Il Tribunale di Roma ha condannato lo Stato a pagare 250 milioni alla Jc Electronics, il governo ha finalizzato un accordo transattivo che ha consentito di risparmiarne 150, ma la sinistra punta l’indice. Bignami: «Hanno la faccia come il Covid»
«La sinistra ha la faccia come il Covid». Con queste parole il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, ha commentato in un video le polemiche sollevate dalla sinistra per la chiusura del contenzioso tra la società Jc Electronics da un lato e Presidenza del Consiglio e ministero della Salute dall’altro. Si tratta di una soluzione che ha fatto risparmiare allo Stato circa 150 milioni di euro sui circa 250 milioni di euro previsti da una sentenza del Tribunale di Roma (203 milioni più interessi di mora e spese legali). Alla società, infatti, grazie a un accordo transattivo, sono stati pagati 100 milioni di euro invece dell’intera cifra. Considerate le circostanze, un successo – per quanto amaro – dell’attuale governo che si è ritrovato a dover fare fronte a un problema generato ai tempi del governo Conte e della struttura commissariale gestita da Domenico Arcuri.
Malan: «Dall’opposizione incredibile faccia tosta»
«È incredibile la faccia tosta dell’opposizione, Giuseppe Conte in testa, nel mostrarsi scandalizzata per la transazione da 100 milioni con cui il ministro Schillaci ha risolto la condanna a pagare oltre 250 milioni di danni per via di un contratto di fornitura di mascherine interrotto dalla struttura di emergenza guidata da Domenico Arcuri, nominato con amplissimi poteri dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte», ha commentato il capogruppo di FdI al Senato e membro della Commissione Covid, Lucio Malan.
L’accordo che ha fatto risparmiare agli italiani 150 milioni di euro
«La ragione, o il pretesto, della chiusura del contratto – ha ricordato Malan – era la presunta inidoneità delle mascherine, la cui certificazione era invece stata regolarmente inviata ma, “per una svista”, non inoltrata da Antonio Fabbrocini, vice di Arcuri e responsabile unico del procedimento, che finora si è sempre sottratto a un’audizione nella commissione di inchiesta. Insomma, il Tribunale di Roma aveva stabilito che a causa della mala gestione della struttura nominata da Conte, si dovevano pagare oltre 250 milioni. La transazione, attuata con il parere favorevole dell’Avvocatura dello Stato e della Corte dei Conti, ha fatto risparmiare ai contribuenti oltre 150 milioni. Una vicenda di cui Conte, con i suoi amici come Arcuri che lo stesso ex premier ha detto di vedere spesso ancora oggi, dovrebbero quanto meno chiedere scusa anziché avere l’incredibile faccia tosta di incolpare chi vi sta ponendo rimedio».
Perché a sinistra c’è «molto nervosismo»
«Giova ricordare – ha proseguito il presidente dei senatori di FdI – che, mentre le mascherine del tutto idonee della Jc Electronics restavano sequestrate, la stessa struttura commissariale buttava un miliardo e 250 milioni per comprare mascherine, non a norma e rischiose per la salute, da società cinesi costituite cinque giorni prima che venivano pagate in anticipo. Se poi aggiungiamo che la società fornitrice di mascherine regolari aveva rifiutato di pagare una presunta consulenza del 10% all’avvocato Di Donna, che spendeva il nome di Conte per avvicinare gli imprenditori e proporre la sua intermediazione, si capisce perché a sinistra ci sia molto nervosismo e si cerchi di intorbidire le acque con accuse senza senso».
Le tappe della vicenda
La vicenda riassunta da Malan inizia il 18 marzo 2020 quando, nel pieno dell’emergenza, la Jc Electronics trasmette alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e nello specifico al Dipartimento della Protezione Civile una “offerta a consumo – fatturazione giornaliera” per la fornitura minima di 10 milioni di mascherine modello KN95 Mask al prezzo unitario di circa 2 euro l’una, oltre IVA. La fornitura viene affidata con una lettera di commessa e il 30 marzo la Jc Electronics fornisce le prime 354mila mascherine, emettendo una fattura da 800mila euro, che sarà saldata solo il 21 aprile con 22 giorni di ritardo.
