| Tanta sicurezza, qualche incertezza |
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Come d’abitudine, una reazione immediata a un fatto di cronaca eclatante, in questo caso le devastazioni del weekend a Milano. Come d’abitudine, un giro di vite in senso securitario, cioè teso a trasmettere la sensazione di un immediato ristabilimento dell’ordine pubblico. Come d’abitudine, la creazione di un nuovo reato, stavolta la «partecipazione violenta a una manifestazione». Ma stavolta la notizia più importante non è quello che c’è nel decreto (sotto trovate i dettagli), ma quello che non c’è. Non c’è l’affidamento di funzioni di polizia giudiziaria ai 500 militari – quasi tutti paracadutisti della Folgore – che saranno mandati a Milano fino al 31 dicembre. In pratica, i soldati non potranno arrestare nessuno. E qui si viene alla prima incertezza che affiora tra tanta sicurezza ostentata, promessa o garantita. È un’incertezza tutta interna al governo, una divisione netta su una questione grave. Quella che nelle semplificazioni dei titoli di giornale viene classificata in genere come «tensione» o «spaccatura». Il protagonista è Guido Crosetto. Un uomo importante, il ministro con più standing in una squadra in cui, detto senza offesa, non spiccano i Churchill e i De Gaulle (come dall’altra parte non si intravedono Mitterrand o Willy Brandt). Provate a immaginare cosa succederebbe se Giorgia Meloni si ritirasse all’improvviso dalla politica o, ipotesi lievemente più probabile, puntasse al Quirinale. Con questa maggioranza, il suo erede a Palazzo Chigi sarebbe o Crosetto o il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, l’eminenza grigia del melonismo. Altrimenti chi? Arianna Meloni? Lollobrigida? Fazzolari? Donzelli? Delmastro Delle Vedove? Bignami? Ecco, appunto: o Crosetto o Mantovano. Anche per questa sua premierabilità è importante notare le inquietudini del ministro della Difesa. I nostri retroscenisti raccontano un Crosetto «deluso e preoccupato» dalla mancata svolta dei soldati-poliziotti. Una svolta dovuta anzitutto al «no» di Sergio Mattarella e del suo staff. Ancora una volta, il controllo preventivo di costituzionalità del Quirinale è risultato decisivo. La particolarità è che stavolta ha trovato subito sponde nel governo: le «forti perplessità» del presidente della Repubblica erano condivise dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dal capo della polizia Vittorio Pisani, e il sottosegretario Mantovano le ha recepite senza fatica. D’altronde, erano stati i leader dei sindacati di polizia a esprimere «profonda preoccupazione e ferma opposizione di fronte a uno scenario che segnerebbe l’inizio della militarizzazione della sicurezza e una gravissima compressione dei diritti di cittadinanza attiva e di dissenso garantiti dalla nostra Costituzione» (Felice Romano del Siulp) e a parlare di «militarizzazione dell’ordine pubblico» (Domenico Pianese del Coisp). Eppure, raccontano Simone Canettieri e Monica Guerzoni, «la pratica non è stata semplice da dipanare. Poco prima dell’inizio del Cdm i ministri Nordio, Piantedosi, Crosetto e Alfredo Mantovano hanno cercato affannosamente una sintesi nella stanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Più tardi, in Consiglio dei ministri, il titolare della Difesa ha commentato polemicamente il no alla richiesta di poteri di polizia per i militari: “Dovete spiegarmi cosa farà l’esercito, a questo punto”». La risposta è nel numero: i soldati non potranno ammanettare ma faranno massa e, questo è l’auspicio, già così contribuiranno a dissuadere i violenti. Ma perché militari e non poliziotti? La risposta la dà Alessandro Trocino: «Perché di agenti non ce ne sono, quelli a disposizione sono in Albania a fare da guardia al Cpr semivuoto (nelle piazze erano schierati persino agenti