove esistono margini per migliorare l’ecoefficienza. Ridurre l’impatto ambientale può quindi significare anche eliminare inefficienze, contenere i costi di produzione e aumentare la competitività. Per i cittadini significa avere un’indicazione chiara per distinguere ciò che è realmente sostenibile da ciò che viene semplicemente presentato come tale e, se siamo bravi, possiamo abbattere i costi e valorizzare al massimo quello che viene prodotto in Italia, nel territorio in cui viviamo.
Per lo Stato significa spendere meglio ed effettuare prevenzione. Se utilizziamo risorse pubbliche per incentivare un progetto, un nuovo impianto, una tecnologia o finanziare un’infrastruttura, dobbiamo poter verificare che la scelta sia giusta e rappresenti realmente un beneficio per la comunità. Possiamo effettuare quest’analisi prima ancora di posare la prima pietra o il primo plico di cemento. Questo significa anche trasparenza, rispetto per il nostro ambiente, ma anche per la nostra salute, perché ormai è chiaro che le due cose sono strettamente collegate.
È da questa esigenza che nasce la mia proposta di legge C. 2991, presentata alla Camera il 26 giugno 2026, che interviene sul decreto legislativo 152 del 2006 introducendo espressamente la valutazione del ciclo di vita di prodotti, servizi e processi nell’ambito dei procedimenti delle amministrazioni pubbliche in materia ambientale. La transizione ecologica rischia altrimenti di diventare un esercizio di sostituzione: cambiamo un prodotto con un altro, una tecnologia con un’altra, un materiale con un altro e consideriamo automaticamente “verde” ciò che arriva dopo, ma potrebbe non essere così. La trasformazione non deve poi pesare sull’anello più debole della comunità.
L’LCA considera il percorso complessivo di un prodotto, servizio o processo: dall’approvvigionamento delle materie prime alla produzione, dalla distribuzione all’utilizzo, fino al recupero e allo smaltimento finale. È una metodologia scientifica riconosciuta a livello internazionale e disciplinata dalle norme UNI EN ISO 14040 e UNI EN ISO 14044.
Non stiamo quindi parlando dell’ennesimo indicatore ambientale, ma di uno strumento di calcolo di una serie di indicatori ambientali, come ad esempio la carbon footprint, la water footprint e l’ecological footprint, già conosciuti ma ancora poco diffusi e applicati. Dobbiamo cambiare il modo di prendere le decisioni, il metodo. Sento ancora parlare di costi-benefici, ma oggi, se parliamo di approccio sistemico, l’unica alternativa è la valutazione del ciclo di vita sociale, ambientale ed economico. Prima misurare tutti gli impatti, poi confrontare le alternative e infine scegliere.
L’Italia è un grande Paese trasformatore, con una forte base manifatturiera, ma fortemente dipendente dall’estero per l’approvvigionamento di molte materie prime. Ogni materiale che perdiamo perché un prodotto dura poco o non è riparabile, non può essere riutilizzato o non viene recuperato rappresenta quindi non soltanto un costo ambientale: è valore economico che perdiamo e una risorsa che dovremo tornare ad acquistare, direttamente o indirettamente, sui mercati internazionali. Per l’Italia l’economia circolare è dunque anche politica industriale e sicurezza degli approvvigionamenti. I numeri mostrano che partiamo da una buona posizione. Nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’Unione europea era del 12,2%, mentre in Italia raggiungeva il 21,6%, uno dei valori più elevati dell’Unione. Ma proprio questo risultato deve spingerci a compiere il passo successivo. Non possiamo limitarci a riciclare bene alla fine del processo. Dobbiamo evitare che prodotti e materiali diventino rifiuti troppo presto.
