(AGENPARL) – Roma, 25 Ottobre 2026 – Le elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre segnano il confronto più difficile per il sistema politico costruito da Aleksandar Vučić. La mobilitazione studentesca nata dopo la tragedia di Novi Sad ha trasformato la protesta contro la corruzione in un’alternativa elettorale. Ma qualunque maggioranza emerga dalle urne dovrà misurarsi con tre questioni che vanno oltre la politica interna: l’integrazione europea, il Kosovo e la dipendenza energetica dalla Russia. Sullo sfondo, le sanzioni americane e il futuro della compagnia petrolifera NIS
Elezioni Serbia 2026: la Serbia vota per rinnovare il Parlamento in un passaggio politico che potrebbe incidere ben oltre i confini nazionali. Dopo oltre un decennio di predominio di Aleksandar Vučić, la principale sfida al suo sistema di potere non arriva dai tradizionali partiti di opposizione, ma da un movimento nato nelle università e cresciuto nelle piazze. La consultazione anticipata mette così a confronto due diverse concezioni del futuro del Paese: da una parte la continuità politica, presentata come garanzia di stabilità economica e nazionale; dall’altra la richiesta di ricostruire la fiducia nelle istituzioni, contrastare la corruzione e ridefinire il rapporto tra cittadini e potere.
L’importanza delle elezioni non dipende soltanto dalla possibilità di un cambio di maggioranza. La Serbia occupa una posizione particolare nello spazio europeo: è candidata all’adesione all’Unione europea, mantiene rapporti politici ed energetici stretti con la Russia, intrattiene una crescente cooperazione economica con la Cina e considera irrinunciabile la propria posizione sul Kosovo. È una combinazione di interessi che ha consentito a Belgrado di conservare margini di autonomia diplomatica, ma che negli ultimi anni è diventata sempre più difficile da sostenere, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’inasprimento delle pressioni occidentali sulle attività economiche legate a Mosca.
La campagna elettorale si è sviluppata in un clima di forte polarizzazione. Aleksandar Vučić, dimessosi dalla presidenza della Repubblica alla fine di settembre per guidare la competizione elettorale e puntare alla carica di primo ministro, rimane il riferimento centrale del Partito progressista serbo, SNS. La lista «Aleksandar Vučić – Serbia Unita» ha costruito la propria proposta sulla promessa di crescita, investimenti infrastrutturali, aumenti delle retribuzioni e delle pensioni e difesa della stabilità. Il messaggio politico è chiaro: in una fase internazionale caratterizzata da guerre, tensioni commerciali e incertezza energetica, la continuità del governo viene presentata come una protezione contro i rischi esterni.
Il principale avversario è la lista sostenuta dal movimento studentesco, denominata «Students Win», che ha raccolto parte delle energie politiche disperse tra le opposizioni tradizionali. La sua affermazione rappresenta uno degli aspetti più significativi della trasformazione politica serba. Il movimento non è nato intorno a un leader nazionale né da una scissione parlamentare, ma dalla mobilitazione seguita al crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e costato la vita a sedici persone. Quella tragedia è diventata il simbolo di una contestazione più ampia, nella quale le accuse di negligenza e corruzione si sono intrecciate con la denuncia della debolezza dei controlli pubblici, dell’opacità degli appalti e dell’influenza del potere politico sulle istituzioni.
Nel corso di quasi due anni, le manifestazioni hanno progressivamente superato l’ambiente universitario, coinvolgendo professionisti, cittadini e settori della società civile. La scelta di presentare una lista elettorale ha trasformato quella mobilitazione in una sfida diretta alla maggioranza. Non è un passaggio scontato: organizzare proteste e costruire una forza capace di governare richiedono competenze, alleanze e capacità di mediazione differenti. Proprio questa transizione costituisce uno dei principali interrogativi del voto. La lista studentesca ha saputo catalizzare il malcontento, ma un eventuale successo parlamentare la obbligherebbe a elaborare risposte su economia, politica estera e sicurezza nazionale, temi sui quali convivono sensibilità non sempre coincidenti.
La partecipazione alle urne suggerisce comunque una mobilitazione superiore a quella delle precedenti elezioni. Secondo i dati diffusi durante la giornata, l’affluenza ha superato nettamente i livelli registrati nel 2023 nelle corrispondenti fasce orarie. È un segnale rilevante perché indica che la competizione ha coinvolto anche elettori meno presenti nelle consultazioni precedenti. Non permette, tuttavia, di stabilire automaticamente quale schieramento ne tragga vantaggio: un’affluenza elevata può rafforzare l’opposizione, ma può anche riflettere la capacità della maggioranza di mobilitare il proprio elettorato davanti alla prospettiva di una sconfitta.
