Sei anni dopo, arriva la parola fine sul processo nato da una delle principali inchieste avviate dalla Procura di Torino durante la prima fase della pandemia. La Cassazione ha respinto i ricorsi delle difese e ha reso definitive le condanne a due anni e sette mesi di reclusione per l’imprenditrice Marida Pistono e il mediatore Gianandrea Tavecchia.
Al centro del processo c’era una fornitura di 350mila mascherine Ffp2 destinata all’Asl Torino 3, proposta nel marzo del 2020, quando l’emergenza sanitaria era appena iniziata e il reperimento dei dispositivi di protezione rappresentava una delle principali difficoltà per strutture sanitarie e istituzioni.
Secondo quanto ricostruito nell’inchiesta, le mascherine offerte dall’estero non erano realmente disponibili nel momento in cui venne proposta la fornitura. I dispositivi furono poi consegnati all’azienda sanitaria soltanto successivamente e, secondo l’accusa, erano di qualità e tipologia differenti rispetto a quelli inizialmente indicati.
Le contestazioni nei confronti di Pistono e Tavecchia riguardavano i reati di truffa e inadempimento di contratto. Dopo i diversi passaggi processuali, la vicenda è arrivata davanti alla Suprema Corte, che ha ora respinto le impugnazioni presentate dalle difese.
Con la decisione della Cassazione, le condanne diventano quindi definitive.
La storia giudiziaria affonda le proprie radici nei mesi più drammatici della pandemia. Era il marzo 2020, l’Italia era entrata da pochi giorni nel lockdown e gli ospedali erano impegnati a fronteggiare una situazione senza precedenti. Mascherine, camici e altri dispositivi di protezione erano diventati materiali essenziali e difficili da reperire.
È in quel contesto che all’Asl Torino 3 venne proposta una fornitura dall’estero di centinaia di migliaia di mascherine Ffp2.
Il quantitativo era consistente: 350mila dispositivi. Ma, secondo la ricostruzione accolta nel procedimento, la disponibilità effettiva della merce non corrispondeva a quella prospettata inizialmente.
Le mascherine arrivarono soltanto in un secondo momento e, sempre secondo gli elementi contestati nel processo, non corrispondevano per qualità e tipologia a quelle oggetto della proposta originaria.
Da qui è partita l’indagine della Procura torinese, poi sfociata nel processo che ha coinvolto Pistono e Tavecchia.
La posizione di Tavecchia è stata al centro di una parte significativa del dibattimento. Il mediatore ha sempre sostenuto la correttezza del proprio comportamento, fornendo una ricostruzione diversa rispetto a quella dell’accusa.
Secondo la versione sostenuta dalla difesa, Tavecchia sarebbe intervenuto quando le trattative per la fornitura erano già state concluse, con l’obiettivo di accelerare la consegna delle mascherine. In questa prospettiva avrebbe anche contattato l’ambasciata italiana a Pechino per cercare di facilitare le operazioni.
La difesa aveva sostenuto inoltre che la Regione Piemonte, priva all’epoca di esperienza nella gestione di forniture dall’estero, si fosse rivolta a Tavecchia proprio per ottenere un supporto nelle operazioni.
Nel corso del processo la difesa ha anche chiamato in causa Guido Crosetto, chiedendone la testimonianza. La richiesta non ha avuto esito.
Secondo la ricostruzione difensiva riportata nel procedimento, Crosetto avrebbe espresso un giudizio positivo sull’affidabilità e sulla professionalità di Tavecchia e gli avrebbe chiesto di verificare la disponibilità di mascherine presso produttori internazionali con i quali l’Asl non sarebbe stata in grado di instaurare direttamente rapporti.
La Cassazione, nella decisione che ha chiuso definitivamente il procedimento, non ha accolto questa ricostruzione come elemento idoneo a escludere la responsabilità di Tavecchia. Al contrario, la Suprema Corte lo ha considerato partecipe del raggiro contestato.
La vicenda si colloca quindi in una delle fasi più caotiche dell’emergenza Covid, quando la necessità di reperire rapidamente dispositivi di protezione aveva aperto una corsa internazionale alle forniture.
Per le strutture sanitarie il problema era duplice: trovare rapidamente i materiali e verificarne caratteristiche e certificazioni. La fornitura finita al centro del processo riguardava proprio uno di questi passaggi.
L’inchiesta ha cercato di stabilire se le condizioni della fornitura proposta all’Asl corrispondessero effettivamente a quelle reali. Il procedimento si è concluso, dopo sei anni, con la conferma definitiva delle condanne.
Per Marida Pistono e Gianandrea Tavecchia la pena stabilita è di due anni e sette mesi di reclusione ciascuno.
La sentenza della Cassazione chiude così il percorso giudiziario sulla fornitura delle mascherine destinata all’Asl Torino 3.
Resta sullo sfondo il contesto nel quale tutto è avvenuto. Nella primavera del 2020 il sistema sanitario era impegnato nella gestione della prima ondata della pandemia e le forniture di dispositivi di protezione erano diventate una questione urgente anche per le amministrazioni pubbliche.
La vicenda delle 350mila Ffp2 rappresenta uno dei procedimenti nati proprio da quella fase di emergenza e dalle difficoltà nella gestione degli approvvigionamenti.
Ora, con la pronuncia della Cassazione, non ci sono più gradi ordinari di giudizio da affrontare. Le condanne sono definitive.
Il processo si chiude quindi a sei anni dai fatti contestati, con una sentenza che conferma la responsabilità penale di Pistono e Tavecchia per i reati contestati e mette il punto finale a una vicenda nata nel pieno dell’emergenza sanitaria.
Un procedimento che, oltre alla dimensione giudiziaria, racconta anche uno dei problemi più delicati dei primi mesi del Covid: la corsa contro il tempo per trovare dispositivi di protezione in un mercato internazionale sottoposto a una pressione senza precedenti.
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