Tra libri, corredo, dispositivi e servizi il conto può avvicinarsi a 1.400 euro per studente, ma non è una tariffa nazionale. I tetti ministeriali riguardano solo i testi; trasporti, mensa e tecnologia cambiano radicalmente da famiglia a famiglia e da città a città.
Per una famiglia con un figlio che entra alle medie o alle superiori, il ritorno in classe non coincide con un’unica spesa. Arriva per ondate: prima i libri, poi zaino, astuccio, quaderni e materiale tecnico; in alcuni casi un computer o un tablet; quindi l’abbonamento ai trasporti e, per i più piccoli, la mensa. È da questa somma che nasce la stima, riportata nel dibattito di queste settimane, di un conto che può avvicinarsi a 1.400 euro per studente. È però essenziale definirla correttamente: non è una media ufficiale valida per tutte le famiglie e non è un importo fissato dall’amministrazione. È uno scenario di spesa possibile, che dipende soprattutto dalla classe frequentata, dalla quantità di libri da acquistare, dalla scelta tra nuovo e usato, dai prodotti di marca, dai servizi utilizzati e dalle agevolazioni disponibili.
Il primo dato certo riguarda i libri di testo. Per l’anno scolastico 2026/27 il decreto ministeriale 51 del 26 marzo 2026 ha aggiornato dell’1,5% i tetti di spesa delle scuole secondarie. Alle medie il limite base è di 303 euro in prima, 121 euro in seconda e 136 euro in terza. Alle superiori il tetto varia in base all’indirizzo: per una prima del liceo scientifico, per esempio, è di 331 euro. Questi numeri, tuttavia, non coincidono automaticamente con ciò che ogni famiglia pagherà alla cassa. I tetti riguardano la dotazione libraria adottata dalla classe e possono essere ridotti del 10% quando i testi sono in modalità mista cartaceo-digitale o del 30% quando sono integralmente digitali. Il decreto consente inoltre una deroga motivata fino al 20%, da deliberare secondo le procedure previste. Dizionari, materiali facoltativi e altri acquisti possono restare fuori dal conteggio.
Proprio qui si vede perché parlare genericamente di “caro libri” rischia di confondere. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella grande indagine sull’editoria scolastica chiusa a gennaio, ha stimato una spesa media di circa 580 euro per l’intero ciclo delle medie e di 1.250 euro per tutto il ciclo delle superiori. Il mercato dei libri nuovi vale circa 800 milioni di euro l’anno, quello dell’usato circa 150 milioni. L’Antitrust non ha rilevato, nel periodo esaminato, un aumento dei prezzi dei testi nuovi fuori scala rispetto all’inflazione. Ha però indicato un problema diverso: con il potere d’acquisto delle famiglie sotto pressione, anche aumenti non eccezionali diventano pesanti, mentre gli strumenti di sostegno cambiano molto da una regione all’altra.
Gli editori insistono sullo stesso punto. I dati più recenti consolidati pubblicati dall’Associazione Italiana Editori indicavano per il 2025 una spesa media annua di 190 euro alle medie e, alle superiori, di 279 euro nei licei, 241 negli istituti tecnici e 167 nei professionali, esclusi i dizionari. Per il 2026/27 i tetti ministeriali sono stati rivalutati dell’1,5%, ma al 21 agosto non risulta ancora pubblicata dall’Aie una nuova stima nazionale media paragonabile a quella diffusa lo scorso anno. Questo è un passaggio importante: attribuire oggi a tutti gli studenti italiani una spesa libraria di 400, 500 o 600 euro significherebbe sommare situazioni molto diverse e trasformare i casi più costosi in una presunta media nazionale.
La vera accelerazione del conto avviene fuori dalla libreria. Zaini, astucci, diari, quaderni, penne, evidenziatori, album da disegno, squadre, compassi, calcolatrici e ricambi accompagnano l’intero anno scolastico. La forbice è enorme. Un corredo essenziale acquistato nella grande distribuzione ha un costo molto diverso da uno zaino tecnico o griffato, da un astuccio già completo o da prodotti legati a marchi e personaggi. Le associazioni dei consumatori osservano da anni che la possibilità di risparmio dipende in larga parte dalla scelta del canale di acquisto e dal rinvio degli acquisti non immediatamente necessari. Non tutto deve essere comprato prima della campanella: per dizionari, strumenti di disegno, calcolatrici e materiali specialistici conviene spesso attendere le indicazioni precise degli insegnanti, evitando doppioni o prodotti che poi non verranno utilizzati.
