Fatto il risparmio, chi farà i risparmiatori?


«Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani».
Forse, alla fine di questa lunga stagione del risiko bancario, dovremo porci una domanda non troppo diversa.
Fatto il risparmio, chi farà i risparmiatori?
Per anni abbiamo discusso di fusioni, offerte pubbliche di scambio, terzi poli, campioni nazionali ed europei.
Abbiamo discusso di chi comprerà chi, di quali banche rimarranno, di quali alleanze prevarranno e di quale equilibrio uscirà dalla più profonda trasformazione del sistema finanziario italiano degli ultimi decenni.
Forse siamo arrivati alla fine di quella discussione.
Ma proprio adesso ne comincia un’altra.
Perché se il sistema bancario uscirà da questa stagione più concentrato, potremo discutere a lungo se sia stato un successo o un errore.
Una domanda rimarrà comunque aperta.
Chi farà da contrappeso a un potere economico più concentrato?
Il mercato presuppone concorrenza.
E la concorrenza non è soltanto una tecnica per rendere più efficienti i prezzi. È anche un limite al potere economico.
Se quel limite si riduce per effetto della concentrazione, occorre domandarsi quale altro equilibrio possa accompagnarlo.
Non necessariamente lo Stato.
Non un ritorno alle partecipazioni pubbliche.
Non una nuova autorità chiamata ad amministrare ciò che la società potrebbe autonomamente organizzare.
Forse una società civile economicamente più forte.
Le vicende bancarie di queste settimane sembrano già suggerire qualcosa.
Nel dibattito sugli assetti futuri del sistema riemergono parole che per molto tempo erano sembrate estranee al linguaggio della finanza: stabilità, industria, territorio, sviluppo, lungo periodo.
Si torna persino a distinguere implicitamente tra il capitale che entra per ottenere un rendimento e quello che rimane perché lega il proprio destino a quello dell’impresa.
È una distinzione importante.
Ma non ancora sufficiente.
Non basta che il capitale resti. Occorre sapere per chi resta e per quale futuro resta.
È qui che il problema bancario incontra quello costituzionale.
L’articolo 47 non si limita a proteggere il risparmio.
La Repubblica lo incoraggia e lo tutela in tutte le sue forme.
Quel risparmio, tuttavia, oggi non vive soltanto nei conti correnti delle famiglie.
Una parte crescente viene raccolta e organizzata da casse previdenziali, fondi pensione, fondi sanitari, cooperative, fondazioni e altre istituzioni collettive.
Sono patrimoni diversi per origine, disciplina e finalità.
Ma hanno qualcosa in comune.
Dietro il capitale esiste una comunità.
E davanti al capitale esiste un tempo.
Una cassa previdenziale non custodisce semplicemente asset.
Custodisce previdenza.
Un fondo pensione non amministra soltanto investimenti.
Amministra reddito differito e organizza proprietà intergenerazionale.
Un fondo sanitario non gestisce soltanto risorse.
Organizza solidarietà e protezione.
Una fondazione non possiede semplicemente un patrimonio.
Lo destina a una funzione.
Potremmo allora cominciare a chiamarle, con la necessaria prudenza, istituzioni sociali del risparmio.
L’investitore istituzionale è una categoria finanziaria.
L’istituzione sociale del risparmio potrebbe diventare una categoria costituzionale da costruire.
Perché il suo patrimonio non costituisce il fine.
È lo strumento attraverso il quale una comunità trasferisce una parte del proprio presente verso il proprio futuro.
Il risparmio, infatti, non è soltanto ricchezza accumulata.
È futuro accumulato.
È lavoro presente che rinuncia a una parte del consumo per acquistare libertà nel tempo.
Per questo, quando milioni di risparmi individuali vengono raccolti in grandi patrimoni, non si concentra soltanto capitale.
Si concentra una parte del futuro delle persone.
Ed è questa la ragione per cui la sua organizzazione non può essere considerata una questione esclusivamente finanziaria.
Non basta allora chiedersi di chi sia il capitale.
Bisogna chiedersi chi rappresenti le persone il cui futuro è contenuto in quel capitale.
Ma qui emerge una contraddizione.
Il problema, infatti, non è soltanto organizzare il risparmio.
Lo abbiamo già fatto.
Il sistema finanziario contemporaneo possiede strumenti straordinariamente efficienti per raccogliere milioni di patrimoni individuali e trasformarli in grandi masse di capitale.
Abbiamo organizzato il risparmio senza organizzare i risparmiatori.
E quando i risparmiatori non organizzano il proprio risparmio, quel risparmio non rimane senza potere.
Il potere viene esercitato da qualcun altro.
Le grandi concentrazioni finanziarie europee lo mostrano ormai con evidenza. Masse immense di risparmio privato, una volta aggregate, non costituiscono soltanto patrimoni da amministrare. Diventano capacità di orientare imprese, mercati e, inevitabilmente, gli equilibri economici delle nazioni.
Ma proprio per questo sarebbe insufficiente ridurre la questione a una contrapposizione tra capitali nazionali e capitali stranieri.
