#Finsubito news – Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo


Euro digitale ed eurobond sembrano questioni meramente tecniche. Possono invece essere strumenti decisivi per rilanciare un’alternativa continentale alle destre mondiali. Il 24 ottobre, a Roma, la conferenza organizzata dalla For the People Foundation

Per quale motivo le forze politiche della sinistra radicale, in Europa, dovrebbero guardare con interesse all’euro digitale? La domanda è più che opportuna: il progetto è della Banca centrale europea, ovvero di un’istituzione che rimane indissolubilmente legata agli anni dell’austerità e delle cosiddette «riforme strutturali» che molto hanno colpito il welfare e le condizioni di vita di milioni di europee ed europei. Serve dunque uno sguardo più ampio, che vada oltre i confini continentali, per comprendere al meglio la posta in gioco. 

Dalla crisi di Bretton Woods alla guerra commerciale di Trump

L’ordine monetario internazionale attraversa, da tempo, una profonda crisi. Iniziata nel 1971, la crisi dell’ordine definito a Bretton Woods nel 1944 si è aggravata con la depressione avviata dal crack del 2007-2008. Se dopo il 1971, con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, attraverso l’espansione dei petrodollari il biglietto ha assunto il ruolo di ciò che Marx chiamava «denaro mondiale», mezzo di pagamento internazionale e al contempo riserva di valore, con la crisi dei mutui subprime l’egemonia del dollaro si è incrinata, la sua agonia ha cominciato a svilupparsi. 

Per quale motivo? In primo luogo, perché, per salvare le banche commerciali e di investimento, too big to fail, il debito pubblico si è appesantito enormemente, passando dal 70% in rapporto al Pil al 120% e oltre (40 mila miliardi). Poi, ovviamente, per gli squilibri commerciali che vedono negli Stati uniti il grande importatore (e debitore) mondiale (per quanto esporti servizi, soprattutto finanziari), con la manifattura e la grande industria, innovazione compresa, sempre più concentrate in Cina e, più in generale, in Asia. Ma occorre prestare anche attenzione all’uso bellico che, del dollaro, gli Stati uniti hanno fatto negli ultimi decenni, con sanzioni che congelano asset e conti correnti, di paesi o di personalità ritenuti nemici: l’Iran e la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina; ma anche Francesca Albanese, i giudici della Corte penale internazionale, in ultimo il collettivo informatico Autistici/Inventati. 

Con la guerra commerciale, e i dazi, è ormai evidente l’obiettivo degli Stati uniti: continuare a imporre al mondo l’acquisto dei Treasuries bond (T-bond), pur riducendo il valore del dollaro, per favorire l’export, dunque la reindustrializzazione, ma anche per rendere meno pesanti gli oneri dell’enorme debito pubblico. La missione è, chiaramente, improbabile. Se il dollaro e i titoli di Stato denominati in dollari che rendono possibile l’iniezione di liquidità nei mercati debbono funzionare da riserva di valore, il loro valore deve essere stabile, il debito pubblico deve essere sotto controllo, ovvero affidabile. Se occorre favorire reindustrializzazione ed export, attraverso una perdita di valore del dollaro, e al contempo accrescendo il debito pubblico con la riduzione delle tasse per le imprese, il debito pubblico diventa meno affidabile, e il dollaro smette di essere il safe asset per eccellenza. In questa contraddizione insolubile, si inserisce il Genius Act (approvato a luglio del 2025) e l’alleanza tra Trump e il mondo delle criptovalute. 