della Penitenziaria, nonostante le enormi carenze d’organico nelle carceri)». Dunque i militari servono, ma non possono fare i poliziotti. Perché non è il loro compito, e infatti non hanno l’addestramento che serve. Sì, poi c’è la seconda incertezza governativa, che in qualche modo riscatta Crosetto dalla sgrammaticatura istituzionale che lo ha visto isolato. Ed è importante notare che, in questa seconda incertezza, il ministro della Difesa torna in asse con il presidente della Repubblica, un asse di solito piuttosto solido, molto più di quello Mattarella-Meloni. Dopo gli scontri di Milano, Mattarella «aveva in sostanza chiesto al governo di non legiferare sull’onda dei fatti di attualità (per quanto gravi), di ponderare bene ogni scelta e di aprire una “analisi intelligente e approfondita” per capire cosa abbia mosso tutti quei ragazzini – definiti dal capo dello Stato «soggetti inediti» – a spaccare tutto» (sempre Canettieri-Guerzoni). «Analisi intelligente» è un’espressione che allude all’intelligence, ai servizi segreti. Crosetto l’analisi intelligente l’ha fatta, si è letto i rapporti dei servizi, e ieri ha detto pubblicamente che «stiamo combattendo una guerra ibrida» in cui emerge «la capacità che ormai hanno alcune nazioni, dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani, di conoscerli molto meglio di noi e di influenzarli» attraverso «strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, Youtube». Insomma: dietro lo choc di Milano c’è l’interesse di qualche potenza straniera a destabilizzare l’Italia ed è inevitabile pensare alla Russia. Francesco Verderami rivela che le preoccupazioni di Crosetto sono condivise da Giorgia Meloni: «La presidente del Consiglio è intimamente convinta che “entità esterne” abbiano soffiato sul fuoco della guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il centro di Milano lo scorso fine settimana. Anche se vuole attendere “elementi certi” per denunciarlo pubblicamente». Di certo, dalle prime analisi dei servizi «stanno emergendo “tracce di enfatizzazione sulla mobilitazione dei manifestanti”. Tradotto dal linguaggio tecnico, la tesi è che attraverso il rilancio sui social ci sia stato un appello per “richiamare in piazza più persone” e alimentare così la protesta». Dunque, c’entrano i russi sì o no? L’indizio che alimenta i sospetti sul ruolo delle «entità esterne» nell’organizzazione delle violenze, rivelano esponenti del governo al nostro retroscenista, è che «le fonti degli appelli sono ben scudate». Gli informatori di Verderami esibiscono una doverosa cautela e specificano che è troppo presto per affermare con certezza «che siano stati i russi a mandare degli adolescenti a spaccare le vetrine di Milano». Ma questa è «una cosa diversa da quella assertiva del vicepremier Matteo Salvini secondo il quale “non c’è nessuna regia russa”». Ecco, il capo della Lega (per anni un sostenitore – ricambiato – di Putin) ostenta il suo scetticismo – «No. Ho letto cose strambe, i russi… basta» – ed è questa l’altra grande incertezza/spaccatura che affiora dal governo, ai suoi massimi livelli. Dunque: la presidente del Consiglio e il ministro della Difesa fanno capire di avere più di un sospetto sul ruolo dei russi, il vicepresidente del Consiglio lo esclude a priori. Sembra quasi che i suoi colleghi di governo parlino più con Verderami che con lui. O che lui non li ascolti. Un altro indizio conferma l’«appello per “richiamare in piazza più persone” e alimentare così la protesta». Ed è il vero e proprio adescamento via social di giovani attratti dall’idea del «casino» del saccheggio facile e impunito che viene fuori dai colloqui dei nostri Elisabetta Andreis e Gianni Santucci con alcuni dei protagonisti degli scontri. «Tra sabato e domenica ci hanno aggiunto a una chat Telegram. Si chiamava 17 ottobre