Il Parlamento serbo conta 250 seggi e la maggioranza assoluta richiede almeno 126 deputati. Sono diciotto le liste ammesse alla competizione. La distribuzione dei mandati dipenderà non soltanto dal confronto tra SNS e movimento studentesco, ma anche dai risultati delle forze minori, dalla soglia elettorale ordinaria del 3% e dalla rappresentanza delle minoranze nazionali, soggetta a regole specifiche. Per questo un primato in termini di voti non garantirebbe necessariamente la possibilità di formare un governo senza alleati. Il Partito socialista di Serbia, tradizionale partner dei progressisti e sostenitore di rapporti stretti con Mosca, potrebbe conservare un ruolo importante negli equilibri parlamentari.
È però sul terreno internazionale che l’esito del voto potrebbe produrre conseguenze particolarmente complesse. Negli anni Vučić ha costruito una politica estera fondata sulla capacità di dialogare contemporaneamente con Bruxelles, Mosca, Pechino e Washington. Questa impostazione ha consentito alla Serbia di attrarre investimenti, mantenere relazioni energetiche favorevoli e preservare una certa autonomia nelle controversie regionali. Ma la possibilità di muoversi tra interessi concorrenti si è progressivamente ridotta. L’Unione europea chiede ai Paesi candidati una maggiore convergenza con la propria politica estera e di sicurezza, mentre gli Stati Uniti utilizzano sempre più frequentemente strumenti economici e sanzionatori per limitare le attività internazionali collegate alla Russia.
La questione europea resta quindi centrale, ma non coincide con una semplice divisione tra governo filorusso e opposizione filoeuropea. La Serbia intrattiene con l’Unione rapporti economici fondamentali e il percorso di adesione costituisce un riferimento istituzionale importante, pur essendo ostacolato da problemi legati allo Stato di diritto, alle riforme democratiche e alla normalizzazione delle relazioni con Pristina. Una nuova maggioranza orientata a rafforzare l’indipendenza delle istituzioni potrebbe creare condizioni politiche più favorevoli al dialogo con Bruxelles. Non potrebbe però eliminare automaticamente le difficoltà negoziali, né trasformare in pochi mesi gli orientamenti della società serba.
Il Kosovo rimane il limite più evidente a qualsiasi accelerazione europea. Belgrado non riconosce l’indipendenza proclamata da Pristina nel 2008 e considera la questione parte essenziale della propria identità nazionale e costituzionale. La Russia, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sostiene la posizione serba sul mancato riconoscimento. Questo legame attribuisce a Mosca un valore diplomatico che va oltre la cooperazione energetica e spiega perché anche forze critiche verso Vučić possano esitare davanti a una rottura netta con il Cremlino. Un cambio di governo potrebbe modificare metodi e priorità negoziali, ma difficilmente cancellerebbe una posizione condivisa da una parte consistente dell’opinione pubblica.
La stessa prudenza vale per le sanzioni contro la Russia. Tra le forze di opposizione esistono orientamenti differenti: alcune componenti apertamente europeiste sostengono un maggiore allineamento con Bruxelles, comprese le misure restrittive verso Mosca; il movimento studentesco, invece, ha concentrato la campagna soprattutto sulle questioni interne e non presenta un indirizzo internazionale altrettanto definito. Sarebbe dunque improprio considerare un’eventuale sconfitta di Vučić come la premessa automatica di una svolta antirussa. Le scelte di politica estera dipenderanno dalla composizione dell’eventuale coalizione, dalle condizioni economiche e dal rapporto tra interessi nazionali e pressioni internazionali.
Il dossier più immediato, tuttavia, è quello energetico. La compagnia petrolifera Naftna Industrija Srbije, NIS, rappresenta un’infrastruttura strategica per l’approvvigionamento nazionale e costituisce uno dei principali punti di contatto tra gli interessi russi e l’economia serba. La presenza di capitale russo nella società l’ha esposta alle sanzioni statunitensi, aprendo una complessa trattativa sul futuro dell’assetto proprietario. Il gruppo ungherese MOL è coinvolto nei colloqui per una possibile acquisizione della partecipazione russa, ma l’operazione richiede ancora passaggi autorizzativi e non può essere considerata conclusa.
Il calendario aggiunge urgenza politica alla questione. Il 24 ottobre NIS ha annunciato di aver richiesto al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti una nuova autorizzazione per proseguire le attività, poiché la licenza operativa in vigore scade il 30 ottobre. La società ha richiamato la necessità di garantire il funzionamento della raffineria di Pančevo e la continuità delle forniture di carburante al mercato interno. Il prossimo governo, qualunque sia la sua composizione, potrebbe quindi trovarsi ad affrontare quasi immediatamente una decisione nella quale si intrecciano sicurezza energetica, interessi industriali, rapporti con Washington e relazioni con Mosca.