L’affidamento e i primi problemi
Dopo la nomina di Domenico Arcuri a commissario straordinario per l’emergenza Covid i contratti sottoscritti in precedenza vengono trasferiti alla nuova struttura commissariale. Nel frattempo la Jc Electronics aveva continuato ad importare le mascherine, seguendo le indicazioni del committente e dandone costante riscontro, senza ricevere contestazioni. Le fatture però non venivano più pagate. Il 5 maggio l’azienda invia la prima email di sollecito ad Antonio Fabbrocini, responsabile unico del procedimento per la struttura commissariale e vice di Arcuri. Per garantire la fornitura l’azienda, secondo quanto si legge nella sentenza del Tribunale di Roma, la Jc Electronics è più volte costretta a ricorrere a risorse proprie, cedendo le fatture insolute a terzi.
L’inizio del contenzioso tra struttura commissariale e Jc Electronics
Il 26 giugno il Commissario straordinario Arcuri evidenzia che i dispositivi (milioni di pezzi) consegnati dalla Jc non avevano ricevuto la validazione dell’Inail e del Comitato Tecnico Scientifico (Cts) e pertanto dovevano essere ritirati senza diritto ad alcun compenso. L’azienda replica di avere le certificazioni dell’Inail (successivamente i controlli disposti nel 2021 dal successore di Arcuri, il generale Figliuolo confermeranno la conformità delle mascherine). Inizia a quel punto un lungo botta e risposta a suon di contestazioni e repliche, che culmina con la risoluzione della commessa da parte della struttura commissariale.
La causa e la condanna dello Stato al pagamento di 250 milioni di euro
Il contenzioso si sposta nelle aule di tribunale, fino alla sentenza del Tribunale di Roma che il 7 novembre 2024 ha condannato la presidenza del Consiglio e il ministero della Salute al risarcimento monstre di oltre 203 milioni di euro nei confronti dell’azienda, più 119mila euro di spese legali. Dal procedimento civile è emerso che il diniego del Cts era dovuto a un difetto di comunicazione interna tra uffici. Fabbrocini ha dichiarato che si sarebbe trattato di una «svista».
L’impossibilità di fare appello e l’accordo transattivo
Il governo aveva depositato un’istanza d’appello, che però si basava sul presupposto che le mascherine Jc non avessero la certificazione idonea. Il tema era oggetto di un procedimento penale per falsificazione, che però è decaduta di fronte all’accertamento dell’esistenza e della corretta trasmissione della certificazione Inail da parte dell’azienda. Con esso sono decaduti anche i presupposti per l’appello del governo. A quel punto l’avvocatura dello Stato e gli uffici tecnici dei ministeri competenti hanno deciso di optare per la riduzione del danno: anziché corrispondere i circa 250 milioni di euro, si è deciso per un accordo transattivo al 40%, corrispondendo alla JC Electronics circa 100 milioni di euro, e facendo dunque risparmiare allo Stato, e quindi agli italiani, il 60% di quella cifra esorbitante.
Bignami: «La sinistra invece di scusarsi viene a fare lezioncine»
«La sinistra invece di scusarsi con gli italiani viene a fare la lezioncina sui problemi che loro hanno creato», ha commentato ancora Bignami. «Se Conte e la sinistra sono così sicuri di aver fatto tutto secondo la legge, in regola – ha aggiunto – allora rinuncino allo scudo di cui si sono dotati e che li solleva da qualsiasi responsabilità nella gestione dell’emergenza Covid-19. In particolare, sulla condanna di 250 milioni di euro frutto degli errori commessi dalla struttura commissariale guidata da Arcuri. Ecco, riguardo questa vicenda sia Conte e sia lo stesso Arcuri non subiranno alcuna conseguenza grazie proprio allo scudo che il governo Pd-Cinquestelle approvò con una norma ad hoc».
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Vanessa Scudo
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