Il passaggio alle classi iniziali è quello che espone maggiormente al picco di spesa. In prima media può essere necessario acquistare una dotazione quasi completamente nuova; in prima superiore aumentano il numero delle discipline, i manuali specialistici e, a seconda dell’indirizzo, gli strumenti tecnici. Un liceo classico può richiedere vocabolari di latino e greco; un tecnico può aggiungere calcolatrici, strumenti da disegno o materiali di laboratorio; un artistico ha esigenze ancora diverse. Anche all’interno dello stesso indirizzo le liste non sono identiche. Le adozioni pubblicate dalle singole scuole per il 2026/27 mostrano infatti scostamenti significativi: alcune restano comodamente entro il tetto, altre utilizzano la deroga, altre ancora segnalano spese eccedenti da correggere o motivare. Per una famiglia, quindi, la lista dell’istituto resta il documento decisivo: il costo reale si calcola titolo per titolo, verificando anche quali volumi siano già posseduti o utilizzabili per più anni.
L’usato è la prima leva per ridurre la fattura, ma non funziona allo stesso modo per tutti i libri. Il mercato di seconda mano ha ormai dimensioni strutturali, come dimostrano i circa 150 milioni di euro stimati dall’Antitrust. A limitarlo sono soprattutto le nuove edizioni e i contenuti digitali collegati alla copia. L’Autorità ha rilevato che oltre l’80% del mercato nazionale è concentrato in quattro grandi operatori – Mondadori, Zanichelli, Sanoma e La Scuola – e ha chiesto più trasparenza tra una nuova edizione e quella precedente. Ha inoltre segnalato che più del 95% delle classi adotta formule cartaceo più digitale, ma solo una quota limitata delle licenze digitali viene effettivamente attivata. Le condizioni di accesso alle piattaforme possono rendere meno conveniente il riuso del libro da parte di un altro studente. Gli editori hanno manifestato disponibilità a lavorare su riattivazioni a costo ridotto, maggiore durata degli accessi e maggiore trasparenza tra le edizioni: se queste soluzioni diventassero prassi, avrebbero un effetto concreto anche sul mercato dell’usato.
Il computer merita un conto separato. Non esiste un obbligo nazionale che imponga a ogni studente di comprare un nuovo pc o tablet ogni settembre. Per molte famiglie il dispositivo è già presente in casa; per altre diventa necessario in occasione del passaggio alle superiori o per specifiche attività didattiche. Il costo, quindi, non può essere incorporato automaticamente nella spesa annuale di tutti. Può però aggiungere diverse centinaia di euro nell’anno in cui l’acquisto si rende necessario. Alcuni sistemi regionali di sostegno riconoscono esplicitamente anche la tecnologia: il voucher scuola del Piemonte, per esempio, consente ai beneficiari di utilizzare il contributo non soltanto per libri e materiale didattico, ma anche per pc, tablet, lettori e-book, stampanti e software. È un esempio della forte differenza territoriale che caratterizza il diritto allo studio italiano.
Poi ci sono i trasporti. Anche questa voce sfugge a qualsiasi media semplice. A Milano l’abbonamento urbano annuale per i giovani fino a 27 anni costa 200 euro. A Roma l’annuale ordinario urbano è di 250 euro, mentre per giovani e studenti con Isee fino a 20 mila euro sono previste tariffe agevolate da 130 a 150 euro. Per chi si sposta su più zone del Lazio l’abbonamento scolastico regionale può invece salire da 141 fino a oltre 500 euro, a seconda del percorso. Sono esempi che rendono evidente quanto il luogo di residenza pesi sul conto finale. Uno studente che va a scuola a piedi o utilizza un servizio comunale fortemente agevolato ha un costo quasi nullo; un pendolare può spendere, nell’arco dell’anno, una cifra paragonabile o superiore a quella dei libri.
La mensa riguarda soprattutto infanzia, primaria e parte della secondaria di primo grado e introduce un’altra variabile basata sull’Isee e sulle tariffe comunali. A Roma per l’anno 2026/27 è attiva la procedura per ottenere la tariffa agevolata della ristorazione scolastica; in molti Comuni il prezzo del pasto cresce per fasce di reddito. A Pogliano Milanese, per esempio, le tariffe 2026/27 vanno da 1,05 a 5,38 euro per pasto. Moltiplicate per circa 150-180 giorni di effettiva frequenza, differenze di pochi euro al giorno producono scarti di diverse centinaia di euro all’anno. Per questo mensa e trasporto vanno considerati nel bilancio familiare della scuola, ma non possono essere confusi con la spesa iniziale per il rientro in classe.
