Il cerchio che esclude. L’economia circolare fa circolare gli errori del colonialismo?


La tesi di fondo del saggio è che le teorie e i modelli oggi dominanti nell’economia circolare affondano le radici in modo preponderante nelle epistemologie del Nord globale, in una visione eurocentrica e in un forte tecnocentrismo. Non si tratta di un dettaglio geografico. Quei modelli danno per scontati sistemi di raccolta rifiuti formalizzati, strutture di governance stabili, infrastrutture tecnologiche avanzate e diritti sui materiali ben definiti. Sono assunzioni che non viaggiano in modo neutro ma quando le si applica al Sud globale, o anche alle comunità marginalizzate del Nord, finiscono per rendere invisibili le economie informali, le storie estrattive e le relazioni di potere diseguali che governano davvero i flussi dei materiali.

Il punto più affilato dell’argomentazione riguarda ciò che resta fuori dall’inquadratura. La circolarità, ricorda Ambituuni, non l’ha inventata Bruxelles con il suo Piano d’azione e le sue strategie “9R”. Pratiche di riparazione, riuso, condivisione e cura delle risorse sono state al centro di innumerevoli società per secoli, sotto nomi che l’accademia occidentale fatica a prendere sul serio: l’ubuntu dell’Africa australe, l’ecological swaraj indiano, il buen vivir o suma qamaña andino. Sono visioni del mondo più che tecniche di gestione rifiuti. E qui l’autore individua un rischio sottile ma insidioso, ovvero che anche quando questi saperi vengono inclusi nei modelli mainstream, spesso lo sono a condizione di essere tradotti nel vocabolario occidentale, depoliticizzati, ridotti a soluzioni tecniche o a semplici casi di studio. Non riconoscimento, dunque, ma appropriazione come una nuova forma di dominio culturale travestita da apertura.

Poi, c’è la parte che stringe ancora di più, ovvero quella che Ambituuni chiama, citando la sociologia di Boaventura de Sousa Santos, la “linea abissale”. Il pensiero occidentale moderno funziona tracciando una linea invisibile che divide il mondo in due. Da una parte ci sono quelli di qua della linea, ovvero ciò che viene riconosciuto come reale, legittimo, vero, scientifico. Dall’altra, al di là della linea, c’è tutto ciò che viene reso semplicemente invisibile e non esistente come sapere degno di questo nome. La linea è abissale perché tra i due lati c’è un abisso e ciò che sta al di là non entra nemmeno nella discussione. È, questo, il modo in cui l’epistemologia coloniale continua a operare anche dopo la fine del colonialismo formale, là dove le tradizioni intellettuali ed economiche occidentali vengono usate come metro per produrre conoscenza sul resto del mondo mentre le visioni alternative vengono rese semplicemente invisibili.

Allora, anche i lavoratori informali dei rifiuti, le reti di riparazione, i raccoglitori, i sistemi comunitari di riuso vengono trattati come problemi da formalizzare mentre di fatto sono sistemi socio-materiali sofisticati con logiche proprie di recupero del valore e di resilienza. Le loro pratiche vengono etichettate come “di sopravvivenza”, “tradizionali”, “non regolamentate” mentre quelle occidentali sono riconosciute ad alta intensità tecnologica come “innovative” e “orientate al futuro”. La stessa gerarchia coloniale di sempre, con parole nuove.

L’esempio che l’autore porta è concreto e verificabile, quello dei rifiuti elettronici. L’e-waste prodotto nel Nord viene sistematicamente spostato verso il Sud per il recupero dei materiali, in condizioni di lavoro e ambientali precarie. Il Giappone, documenta il saggio, esporta rifiuti riciclabili verso paesi asiatici a reddito più basso, spinto da incentivi economici e da regole ambientali meno stringenti. Un paese può così apparire sempre più circolare nelle sue statistiche nazionali con tassi di riciclo, riduzione dei rifiuti e produttività delle risorse semplicemente perché le fasi più dannose della produzione avvengono altrove. La circolarità diventa geograficamente selettiva e i centri di consumo del Nord si fanno più puliti ed efficienti, mentre i costi sociali ed ecologici restano esternalizzati.