Stablecoin: il colpo di coda del dollaro 

In che modo, il Genius Act, interviene a sostegno del dollaro e del debito pubblico americano? Regolamentando le stablecoin. A differenza dei bitcoin, le stablecoin sono sì monete digitali, emesse da società private alternative alle banche, ma sono ancorate alle maggiori valute legali, in particolare al dollaro. Cosa significa che sono ancorate? Che le società che le emettono, per ogni stablecoin emessa devono possedere un dollaro o, più in generale, T-bond (titoli di Stato americani). Verifiche che le società in questione abbiano riserve adeguate sono al momento irrilevanti o inesistenti, al contempo, quanto meno dal punto di vista delle regole, la stabilità delle stablecoin dipende dal loro riferimento alle valute legali, come in passato le valute legali, cartacee, erano ancorate all’oro. Proprio perché le riserve possono essere in dollari o in titoli denominati in dollari, le società emittenti di stablecoin acquistano significative quantità di debito pubblico americano, senza con ciò aumentare la quantità di moneta. L’utilità delle stablecoin, in quanto moneta digitale privata, è molto rilevante nello spostamento immediato, senza costi, programmabile e transfrontaliero, dei capitali. Se oltre a operare come mezzo di pagamento e unità di conto, le stablecoin cominciassero anche ad assolvere la decisiva funzione di riserva di valore (quasi fossero l’equivalente di un conto corrente in dollari), gli emittenti privati delle stesse sottoscriverebbero importanti quantità di debito statunitense a breve scadenza, rinnovando poi continuamente tale posizione (comportandosi come depositi bancari, dunque). 

Già ora, i sistemi di pagamento digitale che primeggiano in Europa sono statunitensi (il 70% dei pagamenti digitali, in Europa, transitano su reti americane): Visa, Mastercard, American Express. Ma occorre poi considerare anche il settore dei portafogli digitali (e-wallet), anch’esso quasi interamente dominato dalle piattaforme a stelle e strisce: PayPal, Apple Pay, Google Pay. Questo, per quanto riguarda i pagamenti al dettaglio. Come noto, la piramide dei pagamenti prevede, sopra quelli al dettaglio, quelli all’ingrosso: i pagamenti interbancari. Una parte assai rilevante di questi pagamenti è connessa alle operazioni in titoli e regolata in moneta di banca centrale. Le innovazioni tecnologiche che stanno investendo i mercati finanziari, la tokenizzazione (ovvero la trasformazione di uno strumento finanziario, dalle azioni alle quote di fondi, in un “gettone digitale”) e la distributed ledger technology più in particolare, consentono l’emissione digitale delle attività finanziarie, rendendone possibile la negoziazione 24/7, 365 giorni l’anno. Anche in questo caso, l’assenza di moneta di banca centrale tokenizzata, apre il campo all’espansionismo delle stablecoin. 

Con la diffusione delle stablecoin, la crisi internazionale del dollaro potrebbe rovesciarsi in una (nuova) offensiva del dollaro contro l’euro. Da notare, infatti, che negli ultimi 20 anni la quota di riserve delle banche centrali costituita da asset denominati in dollari (non solo T-bond, dunque) è passata dal 71,5% del totale, nel 2001, al 57,8% nel 2024, mentre l’euro si è attestato, a partire dal 2017, sul 20% del totale. Con la crisi del 2007-2008, ma soprattutto con il fenomeno di weaponization del dollaro, la Cina in particolare, ma anche la Russia e il resto dei Brics, hanno cominciato a ridurre le riserve in dollari. La Cina, poi, consapevole delle ostilità sempre più marcate degli Stati uniti nei suoi confronti e, più in generale, nei confronti del Grande Sud, ha proceduto con tre mosse di fondamentale importanza: la creazione del renminbi digitale, moneta digitale pubblica, equivalente al contante, emessa dalla banca centrale cinese; la creazione di Cips (Cross-border Interbank Payment System) circuito alternativo a Swift, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; mBridge, progetto della Bank of International Settlements, ora a indiscutibile trazione cinese, che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned.

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Moneta digitale pubblica e autonomia europea

Che l’Europa stia decidendo di seguire la via della Central Bank Digital Currency, prendendo le distanze dal modello americano, che di fatto propone una rinnovata privatizzazione delle monete funzionale alla conservazione del dominio mondiale del dollaro, è un fatto di estrema importanza. L’iter, come di consueto, è lungo e farraginoso. Ma, entro il 2026, dopo l’approvazione parlamentare del regolamento Econ avvenuta lo scorso 23 giugno, il processo deliberativo-normativo dovrebbe concludersi, nel 2027 la Bce dovrebbe far partire il progetto pilota, nel 2029 l’euro digitale dovrebbe essere attivo.