Sul fronte fiscale c’è un’altra distinzione spesso poco chiara. Nelle istruzioni dell’Agenzia delle Entrate per il 730/2026, tra le spese scolastiche detraibili rientrano, entro il limite previsto, la mensa, i servizi integrativi come pre e post scuola, le gite, l’assicurazione e il trasporto scolastico. L’acquisto dei libri di testo non compare invece tra le ordinarie spese scolastiche detraibili. Nel 2025 sono state avanzate proposte parlamentari per introdurre una detrazione specifica, ma la legge di Bilancio 2026 ha scelto un altro strumento: un fondo nazionale di 20 milioni di euro l’anno, destinato ai Comuni, per contributi alle famiglie con Isee fino a 30 mila euro che acquistano libri, anche digitali, per studenti delle scuole secondarie di secondo grado e non abbiano già ricevuto un sostegno per la stessa spesa.
A questo fondo si aggiunge il sistema storico previsto dalla legge 448 del 1998 per la fornitura gratuita o semigratuita dei libri agli studenti meno abbienti, gestito attraverso Regioni e Comuni. La spesa nazionale autorizzata per questo canale è pari a 103 milioni di euro annui. Per il 2026 il Ministero dell’Istruzione ha già disposto il riparto alle Regioni; bandi e modalità, però, dipendono dal territorio. Nel Lazio, per esempio, sono già comparsi avvisi comunali per il 2026/27 che comprendono libri di testo, sussidi digitali, notebook o tablet. In Piemonte il voucher B arriva fino a 500 euro e utilizza la soglia Isee di 15.748,78 euro. Il risultato è un mosaico: a parità di reddito e di spesa scolastica, due famiglie residenti in regioni diverse possono trovarsi davanti a procedure, importi e tempi differenti.
La scuola primaria segue un regime ancora diverso: i libri di testo sono forniti gratuitamente tramite il sistema delle cedole librarie, mentre rimangono a carico delle famiglie il corredo e gli eventuali servizi. Questo spiega perché il “conto del rientro” cresca soprattutto nel passaggio alle medie e alle superiori. È anche il motivo per cui un’unica cifra nazionale rischia di essere fuorviante. I 1.400 euro rappresentano il limite alto di una combinazione possibile di spese, non il prezzo per mandare un figlio a scuola in Italia. Per uno studente che riutilizza lo zaino, compra parte dei libri usati, non deve acquistare un nuovo computer e beneficia di un abbonamento agevolato, il conto può essere molto più basso. Per una prima superiore con molti testi nuovi, vocabolari, corredo completo, dispositivo digitale e trasporto extraurbano, può invece superare quella soglia.
Per contenere la spesa, le scelte che incidono di più sono concrete: controllare la lista ufficiale della scuola prima di comprare, verificare quali testi siano realmente “da acquistare”, confrontare ISBN ed edizione con il mercato dell’usato, chiedere se la scuola offre comodato, non sostituire zaino e accessori ancora utilizzabili, rimandare gli strumenti specialistici finché il docente non li richiede e controllare subito i bandi di Comune e Regione. Per i libri nuovi la legge limita ordinariamente lo sconto praticabile sui testi scolastici, mentre sull’usato la variabilità è molto maggiore. Anche i voucher hanno finestre precise: arrivare tardi può significare perdere un contributo che vale più di qualsiasi promozione commerciale.
L’indagine dell’Antitrust consegna infine una questione più ampia. Il costo della scuola non dipende soltanto dal prezzo di copertina: pesa la concentrazione del mercato editoriale, pesano le regole sull’usato digitale, pesa la frammentazione degli aiuti pubblici e pesa il reddito disponibile delle famiglie. L’inflazione italiana a luglio è stata del 2,9% su base annua, mentre per i tetti librari 2026/27 il Ministero ha applicato l’indice programmato dell’1,5%. Nel bilancio di settembre, però, i libri arrivano insieme a spese alimentari, energia, affitti e trasporti che hanno dinamiche proprie. È per questo che una famiglia può percepire il rientro a scuola come molto più oneroso di quanto suggerisca l’aumento percentuale dei soli manuali.
Il confronto tra editori, associazioni delle famiglie e consumatori dovrebbe quindi concentrarsi meno sulla ricerca di una cifra unica e più su tre interventi verificabili: rendere più semplice e uniforme l’accesso agli aiuti, rendere realmente riutilizzabili libri e contenuti digitali, ampliare il sostegno fiscale o diretto alle spese scolastiche documentate. Il nuovo fondo da 20 milioni per le superiori allarga la soglia Isee a 30 mila euro, ma va coordinato con i contributi già esistenti e distribuito senza duplicazioni. La legge lo prevede; la sua efficacia dipenderà dai criteri applicativi e dalla rapidità con cui le risorse arriveranno alle famiglie. Al 21 agosto, nelle fonti ufficiali consultate, il decreto interministeriale attuativo specificamente previsto dal comma 518 non risulta ancora pubblicato.
Leggi anche gli ultimi cinque articoli di Italia Informa sulla scuola:
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




