Lavorare più a lungo per ritrovarsi, alla fine, con una pensione più bassa. È la prospettiva che attende milioni di lavoratori italiani a partire dal 1° gennaio 2027, quando entreranno in vigore i nuovi coefficienti per il calcolo degli assegni previdenziali. Una modifica che rischia di pesare sulle tasche dei futuri pensionati, con riduzioni che, secondo le prime simulazioni, potranno arrivare a oltre 50 euro lordi al mese, a parità di contributi accumulati.
La novità arriva dal decreto direttoriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia del 16 ottobre 2026, pubblicato il 19 ottobre, che aggiorna i coefficienti di trasformazione per il biennio 2027-2028. Ma non è l’unico cambiamento in arrivo: contemporaneamente, infatti, aumenterà anche l’età necessaria per andare in pensione, con un progressivo innalzamento dei requisiti previsto nei prossimi due anni.
Pensioni 2027, perché gli assegni saranno più bassi
Per comprendere cosa cambierà bisogna partire dal funzionamento del sistema previdenziale italiano. Nel metodo contributivo, l’importo della pensione dipende dai contributi versati durante la carriera lavorativa, rivalutati nel tempo e trasformati in una rendita attraverso specifici coefficienti.
Questi valori vengono aggiornati ogni due anni, tenendo conto soprattutto dell’andamento della speranza di vita. Il principio è semplice: se mediamente si vive più a lungo, la pensione deve essere distribuita su un numero maggiore di anni. Di conseguenza, a parità di contributi accumulati, l’importo mensile tende a diminuire.
È proprio quello che accadrà nel biennio 2027-2028, quando entreranno in vigore coefficienti meno favorevoli rispetto a quelli applicati nel 2025 e nel 2026.
La modifica riguarderà chi andrà in pensione con il sistema interamente contributivo, ma anche la quota contributiva degli assegni calcolati con il sistema misto. Non si tratta, dunque, di un taglio generalizzato alle pensioni già in pagamento, bensì di una riduzione degli importi calcolati per i nuovi pensionamenti.
Quanto si perderà dal 2027: le simulazioni sugli assegni
A rendere più concreto l’impatto della riforma sono le simulazioni effettuate sulla base dei nuovi coefficienti.
Per un lavoratore che ha accumulato 250mila euro di contributi rivalutati, andando in pensione a 67 anni nel 2026 l’assegno mensile lordo sarebbe di circa 1.078 euro. Applicando i coefficienti del 2027, lo stesso montante darebbe diritto a 1.060 euro, con una perdita di 18 euro al mese, pari a 234 euro in un anno considerando tredici mensilità.
La riduzione riguarda anche chi lascia il lavoro prima. A 63 anni, sempre con un montante di 250mila euro, l’importo passerebbe da 954 a 935 euro lordi mensili, con una differenza di 19 euro.
Per chi ha accumulato 300mila euro, invece, la pensione calcolata a 67 anni scenderebbe da 1.294 a 1.272 euro lordi al mese. Significa 22 euro in meno ogni mese, ovvero 286 euro su base annua.
Si tratta di confronti teorici a parità di montante ed età, non necessariamente delle somme che ogni lavoratore perderà concretamente: il risultato finale dipenderà anche dalla data effettiva del pensionamento e dai contributi maturati.
Fino a 51 euro in meno al mese per chi ha versato più contributi
La differenza diventa ancora più evidente per i lavoratori che, nel corso della carriera, hanno accumulato montanti contributivi elevati.
Con 500mila euro di montante, la riduzione stimata raggiunge circa 36 euro lordi al mese, equivalenti a 468 euro in un anno. Per chi arriva a 700mila euro, invece, la perdita sale a circa 51 euro mensili, vale a dire 663 euro lordi all’anno.
In termini assoluti, dunque, chi ha versato maggiori contributi subirà una riduzione più consistente, anche se il meccanismo interesserà in proporzione tutti i lavoratori soggetti ai nuovi coefficienti.
Un altro elemento determinante resta l’età del pensionamento. Più si ritarda l’uscita dal lavoro, maggiore sarà il coefficiente applicato e, di conseguenza, l’importo dell’assegno.
Con un montante di 300mila euro, per esempio, nel 2027 la pensione teorica sarebbe di 1.156 euro lordi mensili a 64 anni, salirebbe a 1.272 euro a 67 anni e raggiungerebbe 1.473 euro a 71 anni.
Pensione di vecchiaia, dal 2027 serviranno 67 anni e un mese
Alla riduzione dei coefficienti si aggiunge un secondo cambiamento, destinato a incidere direttamente sulla vita dei lavoratori: l’innalzamento dell’età pensionabile.
Attualmente, per accedere alla pensione di vecchiaia ordinaria, il requisito anagrafico è fissato a 67 anni, insieme agli ulteriori requisiti contributivi previsti dalla normativa.
Dal 2027 l’età salirà a 67 anni e un mese, mentre dal 2028 arriverà a 67 anni e tre mesi.
L’adeguamento inizialmente previsto era di tre mesi già dal prossimo anno, ma il governo ha deciso di distribuirlo nell’arco del biennio.
Cambieranno anche i requisiti per la pensione anticipata ordinaria, che consente di lasciare il lavoro indipendentemente dall’età anagrafica una volta raggiunta una determinata anzianità contributiva.
Nel 2027 saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Dal 2028 scatterà un ulteriore incremento di due mesi.
Chi rischia di essere penalizzato e cosa succede alle pensioni già erogate
La combinazione tra nuovi coefficienti e innalzamento dei requisiti rende il 2027 un anno particolarmente delicato per chi si avvicina alla pensione.
Da una parte, il sistema richiederà di rimanere al lavoro più a lungo. Dall’altra, i contributi accumulati saranno convertiti in un assegno utilizzando parametri meno vantaggiosi rispetto a quelli attuali.
Questo non significa necessariamente che ogni lavoratore riceverà meno di quanto avrebbe ottenuto andando in pensione un anno prima. Continuare a lavorare permette infatti di versare ulteriori contributi e aumentare il montante complessivo, compensando almeno in parte l’effetto dei nuovi coefficienti.
Per chi percepisce già una pensione, invece, i nuovi coefficienti non comportano un ricalcolo al ribasso dell’assegno in pagamento.
Il cambiamento riguarda soprattutto chi sta programmando l’uscita dal mondo del lavoro nei prossimi anni. Per queste persone, conoscere il proprio montante contributivo e confrontare diverse ipotesi di pensionamento diventerà ancora più importante.
Il risultato è un sistema previdenziale nel quale la data in cui si smette di lavorare può fare una differenza significativa, non soltanto per il momento in cui si inizierà a percepire la pensione, ma anche per l’importo che accompagnerà i lavoratori durante gli anni della vecchiaia.
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