Anche nelle valli del Verbano-Cusio-Ossola è tornato il lupo e nei giorni scorsi ha attaccato due vitelli sul monte Rosa. L’appello di alcuni produttori del Presidio dei prati stabili e pascoli alle istituzioni: «Affaticati da mesi di preoccupazioni, subiamo regole di ogni tipo».
Il caldo e la siccità che seccano i prati e dimezzano il fieno per la stagione; la burocrazia che non fa sconti, zavorrando chi alleva in montagna di scadenze, carte da firmare e autorizzazioni da ottenere; i pericoli portati dai predatori, lupo in primis, laddove gli animali pascolano in alpeggio. È un grido d’allarme quello lanciato da tre allevatori della rete Slow Food del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte. «I problemi che si trovano ad affrontare le aziende agricole, specialmente in quest’ultimo anno, sono moltissimi» sintetizza Luca Marta, dell’azienda agricola Madalù a Calasca-Castiglione, in valle Anzasca, produttore del Presidio Slow Food dei prati stabili e pascoli. Insieme al fratello Damiano alleva vacche di razza Rendena e Pezzata Rossa, animali che d’estate lasciano la stalla in bassa valle per raggiungere l’alpe Pedriola, ai piedi del monte Rosa, nel territorio comunale di Macugnaga. Pochi giorni fa il lupo ha fatto visita alla mandria: un vitello è stato sbranato, un altro è sparito. «Nel pieno dell’estate abbiamo dovuto riportare in stalla i cinque vitelli superstiti – prosegue Luca – perché non ci fidiamo più a lasciarli fuori».
Le conseguenze? «Innanzitutto di benessere animale: prima erano a duemila metri al fresco, ora sono a seicento metri dove fa ben più caldo. E poi il problema grosso è che vitelli abituati alla stalla diventeranno vacche che non sapranno rapportarsi con l’ambiente montano: nei prossimi anni andremo sicuramente incontro a rischi».
Qualcosa di simile è capitato ad altre due produttrici dello stesso Presidio: le sorelle Lara e Silvia Pennati dell’azienda Formazza Agricola, che in val Formazza allevano una sessantina di vacche di razza Bruna Alpina. «Quest’anno abbiamo deciso di mantenere gli animali giovani in stalla perché ad aprile abbiamo subito due tentati attacchi da parte di un branco di lupi – racconta Silvia –. Ci siamo presi una paura che facciamo ancora adesso fatica a farcela passare. È una decisione sofferta che non giova né a noi né agli animali: da un lato gli animali in stalla costano di più, perché vanno alimentati anziché pascolare all’esterno; dall’altro, non hanno possibilità di sviluppare la capacità di pascolo né di imparare a riconoscere i pericoli. Sono molto preoccupata per l’anno prossimo, quando questi animali che adesso hanno dai quattro ai sei mesi saranno delle giovenche e non saranno in grado di muoversi in ambiente alpino così come dovrebbero: saranno un po’ come i bambini che non hanno mai camminato sul sentiero di montagna, un po’ barcollanti».
In un’altra valle, la val Divedro, vivono Massimo Corazza e Licia Rotondi: a Bugliaga Dentro, una frazione del comune di Trasquera a millequattrocento metri di quota e a un centinaio di metri dal confine con la Svizzera, allevano capre di razza Sempione e Vallesana, entrambe segnalate sull’Arca del Gusto. Il loro gregge non ha mai subito attacchi da parte dei predatori, ma altri vicini a loro sì: anche per questo, spiegano Massimo e Licia, hanno dovuto stravolgere il modo di allevare. «Per anni, da quando nel 2012 abbiamo comprato il gregge da un’anziana signora di Trasquera, il pascolo è stato completamente libero. Il lupo non c’era, dopo la mungitura accompagnavamo le capre al pascolo e la sera, verificando la loro posizione tramite un paio di gps collocati su di loro, le andavamo a riprendere». Da tre anni a questa parte, per evitare pericoli al gregge, hanno dovuto introdurre il pascolo guidato: significa che ogni giorno devono seguire gli animali a vista, per sei o sette ore. «Ma significa non avere quelle ore per fare tutto il resto, dalla manutenzione allo sfalcio dei prati, fino al taglio e all’accumulo della legna. Tutto ciò ci ha mandato in crisi».

Il ritorno del lupo sulle Alpi e sugli Appennini, con tutto ciò che ne consegue, è stato favorito dal progressivo abbandono della montagna: certo non tutti, e non ovunque, hanno lasciato le terre alte, e lo dimostrano le testimonianze dei tre allevatori citati, i quali anzi finiscono per pagare oltremisura il prezzo della loro preziosa e caparbia resistenza. Ma le loro storie, soprattutto, fotografano un fenomeno che non si può ignorare e tacere, e che naturalmente non riguarda soltanto la val d’Ossola ma l’intero territorio nazionale: il fatto che la montagna è stata progressivamente svuotata di servizi e quindi di donne e uomini che l’abitano, e che la politica ha lasciato agricoltori e contadini soli ad affrontare le difficoltà, compresa la difficile convivenza con un animale, il lupo, che negli anni ha rioccupato una nicchia ecologica libera.
Il lupo, tuttavia, era e resta un abitante della montagna a pieno titolo, perciò l’unica vera strada praticabile è ritrovare la capacità di conviverci.
Una convivenza – ne abbiamo scritto in questo articolo del vicepresidente di Slow Food Italia Federico Varazi, pubblicato a maggio su L’Extraterrestre – che non significa rinunciare ad allevare, ma l’esatto contrario: e perché questa convivenza sia possibile, occorre meno propaganda politica e più ascolto, più sostegno, più presenza, più supporto da parte delle istituzioni.
«Da un lato, negli ultimi anni è mancata quella sensibilità che servirebbe per comprendere le differenze tra un’azienda di pianura e un’azienda di montagna – sostiene Luca Marta –. Dall’altro, tutti si riempiono la bocca parlando di cambiamento climatico, ma alla fine i problemi vengono scaricati sopra le aziende agricole che ne sperimentano quotidianamente gli effetti e che, per istinto di sopravvivenza, devono trovare quelle soluzioni che la politica non trova né cerca». Impossibile ignorare l’appello di chi tiene la montagna viva e protetta dagli incendi, troppo spesso abbandonata in molte aree interne d’Italia, e le cronache di questa estate lo dimostrano. «In questi ultimi mesi la nostra testa è piena di pensieri pesanti – conclude Silvia Pennati – e facciamo molta fatica. Per anni ci siamo visti calare dall’alto regole di ogni tipo, da come si gestisce il bosco, i prati e il territorio in avanti. Oggi i problemi sono tantissimi e siamo sull’orlo del baratro: ogni folata di vento, che sia la siccità, il lupo, la burocrazia, la cattiva informazione sui formaggi a latte crudo che negli ultimi tempi ha spaventato le persone, rischia di farci crollare. La mia speranza è quella di poter avere un dialogo davvero costruttivo e aperto con le istituzioni, i cittadini e il mondo scientifico».
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