#Finsubito news – La corsa ai data center non diventi un far west o ci costerà molto cara


Secondo un sondaggio del Pew research center pubblicato a settembre, il 54 per cento degli americani è convinto che la proliferazione dei data center rappresenti una minaccia per l’ambiente, il 50 per cento che contribuirà a rincari energetici e il 49 per cento che peggiorerà la qualità della vita di chi abita nei dintorni. A gennaio, agli stessi quesiti aveva risposto affermativamente una quota compresa tra il 30 e il 40 per cento. È il segnale di un malessere crescente che, nelle sue manifestazioni più estreme, sfiora il terrorismo: i dipartimenti di polizia americani hanno registrato varie minacce di atti violenti, per lo più rivelatesi inconsistenti, almeno finora. Nel primo trimestre del 2026, Data center watch stima che almeno 833 comitati contro i data center abbiano bloccato o ritardato almeno 75 progetti, per un valore complessivo di 130 miliardi di dollari.

 

In Europa, per ora, se ne vedono soltanto le avvisaglie, anche perché le dimensioni del fenomeno sono più contenute: l’Ue ospita circa 2.800 data center, contro gli oltre 5.000 americani. Ma l’onda sta arrivando e, con essa, le proteste. Anche l’Italia comincia a farci i conti. Le richieste di connessione a Terna, la società che gestisce la rete elettrica ad alta e altissima tensione, superano complessivamente i 100 gigawatt (GW): 1,7 volte il picco nazionale di domanda raggiunto lo scorso 15 luglio, pari a 58 GW. Dobbiamo spaventarci e scendere in piazza anche noi? No. Ma neppure sottovalutare.

 

Le richieste di connessione, infatti, non sono autorizzazioni né, tanto meno, progetti pronti a essere finanziati. Presentare una domanda e prenotare un posto in coda costa 2.500 euro: un investimento modesto per ottenere un titolo che può essere rivenduto a caro prezzo a società più strutturate. Secondo Terna, appena il 10 per cento delle richieste proviene da operatori o fondi del settore; il 30 per cento è riconducibile a sviluppatori o altre società veicolo, il 60 per cento a realtà immobiliari, della logistica o privati. Solo una parte dei progetti vedrà la luce, mentre altri resteranno sulla carta. Per chi ha prenotato una posizione, il rischio è perdere qualche migliaio di euro; per chi costruirà davvero, i costi saranno ben diversi. Realizzare un sito da 40 MW richiede, secondo le stime, tra 350 e 600 milioni di euro per edificio e impianti, una cifra che può raddoppiare o triplicare includendo anche gli apparati destinati all’intelligenza artificiale.

 

È un copione già visto con le fonti rinnovabili e, più recentemente, con i sistemi di accumulo: le richieste di connessione superano di almeno un ordine di grandezza il numero dei progetti di operatori solidi che dispongono di capitali e che, realisticamente, potranno essere realizzati. L’affollamento delle domande, però, non è innocuo. Può rallentare l’esecuzione dei lavori e complicare la pianificazione della rete, perché impegna risorse amministrative nella gestione di migliaia di iniziative speculative o premature. Solo di recente il governo è intervenuto sulla cosiddetta «saturazione virtuale», introducendo criteri che tengono conto anche della maturità effettiva dei progetti. L’obiettivo è superare una logica puramente cronologica e amministrativa, valutando le richieste alla luce delle condizioni concrete della rete e della fattibilità degli interventi.

 

Qualcosa di simile dovrà necessariamente accadere anche per i data center: sono i principali operatori del settore a chiederlo, per sgombrare il campo dalle iniziative estemporanee. C’è però una differenza rispetto a rinnovabili e accumuli. Mentre il contributo di questi ultimi è destinato a crescere nel sistema elettrico, il futuro dei data center è più incerto, almeno nei tempi e nelle dimensioni della loro espansione. Che le infrastrutture digitali continueranno a diffondersi è indubbio; meno scontato è che la domanda cresca al ritmo oggi ipotizzato e che tutti gli investimenti annunciati si rivelino remunerativi. Gli investitori nei data center, non vedendo arrivare i ricavi attesi, cominciano a chiedere rendimenti più elevati.