Ed è qui che entra in gioco l’ecodesign. La vera economia circolare comincia sul tavolo di progettazione. È lì che decidiamo quanta materia utilizzare, quali materiali scegliere, quanta energia sarà necessaria, quanto durerà un prodotto, se potrà essere smontato, riparato, aggiornato e riutilizzato e quanto facilmente potremo recuperarne i materiali alla fine della vita. L’Unione europea sta andando proprio in questa direzione con il nuovo regolamento sull’ecodesign dei prodotti sostenibili, che amplia l’approccio tradizionale considerando durabilità, riparabilità, riutilizzabilità, efficienza nell’uso delle risorse, contenuto riciclato e riciclabilità. Il rapporto tra questi strumenti è molto semplice: l’LCA deve essere applicato già in fase di progettazione, per effettuare realmente ecodesign. L’analisi del ciclo di vita è utilizzata per ridurre la CO₂ emessa dai processi, ma la metodologia consente di considerare diverse categorie di impatto ambientale e di evitare il cosiddetto burden shifting, cioè ridurre un problema in una fase del ciclo di vita trasferendolo semplicemente in un’altra.
Pensiamo alla casa. Quando diciamo che un edificio è sostenibile, non possiamo limitarci a guardare quanto consuma per riscaldamento e raffrescamento una volta costruito. Una parte dell’impatto ambientale è già avvenuta prima ancora che una famiglia vi entri: nell’estrazione delle materie prime, nella produzione di cemento, acciaio, vetro e altri materiali, nei trasporti e nelle attività di cantiere. Secondo UNEP e GlobalABC, il settore degli edifici e delle costruzioni è responsabile di circa il 37% delle emissioni globali di CO₂ legate all’energia e ai processi. Il rapporto globale più recente evidenzia inoltre l’enorme peso del settore nell’utilizzo delle risorse e dei materiali. Dobbiamo allora porci una domanda diversa: è sempre ambientalmente preferibile demolire una casa esistente e costruirne una nuova ad altissima efficienza oppure, in determinate condizioni, recuperare, riqualificare e prolungare la vita dell’edificio esistente produce un impatto complessivo inferiore? Non possiamo rispondere con uno slogan. Dobbiamo misurarlo. L’LCA permette di confrontare demolizione e nuova costruzione, recupero e riqualificazione, materiali differenti, durata dell’edificio, manutenzione, consumi durante l’utilizzo e possibilità di recuperare i materiali alla fine della vita. Questo approccio rafforza una scelta strategica per il nostro Paese: rigenerare le città, recuperare il patrimonio edilizio esistente e limitare il consumo di nuovo suolo.
La stessa logica vale per i trasporti. Per decenni abbiamo giudicato la sostenibilità di un mezzo quasi esclusivamente sulla base del carburante consumato e delle emissioni prodotte durante il viaggio. Sono parametri fondamentali, ma non raccontano l’intera storia. Per confrontare differenti modalità di trasporto dobbiamo considerare la produzione del mezzo, i materiali utilizzati, la durata, la manutenzione, l’energia consumata, la capacità e il numero di persone trasportate e, quando pertinente, le infrastrutture necessarie. Ma l’approccio del ciclo di vita permette di fare un passaggio ancora più importante: non confrontare soltanto prodotti, ma modi diversi di soddisfare lo stesso bisogno. Se dobbiamo spostare mille persone ogni giorno tra due aree urbane, la domanda non dovrebbe essere soltanto quale automobile consumi meno. Dovremmo chiederci quale combinazione di ferrovia, trasporto pubblico locale, mobilità collettiva e mobilità individuale consenta di garantire lo stesso servizio utilizzando complessivamente meno energia e meno risorse. È il passaggio dalla logica del prodotto alla logica della funzione. Non abbiamo bisogno di automobili in quanto tali: abbiamo bisogno di mobilità. Non abbiamo bisogno di nuovo cemento: abbiamo bisogno di abitazioni, scuole, ospedali e infrastrutture sicure, accessibili ed efficienti. Ed è proprio questa capacità di confrontare le alternative che può rendere migliori le decisioni pubbliche.
Oggi il Testo unico ambientale rappresenta la principale cornice normativa italiana per la tutela dell’ambiente, ma non contiene un espresso riconoscimento dell’LCA quale metodologia utilizzabile dalle amministrazioni pubbliche nell’esercizio delle proprie funzioni. È questo vuoto che la proposta C. 2991 vuole colmare. La PDL introduce un nuovo articolo 3-octies, prevedendo che le amministrazioni competenti promuovano e possano avvalersi dell’LCA come strumento di supporto tecnico-scientifico ai processi decisionali finalizzati alla tutela dell’ambiente. La valutazione è effettuata secondo le metodologie previste dalle norme UNI EN ISO 14040:2021 e UNI EN ISO 14044:2021 o dalle successive norme tecniche che ne disciplineranno l’applicazione.