Non casualmente, le maggiori banche commerciali europee si stanno mettendo di traverso. Il 14 ottobre, la banca centrale olandese ha autorizzato Qivalis. Radunando 37 banche commerciali, molte delle quali hanno avversato in tutti i modi, servendosi del sostegno di parte del Ppe, l’euro digitale nell’Europarlamento, Qivalis è stata autorizzata ed emetterà una stablecoin denominata in euro. Ovviamente, Qivalis, dirà che il progetto integra la moneta digitale pubblica, ovvero l’euro digitale emesso dalla Bce. E che ha accelerato per evitare l’espansione delle stablecoin denominate in dollari. E dirà pure che, essendo emessa da una cordata di banche, sarà più stabile (perché le banche commerciali sono poi garantite dalla Bce – prestatrice di ultima istanza, che fabbrica riserve di banca centrale, possedute presso di lei dalle banche commerciali, con un click). Ma ciò segnala che lo scontro tra moneta pubblica e moneta privata è faccenda per nulla risolta. Meglio, è risolta negli Usa dove Trump ha formalmente impedito alla Fed di continuare sulla via del dollaro digitale, per favorire invece la piena privatizzazione – extra-bancaria – della moneta digitale. Ma, in Europa, la partita è aperta. 

Perché il successo dell’euro digitale dipende dall’emissione di eurobond?

Senza l’affermazione dell’euro digitale, e di un circuito di pagamenti libero dal dominio e dalle sanzioni degli Stati uniti, l’autonomia strategica dell’Unione è una fandonia. Non servono armi, se il Presidente degli Stati uniti può a suo piacimento congelare asset e paralizzare conti correnti e operazioni bancarie. Lo stesso problema, ovviamente, vale per l’intera infrastruttura digitale europea: l’obiettivo del cloud europeo, di data center non energivori e di una IA continentale, è altrettanto vitale. Molte Silicon Valley, pubbliche e non private, in Europa, dovrebbero sorgere nell’arco di pochi anni, e il fenomeno dovrebbe essere supportato da un rafforzamento massiccio degli investimenti in ricerca e sviluppo. Questi ultimi, per quanto riguarda il settore pubblico, nella Ue sono pari allo 0,7% del Pil: troppo poco, a maggior ragione perché si tratta di una spesa frammentata a livello nazionale. 

Solo un’abbondante offerta di titoli pubblici dell’eurozona, condizione tra l’altro necessaria per promuovere il maggiore uso internazionale dell’euro (perché si tratterebbe di un safe asset denominato in euro), può rendere possibile la sovranità digitale, e quindi l’effettiva autonomia strategica, europee. Gli eurobond, come sappiamo, sono un progetto conteso. Presenti nel dibattito della Commissione da almeno due decenni, sono stati sbloccati per rispondere all’emergenza senza precedenti della pandemia e del lockdown. Per un verso, per finanziare i sussidi di disoccupazione, per l’altro per il Next Generation EU. Una prima emissione importante, ma tutto sommato limitata. A parere del rapporto redatto da Mario Draghi (The future of European competitiveness), servirebbero almeno 800-1.000 miliardi l’anno. Uno dei (tanti) problemi del rapporto Draghi, però, è che una parte rilevante delle risorse ricavate dall’emissione dovrebbero essere destinate all’acquisto di armi e al rafforzamento della difesa. 

Il Pil dell’eurozona raggiunge i 15 mila miliardi l’anno, quello dell’Unione è di 17 mila miliardi. Un safe asset europeo, ogni anno, di 1.500 miliardi (il 10% del Pil dell’eurozona), nell’ottica di un bilancio europeo comune, con un ministero del tesoro altrettanto federale, potrebbe rendere possibile un progressivo allineamento del welfare continentale, con risorse ovviamente fondamentali per rendere omogenei i servizi sanitari, l’istruzione, la previdenza, i servizi per l’infanzia, quelli sociali, fino all’auspicabile introduzione – anche per far fronte all’impatto, sul mercato del lavoro, dell’intelligenza artificiale e della nuova robotica – di un reddito di cittadinanza finalmente transnazionale. I 1.500 miliardi l’anno sarebbero basilari per garantire piena autonomia europea nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali, dal cloud all’intelligenza artificiale. Infine, sarebbero del tutto decisivi per favorire investimenti nella filiera della transizione ecologica, con l’obiettivo di raggiungere la completa autonomia energetica, azzerando definitivamente la dipendenza dai paesi esportatori di combustibili fossili (Russia, Stati uniti, Medio oriente).