È questo il punto in cui la tradizionale politica serba di equilibrio incontra uno dei suoi limiti più concreti. Mantenere legami privilegiati con la Russia può offrire vantaggi sul piano delle forniture e del sostegno diplomatico, ma comporta costi crescenti quando aziende strategiche diventano oggetto di sanzioni occidentali. D’altra parte, una separazione accelerata dagli interessi russi potrebbe produrre difficoltà economiche e aprire nuove tensioni politiche interne. L’eventuale ingresso di MOL nella struttura proprietaria di NIS avrebbe inoltre una dimensione regionale: l’Ungheria di Viktor Orbán diventerebbe un interlocutore ancora più importante nella gestione di un settore cruciale per Belgrado.
La vicenda dimostra anche perché Washington non possa essere considerata un osservatore distante. Gli Stati Uniti dispongono di strumenti finanziari e regolatori capaci di influenzare direttamente le scelte industriali serbe. Il caso NIS mette in evidenza una forma di pressione diversa da quella esercitata attraverso la diplomazia tradizionale: non si tratta soltanto di chiedere un riallineamento politico, ma di condizionare concretamente le possibilità operative di un’impresa essenziale per il sistema economico nazionale. È una dinamica destinata a pesare sulle decisioni di qualunque esecutivo, indipendentemente dalle preferenze espresse in campagna elettorale.
Anche la Cina osserva con interesse gli sviluppi. Pechino ha consolidato negli anni la propria presenza economica in Serbia attraverso investimenti industriali e infrastrutturali, contribuendo alla strategia di diversificazione dei partner internazionali perseguita da Belgrado. Un eventuale governo più orientato verso Bruxelles dovrebbe misurarsi con questa eredità economica, distinguendo tra la volontà di rafforzare i legami europei e la necessità di preservare investimenti già integrati nel sistema produttivo nazionale. Il futuro della Serbia, quindi, non si esaurisce nella scelta tra Russia e Unione europea, ma riguarda una rete più ampia di dipendenze e opportunità.
Sul piano interno, la sfida decisiva sarà verificare se la domanda di cambiamento emersa dalle piazze possa tradursi in una riforma duratura delle istituzioni. Il movimento studentesco ha costruito la propria legittimazione intorno alla responsabilità pubblica, alla trasparenza e alla lotta contro la corruzione. Se riuscisse a influenzare la formazione di una nuova maggioranza, verrebbe giudicato non soltanto sulla capacità di sostituire il gruppo dirigente precedente, ma soprattutto su quella di rendere più indipendenti gli organismi di controllo, rafforzare la credibilità della giustizia e introdurre procedure amministrative meno esposte alle interferenze politiche. Sono obiettivi che richiedono tempi lunghi e che potrebbero incontrare resistenze anche in presenza di un chiaro mandato elettorale.
Per Vučić, invece, il voto rappresenta la verifica della capacità di trasformare una leadership personale consolidata in una nuova legittimazione parlamentare. Una vittoria gli consentirebbe di rivendicare il sostegno popolare nonostante le proteste e di proseguire la propria strategia internazionale. Ma anche un successo elettorale non cancellerebbe le cause della mobilitazione studentesca né le difficoltà economiche e diplomatiche che attendono Belgrado. La stabilità promessa in campagna elettorale dovrà essere misurata sulla capacità di affrontare problemi strutturali, non soltanto sulla continuità del potere.
Il significato delle elezioni serbe va dunque oltre l’alternanza tra maggioranza e opposizione. Il Paese si trova davanti alla possibilità di ridefinire il funzionamento delle proprie istituzioni mentre il contesto internazionale restringe progressivamente gli spazi della sua autonomia strategica. L’Unione europea rappresenta il principale orizzonte di integrazione economica e istituzionale; la Russia conserva un ruolo diplomatico ed energetico; gli Stati Uniti possono incidere su decisioni industriali decisive; la Cina resta un partner economico rilevante.
La vera domanda non è soltanto chi guiderà il prossimo governo, ma quale margine di scelta avrà per governare queste relazioni senza compromettere gli interessi nazionali. Il voto del 25 ottobre potrebbe aprire una nuova fase politica, oppure confermare la leadership che ha dominato la Serbia negli ultimi anni. In entrambi i casi, la sfida più difficile comincerà dopo le urne: conciliare la richiesta interna di responsabilità democratica con una politica estera costruita su equilibri che stanno diventando sempre più fragili.
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