C’è però un aspetto che considero essenziale: non vogliamo creare nuova burocrazia. La proposta non introduce nuovi procedimenti amministrativi, non modifica gli istituti autorizzativi esistenti e non determina nuovi obblighi per imprese, cittadini o pubbliche amministrazioni. L’LCA integra gli strumenti istruttori già previsti. In altre parole, non aggiungiamo un altro timbro: aggiungiamo conoscenza alle decisioni.
L’articolo 2 interviene inoltre sull’articolo 4 del Testo unico affinché l’analisi del ciclo di vita possa contribuire alla prevenzione degli impatti negativi delle attività umane, all’uso efficiente delle risorse naturali, alla sostenibilità ambientale e all’attuazione del principio dello sviluppo sostenibile. Significa anche contrastare il greenwashing con uno strumento scientifico. La parola “sostenibile” non può essere semplicemente un’etichetta applicata a ciò che vogliamo vendere, incentivare o finanziare. Se utilizziamo denaro pubblico per favorire una soluzione perché la definiamo sostenibile, dobbiamo poter dimostrare che quella soluzione produce realmente un beneficio ambientale complessivo. Ed è anche politica industriale. Aiutare le imprese a utilizzare meno materie prime ed energia, ridurre gli scarti, progettare prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili e recuperare maggiormente le risorse significa rendere il nostro sistema produttivo meno vulnerabile e più competitivo.
È in questo quadro che abbiamo presentato anche il XX Convegno dell’Associazione Rete Italiana LCA, in programma dal 23 al 25 settembre a Taranto, presso il Dipartimento Jonico dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Il titolo scelto – “LCA e metodi life cycle-based per la misurazione della sostenibilità di prodotti, servizi, organizzazioni e soluzioni circolari” – fotografa bene l’evoluzione di questo approccio: dalla ricerca scientifica alla sua applicazione nelle imprese, nelle organizzazioni e nelle politiche pubbliche. Il programma mette infatti insieme università, istituzioni, imprese e ricerca e affronta, tra gli altri, economia circolare, nuove tecnologie e nuove applicazioni dell’LCA.
La sessione inaugurale del 23 settembre sarà presieduta dal professor Bruno Notarnicola, dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, componente del Comitato scientifico del Convegno e consigliere dell’Associazione Rete Italiana LCA. «Il XX Convegno dell’Associazione Rete Italiana LCA rappresenta un appuntamento particolarmente importante perché segna venti edizioni di un percorso attraverso il quale la Rete ha contribuito a costruire e consolidare in Italia una comunità scientifica e professionale sull’approccio del ciclo di vita. A Taranto, dal 23 al 25 settembre, metteremo a confronto ricerca, imprese, istituzioni e territorio sulle nuove frontiere dell’LCA e dei metodi life cycle-based, dalle soluzioni di economia circolare alle tecnologie emergenti. L’obiettivo è fare in modo che conoscenze scientifiche e strumenti di misurazione sempre più avanzati possano tradursi in innovazione, competitività e decisioni più consapevoli. Inserire lo strumento LCA nel Testo unico ambientale è un’occasione per l’Italia da non perdere».
La scelta di Taranto rende questo confronto ancora più significativo. Parlare di misurazione della sostenibilità, economia circolare, innovazione e competitività in un territorio nel quale il rapporto tra industria, ambiente e sviluppo rappresenta da decenni una delle grandi questioni nazionali significa mettere la ricerca scientifica a confronto con problemi reali. La politica non deve sostituirsi alla scienza, ma creare le condizioni affinché la migliore conoscenza scientifica disponibile entri nelle decisioni pubbliche. Per l’Italia significa anche costruire una politica industriale capace di ridurre la dipendenza dalle materie prime importate, abbattere i costi energetici e i costi e gli impatti ambientali del trasporto, a tutela soprattutto delle famiglie, e di questo abbiamo veramente bisogno.
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