La situazione si fa sempre più difficile per una parte dell’industria italiana e il rischio è che, nei prossimi mesi, diverse aziende siano costrette a ridurre l’attività e a ricorrere alla cassa integrazione. A preoccupare sono soprattutto i costi sempre più elevati, la concorrenza internazionale e un mercato che fatica a ripartire.
L’allarme arriva anche dalle imprese e dai sindacati delle cartiere, che chiedono al governo di intervenire prima che le difficoltà economiche si traducano in conseguenze pesanti per l’occupazione. Le stime per il 2026 fanno temere un aumento significativo degli ammortizzatori sociali, con possibili ripercussioni anche sulle aziende collegate alla filiera.
Cartiere, più di 18.000 lavoratori rischiano la cassa integrazione
Il comparto al centro dell’allarme è quello della carta e del cartone, un settore importante per l’industria italiana, sia per il numero di occupati sia per il contributo all’economia circolare.
Il sistema cartario nazionale produce circa 8 milioni di tonnellate all’anno e genera un fatturato vicino agli 8 miliardi di euro. Le aziende cartarie sono 114 e occupano circa 18.700 lavoratori. Considerando anche le attività collegate, dalla trasformazione della carta alla grafica e alle tecnologie, la filiera supera i 26 miliardi di euro di valore e coinvolge quasi 162.000 addetti.
Un ruolo importante è svolto anche dal riciclo: nel 2025, in Italia è stato riciclato il 66,3% della carta, confermando il peso del comparto nei processi di economia circolare.
Cassa integrazione, cresce la preoccupazione per la seconda metà del 2026
Le prospettive per il secondo semestre del 2026 sono sempre più incerte. Secondo le stime elaborate dall’ufficio studi di Assocarta, circa 50 stabilimenti potrebbero trovarsi nella condizione di dover ricorrere alla cassa integrazione. Si tratta del 44% degli impianti italiani del comparto interessato.
A lanciare l’allarme sono Assocarta e le organizzazioni sindacali Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilfpc e Ugl Chimici. Imprese e rappresentanti dei lavoratori hanno unito le forze per chiedere interventi urgenti, con l’obiettivo di evitare che le difficoltà attuali si trasformino in una crisi occupazionale più ampia.
Il timore è che, senza misure concrete, alcune aziende siano costrette a rallentare o fermare temporaneamente la produzione, con effetti diretti sui dipendenti e sulle attività che ruotano intorno agli stabilimenti.
Bollette più care e concorrenza estera: perché le aziende sono in difficoltà
Alla base dell’allarme c’è soprattutto l’impennata dei costi energetici. Il prezzo del gas, secondo i dati riportati nel documento congiunto, è passato da circa 35 euro a oltre 80 euro per megawattora nel corso del 2026. Un aumento che potrebbe far salire la spesa annuale per il gas del settore da 800 milioni a circa 1,3 miliardi di euro. In questo scenario, l’energia rischia di arrivare ad assorbire il 20% del fatturato delle imprese o persino una quota superiore.
A rendere il quadro ancora più complicato contribuiscono altri due fattori: una domanda debole e la concorrenza delle produzioni asiatiche, che possono beneficiare di condizioni economiche più favorevoli e di un sostegno pubblico nei rispettivi Paesi. Basti pensare che nella prima metà del 2026, le importazioni asiatiche di carta e cartone in Italia, comprese le carte tissue utilizzate anche per prodotti igienici e domestici, sono cresciute di oltre il 31%.
Per le aziende italiane diventa quindi più difficile sostenere i costi di produzione e, allo stesso tempo, mantenere prezzi competitivi. Una pressione che rischia di tradursi in una perdita di clienti e di quote di mercato.
Fino a 7 milioni di ore di cassa integrazione: cosa può succedere nelle cartiere
Le difficoltà non sono soltanto una previsione per i prossimi mesi. Secondo Assocarta e le organizzazioni sindacali, alcuni stabilimenti hanno già iniziato a ridurre i ritmi produttivi o a sospendere temporaneamente l’attività, facendo ricorso agli strumenti di sostegno al reddito. Per l’intero 2026, le stime indicano la possibilità di arrivare fino a 7 milioni di ore autorizzate di cassa integrazione, per un costo a carico dell’INPS di circa 58 milioni di euro.
Si tratterebbe di un’inversione di tendenza rispetto al calo registrato negli ultimi due anni. Dietro questo peggioramento ci sono impianti utilizzati meno del previsto e imprese che faticano a vendere i propri prodotti in un mercato sempre più competitivo.
Le conseguenze potrebbero non riguardare solo i dipendenti impiegati nelle fabbriche. Infatti, quando uno stabilimento riduce la produzione, possono risentirne anche i fornitori, le aziende di trasporto, i servizi industriali e le attività che dipendono dalle commesse del settore.
Le richieste dei sindacati
Per evitare un peggioramento della situazione, imprese e sindacati chiedono al governo un confronto urgente e misure per contenere il costo dell’energia. Tra le proposte figurano l’utilizzo delle risorse derivanti dagli stoccaggi e dal maggior gettito IVA, la piena applicazione delle misure previste dal decreto Bollette e l’avvio della cosiddetta Gas Release (un meccanismo attraverso il quale lo Stato italiano cede ai consumatori industriali gas nazionale a prezzi più sostenibili).
Sul fronte europeo, viene chiesta una revisione delle regole del sistema ETS, che riguarda i costi legati alle emissioni di CO2, insieme alla tutela delle quote gratuite e al reinvestimento dei proventi delle aste in progetti di decarbonizzazione industriale.
L’obiettivo è evitare che l’aumento dei costi comprometta la competitività delle aziende e metta a rischio migliaia di posti di lavoro. Per il settore cartario, i prossimi mesi saranno decisivi: senza interventi tempestivi, la combinazione tra energia cara, domanda debole e concorrenza estera potrebbe rendere ancora più difficile mantenere attivi gli stabilimenti e tutelare l’occupazione.
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