Ancora più insidiosi, per Ambituuni, sono gli strumenti finanziari di nuova generazione come i crediti plastici (plastic credits), i mercati di compensazione del carbonio, i crediti per la biodiversità. Presentati come strumenti pragmatici per accelerare l’azione ambientale, rischiano di istituire una relazione estrattiva inedita. Il valore ambientale diventa una merce scambiabile dove un’organizzazione può acquistare circolarità generata altrove, esternalizzando di fatto la propria responsabilità, mentre le conseguenze materiali ed ecologiche ricadono sulle comunità del Sud. Il miglioramento ambientale del Nord, avverte l’autore, potrebbe non tradursi in una riduzione degli impatti globali ma solo in una loro redistribuzione nello spazio. È la vecchia divisione coloniale del lavoro in cui le metropoli concentrano ricchezza e consumo, le periferie forniscono risorse e assorbono i danni. Una divisione riproposta, stavolta, con l’etichetta rassicurante della transizione sostenibile.

E c’è una dimensione che il conteggio dei rifiuti non vede mai che è quella del lavoro e del genere. Nelle “zone di sacrificio”, ovvero impianti pericolosi collocati in comunità nere, indigene o operaie, l’estrazione dei minerali critici e la lavorazione dei materiali di scarto poggiano su lavoro precario, malpagato, svolto in modo sproporzionato da popolazioni marginalizzate. Un rapporto UNIDO del 2022 citato nel saggio mostra come le donne siano concentrate proprio nei segmenti informali, a basso reddito e basso valore della filiera circolare. La narrazione celebra l’efficienza delle risorse; oscura le condizioni di lavoro che quell’efficienza rendono possibile.

Il saggio, però, non si ferma alla denuncia. Ambituuni propone un quadro di decolonizzazione articolato su quattro leve: pluralità epistemica, redistribuzione del potere, allargamento del technocentrismo e impatto trasformativo. La prima, la pluralità epistemica, chiede di smettere di trattare i saperi degli altri come materia prima da cui estrarre qualche idea utile e di cominciare a riconoscerli come conoscenze a pieno titolo. Come modi diversi di intendere la circolarità che possono convivere senza che uno solo, quello scientifico occidentale, faccia da giudice di tutti gli altri. La seconda, la redistribuzione del potere, va dritta alla domanda che conta: chi decide? Chi stabilisce come si spendono i soldi, chi guida i progetti, chi mette la firma sulle ricerche. Cambiare il modello significa spostare queste leve verso chi finora è stato solo oggetto di studio.

La terza, l’allargamento del technocentrismo, non rinnega la tecnologia ma dice che l’innovazione non è solo quella dei brevetti e dei macchinari. Anche una rete di riparatori di quartiere, un sistema di condivisione tra vicini o una pratica ecologica tramandata da generazioni sono forme di innovazione, e meritano la stessa dignità delle soluzioni ad alta tecnologia. La quarta, l’impatto trasformativo, alza lo sguardo perché la circolarità dovrebbe servire a immaginare un mondo diverso e non solo a far funzionare un po’ meglio quello attuale, quello in cui i rifiuti si esportano e il lavoro sporco lo fa sempre qualcun altro.

Il valore di questo intervento sta tutto nel suo rovesciamento di prospettiva. Non basta che i materiali girino in tondo, bisogna chiedersi se quel giro stia davvero redistribuendo valore o non stia soltanto riconfigurando l’estrazione in forme socialmente più presentabili. Ambituuni chiude invitando a ripoliticizzare l’economia circolare attorno a tre giustizie che i modelli dominanti tendono a ignorare: ambientale, del lavoro e di genere. In un momento in cui la circolarità è ovunque, nelle strategie aziendali, nei piani europei, nel marketing, ricordare che un modello può essere insieme ecologico e ingiusto non è un cavillo teorico. È la condizione perché la parola sostenibilità significhi ancora qualcosa.

 


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