Occorre, tuttavia, vincolare le risorse liberate dall’emissione di debito comune. Non si tratta, cioè, di continuare a distribuire, in dosi massicce e senza contropartita verificabile, risorse alle imprese private (degli oltre 200 miliardi nel Next Generation EU destinati all’Italia, il 25% circa è finito nelle tasche delle imprese, tra crediti di imposta e risorse a fondo perduto), ma di costruire una nuova economia pubblica, capace di mettere al centro l’innovazione tecnologica, coniugandola con la democrazia e il lavoro di qualità, con pieni diritti e retribuzioni degne. Il welfare, infatti, non è soltanto salario indiretto per tutte e tutti, ma anche lavoro per tante e tanti: nella scuola e nell’università, negli ospedali, nei centri di ricerca e in quelli per l’impiego. E ciò vuol dire, anche, rilanciare su basi nuove, in primo luogo per la scala (continentale e non nazionale), il «moltiplicatore» di keynesiana memoria. Le risorse per università e ricerca, poi, possono favorire la costituzione di un bacino sempre più robusto di lavoro cognitivo, altamente qualificato, essenziale per lo sviluppo sia del settore pubblico che di quello privato.  

Ma pubblica deve essere – come suindicato – l’economia del digitale, dal cloud ai data center, perché l’archiviazione, le scelte energetiche relative alla raccolta e all’elaborazione dei dati e all’uso dell’intelligenza artificiale, l’addestramento di quest’ultima, non sono terreno che può essere lasciato al monopolismo delle Big Tech americane. Al contempo, le infrastrutture digitali pubbliche possono e devono essere abilitanti anche per il tessuto produttivo e delle imprese in Europa. Ancora: l’intelligenza artificiale, addestrata secondo parametri aperti all’elaborazione condivisa, può e deve essere utilizzata per il potenziamento e l’efficientamento della pubblica amministrazione. 

Per la democratizzazione della politica economica e monetaria europee

Euro digitale ed eurobond sono strumenti, l’importanza che possono assumere per una politica di alternativa radicale all’esistente dipende dall’uso che se ne fa. Indubbiamente, sono strumenti imprescindibili per l’effettiva autonomia europea dal destabilizzante dominio statunitense – e dalla destabilizzazione permanente della guerra russo-ucraina. Liberare l’Europa dal dominio americano è fondamentale, ma non basta. Occorre liberarsi anche dall’Europa ordoliberale e dell’austerità, di quella che prevede paradisi fiscali per le grandi imprese (Lussemburgo, Irlanda), che continua a mettere il mercato al primo posto, che produce e vende armi, che rallenta quando non affossa la transizione energetica. 

È necessario, dunque, democratizzare le istituzioni che emettono moneta e titoli sovrani. È necessario, in primo luogo, democratizzare la Banca centrale europea, contestando l’indipendenza delle politiche monetarie. Tale contestazione, nell’epoca che stiamo vivendo, è messa in campo in prevalenza dalle nuove destre – vedi la vicenda della Fed e dello scontro tra Trump e l’ex presidente Jerome Powell; serve, invece, una contestazione da parte della sinistra radicale, che ribadisca un’istanza decisiva quanto rimossa: la moneta è un’istituzione pubblica, in quanto tale pretende decisioni democratiche e non meramente tecniche. Necessario è poi democratizzare il bilancio e le politiche fiscali europee, in primo luogo eliminando il diritto di veto nel Consiglio dell’Unione europea, ma anche e soprattutto rafforzando il potere del Parlamento europeo in materia fiscale. 

A quasi vent’anni dai Trattati di Lisbona, mentre dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all’Italia, si impongono vaste mobilitazioni per il welfare e contro il carovita, per l’istruzione e la casa, e contro la guerra, la conferenza che si svolgerà il 24 ottobre a Roma (Industrie fluviali, dalle ore 10 alle ore 19), organizzata e promossa dalla For the People Foundation (affiliata al partito europeo Ela – European Left Alliance), cercherà di comprendere quali strumenti monetari e fiscali possano rilanciare l’Europa pubblica, alternativa alle destre mondiali.   

*Francesco Raparelli insegna e fa ricerca in Filosofia sociale e politica presso l’Università di Roma Tre. Attivista sindacale e dei movimenti sociali, attualmente coordina il Comitato scientifico di Sinistra Italiana ed è membro del board della For the People Foundation. 


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