Il Trattato di Parigi è del 10 febbraio 1947. Ne cominciamo a parlare in anticipo sull’anniversario, perché quello che venne sancito quel giorno ebbe una lunga gestazione
Il Trattato di Parigi è del 10 febbraio 1947. Ne cominciamo a parlare in anticipo sull’anniversario, perché quello che venne sancito quel giorno ebbe una lunga gestazione. Diciamo intanto che fu un trattato di resa. Le guerre si aprono con una dichiarazione, e si chiudono con un trattato. Ciò, secondo manuale, solo che non sempre, anzi nemmeno spesso, i fatti vanno così.
Come si concludono le guerre
Esempio mitico: Troia viene presa, con l’inganno equino, e distrutta; e i suoi abitanti o uccisi o fatti schiavi, tranne Enea e pochi altri. Non c’era più un governo con cui discutere, non si tennero trattative di pace, e nemmeno di resa; e, in punta di diritto, la Guerra di Troia è ancora in atto. Miti, direte voi: eh, ma in Germania è in atto la Seconda guerra mondiale, e l’unico scritto è un armistizio tra le forze armate del Reich e quelle angloamericane; i sovietici non si presero questo disturbo. Si tenne invece un formale trattato con il Giappone. E l’Italia?
L’Italia prima del Trattato di Parigi
Facendo ancora discorsi di puro diritto, la situazione italiana era, agli occhi degli Angloamericani e Sovietici, normata da due atti ben poco omogenei: l’armistizio dell’8 settembre 1943 tra il governo Badoglio e il nemico (l’armistizio si fa con i nemici!), e la dichiarazione di guerra alla Germania del 13 settembre con formula curiosa di cobelligeranza; nei venti mesi seguenti, il Regno d’Italia e la Repubblica Sociale si ignorarono ufficialmente a vicenda. Alla fine di aprile del 1945, l’intera Italia era occupata dagli Angloamericani, però anche amministrata dai traballanti governi italiani Badoglio, Bonomi, Parri, De Gasperi, con alcune truppe e con i Carabinieri.
Il confine orientale
I tentativi francesi di mettere mano sulla Val d’Aosta erano stati stroncati dalla Rsi, in estemporanea intesa con partigiani monarchici. Molto più complessa la situazione dei confini orientali. I partigiani comunisti di Tito, mentre annientavano a sangue i cetnici monarchici serbi e gli ustascia fascisti croati (e lo diciamo rispetto al 1941 senza tener conto delle annessioni italiane di Lubiana e Dalmazia), occupavano Zara, Fiume, l’Istria, la Venezia Giulia; per alcuni giorni anche Trieste, dovendola però consegnare a truppe inglesi, che vi resteranno fino al 1954. È tristemente noto che compirono orrende stragi di Italiani per il solo fatto di essere italiani; e moltissimi nostri connazionali furono costretti all’esilio, e maltrattati anche in Italia.
Nelle ambizioni di Tito e di qualche suo connivente comunista, la Iugoslavia doveva estendersi a tutto o buona parte del Friuli. Gli Angloamericani, a questo proposito, si trovarono in una stridente ambiguità: da una parte avevano interesse a un’Italia arrendevole e, in prospettiva, debole amica, dall’altra guardavano con simpatia al fatto che Tito era sì socialcomunista, però si teneva lontanissimo dall’Unione Sovietica di Stalin; e tale atteggiamento mantenne fino alla dipartita politica e fisica, nel 1980. Si aggiunga che solo Tito aveva l’energia di tenere assieme le molte etnie e lingue e religioni e storie di quella che solo i libri politicamente corretti spacciavano per Iugoslavia: e lo si vide, con mucchi di cadaveri, dal 1991.
Mentre il governo De Gasperi mostrava una cedevolezza persino eccessiva per non essere sospetta, i vincitori si davano ai giochi delle cartine geografiche, tracciando confini virtuali sopra territori comunque ormai in mano dei titini. A onta dei geografi angloamericani, i risultati saranno gli attuali confini; e un effetto della vecchia mania delle “città libere”, applicata a un Territorio libero di Trieste, che di libero aveva l’occupazione inglese della Zona A e iugoslava della Zona B.
Dall’Alto Adige alla Somalia
Possiamo solo accennare alla questione dell’Alto Adige, la cui sorte parve in dubbio, e legata all’ambigua situazione dell’Austria un giorno considerata (come dal 1938 al ’45 fu) Germania e l’altro giorno “vittima” di Hitler; e la cui magmatica neutralità era necessaria all’ordine Usa-Urss di Yalta. Alla fine, l’area restò all’Italia: ciò ebbe a che fare con la rinuncia alle terre orientali? Mistero! E mistero saranno anche gli attentati degli anni 1950-70, con morti e feriti, e con i colpevoli stranamente fuggiti in Austria e Germania. Ma guarda un poco!
Furono dunque cedute definitivamente Venezia Giulia, Istria, Fiume, Zara. L’Albania, a sua volta non più italiana dal 1943, perse tutti gli acquisti del 1941. Rodi e il Dodecaneso passeranno alla Grecia. Persino la Francia pretese e ottenne i due Comuni alpini di Briga e Tenda. Qualcuno aveva sussurrato la flebile richiesta che all’Italia venissero restituite le colonie prefasciste di Libia, Eritrea, Somalia; sulle prime, fu un no secco; tra il 1950 e il ’60, però, la Somalia venne assegnata all’Italia come “Amministrazione fiduciaria” in attesa dell’indipendenza.
Un po’ di ucronia
Venne autorevolmente proposto di non firmare quel trattato, bensì solo subire quanto, del resto, all’Italia “nazione sconfitta” (così si legge) era esplicitamente vietato discutere. La proposta venne, tra gli altri, da Vittorio Emanuele Orlando e da Benedetto Croce. Invano, e la firma di De Gasperi calò come una scure. Un poco di ucronia: cosa sarebbe successo, nel 1991, dissoltasi la Iugoslavia? Forse niente, ma almeno l’Italia avrebbe potuto considerare occupazione straniera, e non formale cessione, le terre italiane adriatiche.
L’articolo 11 nella sua interezza
Del resto, anche allora bastava affermare che il trattato era stato firmato con la Iugoslavia, e non con le allora inesistenti Croazia e Slovenia. Ucronia: ve lo figurate, un governo italiano del 1991, a fare la voce grossa! Non so voi, io certamente no. Ma l’Italia e l’Europa assistettero senza muovere dito alle guerre e ai massacri dell’ex Iugoslavia, finché il prima mutissimo Onu non “autorizzò” una guerra contro la Serbia, cui partecipò l’Italia, alla faccia dell’articolo 11, anzi lo lesse astutamente il governo D’Alema e del suo vice. Stando alla lettera, avevano ragione, perché l’articolo 11 vieta le guerre italiane però consente, anzi incoraggia la partecipazione alle guerre altrui! Studiatelo, e tutto, non cinque parole. È solo un assaggio. Della resa del 1947 avremo molto altro da dire.
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Ulderico Nisticò
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