Un capitale può essere interamente nazionale e continuare a non rappresentare i cittadini dai quali proviene.
La vera alternativa non è dunque tra risparmio italiano e risparmio straniero.
È tra risparmio rappresentato e risparmio anonimo.
Per questo la questione non può essere soltanto chi debba proteggere il risparmio italiano quando quella concentrazione assume dimensioni tali da sollecitare persino l’intervento dei poteri pubblici.
La domanda viene prima.
Chi rappresenta il risparmio prima che qualcuno debba difenderlo?
Se la risposta arriva soltanto quando interviene lo Stato, significa che tra il singolo risparmiatore e i grandi poteri finanziari è rimasto uno spazio vuoto.
Ed è forse proprio quello spazio che i nuovi corpi intermedi sono chiamati a occupare.
Casse previdenziali, fondi pensione, fondi sanitari e altre istituzioni sociali del risparmio potrebbero trasformare milioni di posizioni individuali in una responsabilità collettiva.
Non un altro potere contro il mercato.
Un potere di equilibrio dentro il mercato.
Ed è forse questa una delle grandi asimmetrie del capitalismo contemporaneo.
Milioni di cittadini sono, direttamente o indirettamente, proprietari di una parte crescente dell’economia. Lo sono attraverso i propri risparmi, le pensioni integrative, le casse previdenziali, i fondi e gli altri patrimoni collettivi ai quali affidano una parte del proprio reddito.
Eppure, nel momento stesso in cui il loro risparmio diventa capitale, essi rischiano di scomparire.
Rimane il patrimonio.
Rimane il gestore.
Rimane l’investitore istituzionale.
Scompare il risparmiatore.
O, almeno, scompare la sua soggettività.
Il cittadino continua a essere economicamente proprietario, ma raramente esercita la consapevolezza e la responsabilità corrispondenti a quella proprietà.
È proprio questa distanza tra proprietà economica e soggettività civile che occorre colmare.
Per questo le istituzioni sociali del risparmio non dovrebbero limitarsi a diventare investitori istituzionali sempre più grandi.
Dovrebbero compiere un passaggio ulteriore:
da organizzazioni del risparmio a organizzazioni dei risparmiatori.
Non per trasformare il risparmio in militanza.
Non per sostituire la politica.
Ma per restituire soggettività a coloro dai quali quel capitale proviene.
Educare.
Informare.
Rendere trasparenti le scelte.
Consentire partecipazione.
E, quando la natura dell’istituzione lo permette, esercitare nella proprietà delle imprese quella responsabilità che milioni di singoli risparmiatori non potrebbero esercitare individualmente.
Il Novecento aveva compiuto qualcosa di analogo con il lavoro.
Non aveva semplicemente riconosciuto l’esistenza dei lavoratori.
Attraverso sindacati, partiti, cooperative e associazioni aveva trasformato una condizione individuale in una soggettività collettiva.
Forse il XXI secolo dovrà fare qualcosa di simile con il risparmio.
Trasformare il risparmiatore da destinatario di tutela in soggetto di partecipazione.
Ed è proprio qui che si apre un secondo problema.
Molte di queste istituzioni sono nate nel Novecento all’interno o intorno alle grandi rappresentanze sociali.
Partiti, sindacati, associazioni professionali e rappresentanze economiche organizzavano interessi, appartenenze e partecipazione.
Intorno a esse nacquero soggetti che potremmo definire corpi intermedi di secondo livello.
Casse.
Fondi.
Mutualità.
Cooperative.
Organismi di welfare.
Erano, in qualche modo, figli di quelle rappresentanze.
Ne amministravano una funzione particolare: previdenza, assistenza, risparmio, welfare, protezione.
Ma la storia produce talvolta un curioso rovesciamento.
I genitori invecchiano e i figli rimangono.
Le grandi rappresentanze novecentesche non sono scomparse.
Ma hanno progressivamente perduto la capacità di esaurire la domanda di partecipazione della società.
È certamente venuto meno il loro antico monopolio dell’intermediazione sociale.
Eppure le funzioni che avevano generato sono sopravvissute.
Le casse continuano a raccogliere previdenza.
I fondi pensione accumulano risparmio di lungo periodo.
I fondi sanitari organizzano welfare.
Le fondazioni custodiscono patrimoni destinati a finalità collettive.
Milioni di persone continuano così a essere associate attraverso istituzioni nate quando alle loro spalle esistevano rappresentanze molto più forti.
È possibile allora che alcuni corpi intermedi nati come soggetti di secondo livello siano chiamati dalla storia a diventare corpi intermedi tout court?
Non eredi dei partiti.
Non sostituti dei sindacati.
Eredi di una funzione.
Quella funzione di mediazione tra persona e grandi poteri che costituisce una delle intuizioni più profonde del pluralismo costituzionale italiano.
L’articolo 2 non cristallizza le formazioni sociali in un catalogo novecentesco.
Riconosce quelle nelle quali si svolge la personalità dell’uomo.
L’articolo 3 indica come obiettivo la partecipazione effettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
L’articolo 47 incoraggia e tutela il risparmio.
