#Finsubito news – Caro vita, Bussone (UNCEM): “I sovraccosti della crisi non possono pagarli i cittadini, soprattutto chi vive in montagna”


 

Dagli studenti scesi in piazza per chiedere alloggi accessibili, borse di studio e investimenti sull’istruzione pubblica, contro un caro vita che diventa limite al diritto allo studio, al blocco degli autotrasportatori al Centro-Sud schiacciati dal caro gasolio, dall’annoso nodo delle accise e dai pedaggi fino alle mobilitazioni nazionali per chiedere l’adeguamento di salari e pensioni: l’Italia sta vivendo giorni di profonda e diffusa tensione.

A spingere la popolazione in strada è una morsa economica che unisce il costo della vita divenuto difficilmente sostenibile per i cittadini all’incremento delle spese di gestione per le imprese. Una mobilitazione che si inserisce in un clima di esasperazione continentale, sul modello delle recenti proteste giovanili e di settore avviate anche in Francia e Spagna.

È una protesta forte ma composta quella che si sta levando lungo la Penisola, purtroppo talvolta oscurata dalla cassa di risonanza data a isolati episodi di vandalismo o tensione urbana che con il caro carburante e il caro vita hanno ben poco a che fare. Da un lato, migliaia di studenti e collettivi universitari hanno scelto la via del dialogo e dei sit-in pacifici. Dall’altro, gli autotrasportatori hanno fermato i camion rendendo evidenti le conseguenze sui cittadini: come evidenziato anche da Confconsumatori, sono bastati appena pochi giorni di blocco delle consegne per impattare profondamente sulla vita quotidiana. In regioni come Sicilia, Campania, Puglia, Calabria e Molise, la popolazione si è trovata improvvisamente ad affrontare la carenza di frutta, verdura e prodotti di prima necessità sugli scaffali dei supermercati, oltre alle forti difficoltà negli spostamenti causate dal progressivo esaurimento del carburante nei distributori.

Nonostante l’apertura del Governo — che ha promesso lo sblocco di ingenti risorse tra contributi e crediti d’imposta portando alla revoca del fermo dei tir in Sicilia — in molti territori del Mezzogiorno i blocchi e i presidi autostradali potrebbero proseguire almeno fino al 27 ottobre, data fissata per il nuovo tavolo al Ministero dei Trasporti. Sebbene le piazze studentesche abbiano animato soprattutto le città del Centro-Nord e le paralisi della logistica stiano colpendo in modo marcato il Centro-Sud, le motivazioni di fondo non conoscono confini geografici.

Siamo di fronte a un malessere generalizzato del Bel Paese: un drammatico divario tra costi insostenibili e servizi calanti che la montagna si trova ad affrontare da tempo e di cui si fa oggi prisma, riflettendo su scala nazionale una fragilità che ormai travalica ogni latitudine e quota. Ma come siamo arrivati a questo punto e come se ne esce? Ne abbiamo parlato con Marco Bussone, presidente nazionale di UNCEM (Unione Nazionale Comuni, Comunità ed Enti Montani).

Le radici della crisi e il nodo delle risorse

“Siamo dentro una crisi continua: dal Covid ai conflitti internazionali, fino all’attuale impazzimento del sistema economico”, spiega Bussone. “I sovraccosti della crisi non possono ricadere sui cittadini, a maggior ragione su chi abita lontano dai centri urbani e deve spostarsi di più per accedere ai servizi di base. La politica non può limitarsi all’ennesimo decreto sulla spesa pubblica. Servono interventi strutturali su chi ha guadagnato di più: le grandi aziende dell’energia, specie quelle partecipate dallo Stato come ENI, devono restituire gli extraprofitti alla collettività”.

Il problema riguarda da vicino anche il tessuto produttivo locale: “Troppe imprese sono lasciate sole. In passato esistevano incentivi e strumenti per sostenere l’ammodernamento nei territori, oggi drasticamente ridotti. L’imprenditorialità diffusa non può essere abbandonata alla propria solitudine”.

Comuni soli e risposte differenti

In questa congiuntura, gli enti locali rappresentano gli anelli più deboli e penalizzati. “I Comuni sono rimasti fermi a un’organizzazione e a una fiscalità di 40 anni fa. In altre parti d’Europa si sono fatte riforme strutturali, da noi no. Così, di fronte all’aumento delle povertà e dei bisogni delle famiglie, i Comuni si trovano soli e senza strumenti per garantire welfare e prezzi calmierati”.

Alla domanda se questa crisi vada ad aggravare la situazione già complessa delle aree interne, il presidente UNCEM precisa: “Bisogna evitare la semplificazione che le aree interne siano oggi ‘ancora più interne’. Non amo l’etichetta ‘interno’, perché definire qualcosa come ‘interno’ significa guardare a una parte d’Italia da un ipotetico centro, ed è un errore concettuale che non fa bene al Paese. Non ha senso dire che c’è un centro e una periferia, né fare la gara a chi soffre di più tra quartieri urbani ed entroterra. La sofferenza è ovunque, ma le risposte devono essere diverse. Trattare territori con esigenze differenti allo stesso modo significa condannarli entrambi”.

Risposte diverse e oculate, dunque, che non siano i soliti contributi d’emergenza. “Bisogna superare la logica degli aiuti a pioggia“, conclude Bussone. “L’economia sociale e il terzo settore stanno dimostrando che esistono modelli alternativi per gestire servizi e welfare, ma da soli non possono fare da ammortizzatore sociale. La politica deve fare la sua parte: ripensare le regole del sistema economico, guidare la riorganizzazione degli enti locali e dare ai territori gli strumenti per tornare a respirare”.


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