 

Luca Lo Schiavo, che vi ha dedicato diversi approfondimenti, spiega che dal confronto tra le previsioni aggregate delle imprese elettriche americane e le analisi di mercato sullo stato di avanzamento dei progetti emerge uno scarto significativo: «Le prime indicano 90 GW di nuova domanda entro il 2030, i secondi si fermano attorno a 65 GW. Una differenza di 25 GW – pari a due volte e mezzo il picco di domanda dell’intera città di New York». Anche le più recenti previsioni di Snam e Terna per l’Italia rivedono al ribasso la domanda elettrica: nel 2030, l’asticella si ferma a 338 TWh, nove in meno rispetto al valore considerato «pessimistico» fino a qualche anno fa, pari a 347 TWh, e ben 24 al di sotto della soglia fissata nel 2024 dal Piano nazionale integrato energia e clima, con uno scarto del 6,6 per cento. Dietro questa revisione c’è il rallentamento dell’elettrificazione dei consumi finali, ma anche una valutazione più realistica dei data center: nel 2030 dovrebbero incidere sui consumi per circa 15 TWh, contro gli attuali 6.

 

Il divario tra aspettative e progetti concreti è ancora più evidente guardando alle connessioni. Nonostante vi siano richieste per oltre 101 GW, i progetti in fase avanzata valgono oggi circa 1,9 GW, a fronte di 0,6 GW già installati – a cui potrebbe aggiungersi una delle Gigafactory finanziate dal piano europeo da 20 miliardi di euro per i grandi centri di calcolo. Sono numeri che invitano alla cautela, ma non autorizzano a ignorare la questione. Anche se una quota consistente delle richieste non si tradurrà in investimenti, i data center che verranno costruiti potrebbero avere un impatto rilevante a livello locale, sia sulle reti sia sui prezzi dell’energia. Le richieste, infatti, sono fortemente concentrate sul territorio: a Milano e nell’hinterland si addensano 47,3 GW, in Piemonte 14,5, nel Lazio 12,45 e in Puglia 8,28. È proprio nell’area milanese che si trova già la maggior parte dei data center italiani. Non a caso, la Lombardia è stata la prima regione a dotarsi di una legge in materia, cercando di conciliare l’attrazione di infrastrutture essenziali per i settori più avanzati con l’esigenza di non sottoporre le reti elettriche e i prezzi a pressioni eccessive. Una domanda molto concentrata può richiedere investimenti locali importanti anche quando, su scala nazionale, i consumi aggiuntivi sono relativamente contenuti. A seconda di come sono disegnate le regole, quei costi possono ricadere sugli operatori che li provocano oppure essere scaricati, almeno in parte, agli altri utenti.

 

L’esperienza americana offre alcune lezioni di cui anche l’Europa potrebbe fare tesoro. Lo Schiavo ne individua tre. In primo luogo, occorre affinare la capacità di previsione: il divario tra le stime e i progetti effettivi genera incertezza e rischia di indirizzare male gli investimenti. In secondo luogo, la regolazione dovrebbe favorire l’adozione di tecnologie che permettano di sfruttare meglio la capacità delle reti esistenti, le cosiddette Grid-Enhancing Technologies. Infine, «la flessibilità della domanda non è un lusso, è una necessità». Non tutti i carichi dei data center possono essere interrotti o spostati senza conseguenze: alcuni servizi richiedono continuità, mentre altri processi di calcolo possono essere programmati con maggiore elasticità. Ma questa differenza può diventare una risorsa. Attraverso incentivi e contratti adeguati, i gestori dovrebbero essere indotti a modulare i consumi quando è possibile, spostando attività nel tempo o contribuendo al bilanciamento del sistema. La diffusione delle fonti rinnovabili non programmabili e l’elettrificazione dei consumi rendono sempre più importante poter contare su una domanda capace di adattarsi alle condizioni della rete. Insomma: bisogna evitare che la crescita dei data center sia organizzata come se l’elettricità fosse sempre disponibile, ovunque e a qualsiasi costo, semplicemente perché così non è.

 

La diffusione dei data center è fisiologica e necessaria: il funzionamento ordinario dell’economia dipenderà sempre più da infrastrutture digitali performanti. E, se oggi alla frontiera della ricerca sull’intelligenza artificiale si trovano soprattutto società americane, è ragionevole aspettarsi che lo sviluppo e l’adozione di queste tecnologie si estendano anche all’Europa. Proprio per questo occorre comprenderne meglio la natura e gli impatti, integrandoli nelle procedure autorizzative e nel funzionamento delle reti elettriche. Previsioni errate possono produrre costi enormi: nel Nordest degli Stati Uniti, 65 milioni di consumatori si sono dovuti sobbarcare 12,5 miliardi di dollari di extracosti – e altri ancora dovranno spenderne – per effetto dei meccanismi dei cosiddetti mercati della capacità. Ma anche frenare indiscriminatamente i data center, a causa delle opposizioni locali o di procedure autorizzative disfunzionali, può sortire conseguenze uguali e contrarie. Incentivi distorti oggi rendono i data center parte del problema: regole più adatte alle nuove sfide e una migliore capacità previsionale potrebbero invece renderli parte della soluzione.

 

*Direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni


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