E l’articolo 118 affida alla Repubblica il compito di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per le attività di interesse generale.
Letti insieme, questi principi consentono almeno di porre una domanda.
Può la funzione costituzionale dei corpi intermedi sopravvivere alle forme storiche che l’hanno generata?
Se la risposta fosse positiva, l’emancipazione di questi soggetti dai propri genitori non potrebbe però tradursi semplicemente in maggiore autonomia.
Altrimenti avremmo soltanto creato nuove oligarchie patrimoniali.
Dovrebbe valere la regola opposta:
più autonomia dai genitori significa più responsabilità verso la comunità dalla quale si proviene.
È questa responsabilità, non la dimensione dei patrimoni amministrati, che potrebbe trasformare alcuni di questi soggetti.
Non nuovi organi costituzionali.
Non nuovi centri di comando.
Ma soggetti di attuazione costituzionale del risparmio.
O, se vogliamo accettare la provocazione fino in fondo, soggetti costituzionali del risparmio.
Non perché la Costituzione li nomini come tali.
Ma perché attraverso di essi potrebbe concretamente esercitarsi una funzione che la Costituzione riconosce: trasformare il risparmio da ricchezza semplicemente accumulata in strumento di libertà, partecipazione e responsabilità.
Qui la questione della concentrazione bancaria torna al punto di partenza.
Se il sistema produce soggetti economici sempre più grandi, la risposta della Repubblica non deve necessariamente essere produrre uno Stato ancora più grande.
Può essere quella di rendere più forte la società.
Il check and balance del nuovo capitalismo potrebbe allora non trovarsi soltanto nelle autorità pubbliche e nella concorrenza tra imprese, entrambe indispensabili.
Quando il potere economico si concentra, la prima risposta che conosciamo è il potere pubblico: regolazione, vigilanza, fino agli strumenti straordinari posti a tutela degli interessi nazionali.
Ma tra mercato e Stato potrebbe esistere un terzo spazio.
Quello della società civile organizzata anche patrimonialmente.
Non un golden power privato.
Non un nuovo centro di comando.
Un potere civile di equilibrio.
Una proprietà sociale organizzata capace di stare nel mercato senza essere semplicemente assorbita dalla sua logica.
Potrebbe trovarsi anche in una proprietà sociale organizzata.
Non una proprietà pubblica.
Non una proprietà senza proprietari.
Una proprietà diffusa capace di diventare consapevole di sé.
Cittadini che, attraverso le istituzioni nelle quali il loro risparmio è organizzato, partecipano, votano, chiedono trasparenza, esercitano responsabilità proprietaria, investono nel lungo periodo.
Non per comandare le imprese.
Ma per impedire che il risparmio diffuso diventi capitale anonimo governato esclusivamente da chi lo gestisce.
È qui che la cittadinanza economica può diventare cittadinanza societaria.
Ed è qui che quella che abbiamo chiamato terza rappresentanza potrebbe trovare finalmente non soltanto una funzione, ma i propri soggetti sociali.
Il passaggio decisivo sarebbe allora dalla tutela del risparmio alla cittadinanza del risparmiatore.
Ma i cittadini non nascono risparmiatori.
Devono diventarlo.
Non basta insegnare loro come scegliere un prodotto finanziario.
Occorre qualcosa di più dell’educazione finanziaria.
Occorre forse una educazione costituzionale al risparmio.
Comprendere che risparmiare significa costruire libertà rispetto al bisogno.
Che investire significa partecipare alla proprietà.
Che possedere significa assumere una responsabilità.
Che affidare il proprio risparmio a un’istituzione significa consegnarle una parte del proprio futuro.
E allora la domanda iniziale acquista un significato diverso.
Chi farà i risparmiatori?
Forse coloro che faranno i risparmiatori esistono già.
Sono le istituzioni che fino a oggi ne hanno organizzato il risparmio.
La loro nuova responsabilità potrebbe essere quella di organizzare anche i risparmiatori.
Sono le istituzioni che il lavoro e il risparmio dei cittadini hanno costruito nel corso del Novecento.
Nate come figlie dei grandi corpi intermedi, potrebbero essere chiamate nel XXI secolo a diventare adulte.
Non per rinnegare i propri genitori.
Non per sostituirli.
Ma per emanciparsi da essi e assumere direttamente la responsabilità della funzione che hanno ereditato.
Custodire, organizzare e rappresentare il risparmio come libertà della persona e capitale civile della Repubblica.
Arriva un momento in cui un’istituzione, per restare fedele alla ragione per cui è nata, deve avere il coraggio di lasciare il porto nel quale è nata.
Forse quel momento è arrivato.
E forse, dopo aver costruito per decenni gli strumenti attraverso i quali raccogliere e amministrare il risparmio degli italiani, la politica dovrebbe finalmente interrogarsi su qualcosa di più ambizioso.
Non soltanto su chi controllerà le banche.
Ma su chi formerà i cittadini capaci di essere proprietari del proprio futuro.
Fatto il risparmio, chi farà i risparmiatori?


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