qualcosa…». Chi vi ha aggiunto? «Non ne ho idea». Cosa dicevano? «Di andare in manifestazione perché costa tutto troppo. Poi hanno iniziato a postare altri messaggi. Dovevamo solo andare in Duomo perché loro rompevano le vetrine e noi potevamo prendere le scarpe Nike e le felpe, e anche le biciclette da Decathlon». E ancora: «Mi hanno messo nella chat Telegram, non so come. C’erano tantissimi altri, forse mille. Dicevano di andare in Duomo, che c’era da fare casino e prendere tanta roba perché i negozi mettono i prezzi troppo alti. Su TikTok iniziavo a vedere la gente in metropolitana che scriveva “Nike arriviamo”, “Foot locker arriviamo”, noi non avevamo niente da fare, allora con altri sono andato in via Torino e al Decathlon. C’era troppo casino, la gente correva, sembrava un gioco della Play». «Un preciso progetto di destabilizzazione» Restano in carcere 4 dei 5 maggiorenni arrestati per gli scontri di sabato. Il quinto finisce agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico e 11 minorenni vengono collocati in comunità o obbligati alla permanenza in casa con i genitori. Le accuse: devastazione e saccheggio, resistenza pluriaggravata. Dei 35 minori arrestati, 31 non hanno precedenti. L’età media è 15/16 anni, 25 sono nati in Italia, 17 hanno cognomi italiani e 18 stranieri. Scrive Chiara Evangelista: «La “parità” mostra soprattutto un’evidenza: subiscono tutti gli stessi richiami. Il rimbombo delle dirette social attrae. Il branco in strada eccita». Ma a prendere i titoli sono le frasi con cui il gip Fabrizio Filice ha spiegato la conferma delle misure cautelari per i maggiorenni: il magistrato ritiene «più che plausibile» l’idea che «l’autoconvocazione via social della protesta» sabato «fosse già preordinata alle violenze sotto un’insegna volutamente generica di istanze sociali varie»; e definisce già «evidente, dal proseguire del battage via social per convocare altre proteste nei prossimi fine settimana, che è in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico». Oggi un’altra gip deciderà su altre 6 richieste di arresti di maggiorenni. È sempre Filice a definire «altissimo nel breve termine» il rischio di nuove violenze. Si riferisce al fatto che gli account social «Italia in piazza» e «Movimento 17 ottobre» puntano a una mobilitazione permanente, «violenta e insurrezionale». Su questi input si concentra chiaramente l’attenzione sia della polizia sia dei servizi (al che, si chiede il nostro Trocino, invece di mandare 500 soldati «non sarebbe meglio assumere 500 esperti di guerra ibrida, 500 hacker o giovani in grado di ricostruire la catena dei messaggi social?»). Massima vigilanza per sabato, dunque, ma il timore del sindaco Beppe Sala è che «siccome queste persone si autoconvocano, potrebbe accadere in qualunque momento». Oggi riunione in prefettura con lo stesso Sala, il ministro Piantedosi e il capo della polizia, con un occhio ad altre due mobilitazioni nel pomeriggio: una della Cgil, l’altra di Futuro nazionale, il partito di Vannacci. Benvenuti, insomma, alla Prima Ora di mercoledì 21 ottobre. Che ha anche altre notizie, ma prima è debitrice delle nuove norme approvate dal Consiglio dei ministri.
Sull’estensione del fermo preventivo, scrive Monica Guerzoni, «di sicuro la norma non è nelle corde del capo dello Stato. Non gli piace e non ne condivide lo spirito repressivo. Eppure, a differenza dei poteri speciali per i militari, non è in contrasto con il dettato della Costituzione. Non è dunque stato il Colle a chiedere che fosse cancellata dalle prime bozze, per poi rispuntare nel testo finale. Tecnicamente la norma già esiste, anche per i minori. In questo caso è stata allargata anche alle manifestazioni non autorizzate». La protesta degli autotrasportatori
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