Un bambino nasce e, insieme al suo codice fiscale, potrebbe presto arrivare anche un fondo pensione. L’idea allo studio del governo è semplice: aprire alla nascita di ogni bambino una posizione previdenziale, versare una prima somma a carico dello Stato e lasciare poi che genitori e familiari possano alimentarla volontariamente. Una volta entrato nel mondo del lavoro, sarebbe lo stesso giovane a continuare a versare. La gestione potrebbe essere affidata all’INPS, con la vigilanza della COVIP.
Sulla carta è un’idea che guarda molto lontano. Forse troppo lontano per rispondere alle domande che abbiamo davanti oggi. Perché mentre immaginiamo il bambino che, a 65 anni, potrebbe ritrovarsi con un capitale previdenziale costruito lungo tutta la vita, quel bambino deve ancora nascere. E l’Italia, nel frattempo, sta facendo sempre più fatica a farne nascere.
I numeri dell’inverno demografico in Italia
Nel 2025 sono venuti al mondo circa 355mila bambini: 15mila in meno rispetto all’anno precedente, con un calo del 3,9%. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo storico. I decessi sono stati circa 652mila e il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti, è risultato negativo per quasi 300 mila persone. Sono numeri che raccontano una trasformazione molto più profonda di una semplice crisi della natalità.
L’Italia sta diventando un Paese più vecchio, con meno persone in età lavorativa e più persone che avranno bisogno di pensioni, sanità e assistenza. Secondo le nuove proiezioni demografiche, nel 2050 la popolazione potrebbe scendere a circa 55 milioni e la quota degli over 65 arrivare al 34,5%, mentre la popolazione in età lavorativa si ridurrebbe al 55,3%.
L’idea che nasce dallo squilibrio
È dentro questo squilibrio che nasce l’idea del fondo previdenziale alla nascita. E infatti il ragionamento non è assurdo. Il sistema pensionistico obbligatorio italiano è fondato sulla ripartizione: i contributi di chi lavora finanziano le pensioni di chi è già in pensione. Se i lavoratori diminuiscono e i pensionati aumentano, l’equilibrio diventa più difficile. Un secondo pilastro previdenziale può dunque avere una sua logica. Ma una cosa è riconoscere che può essere utile costruire previdenza complementare fin dall’inizio della vita.
L’idea di un conto previdenziale per i neonati
Non può essere la risposta alla questione demografica
Un’altra è raccontarla come risposta alla questione demografica. Perché un fondo pensione non convince una coppia ad avere un figlio. Un contratto di lavoro stabile, una casa accessibile, servizi per l’infanzia, congedi realmente utilizzabili, un sistema educativo funzionante, salari adeguati e la possibilità di non dover scegliere tra un figlio e il proprio lavoro possono farlo molto di più.
La stessa ricerca internazionale sulla fecondità indica proprio sicurezza economica, condizioni del mercato del lavoro, costo della casa, servizi per l’infanzia e politiche familiari tra i fattori che influenzano le possibilità concrete di avere figli. Il punto più interessante, però, è un altro.
In Italia il welfare più potente continua a chiamarsi famiglia
Lo si vede quando un ragazzo resta a casa dei genitori perché non riesce a permettersi un affitto. Lo si vede quando una coppia compra casa grazie all’aiuto dei genitori. Quando una famiglia sostiene economicamente un figlio che ha perso il lavoro o attraversa anni di precarietà.
Oltre due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori. L’Istat collega questa permanenza anche alla precarietà lavorativa, alle difficoltà di accesso alla casa e all’incertezza economica, condizioni che finiscono per posticipare anche le scelte familiari e riproduttive.
La famiglia italiana non è soltanto una realtà affettiva. È un’infrastruttura economica. È il luogo nel quale si trasferiscono soldi, tempo, case, competenze, cura. È una sorta di previdenza informale che funziona prima ancora che intervenga quella pubblica. Ed è qui che il nuovo fondo rischia di apparire meno rivoluzionario di quanto suggerisca la formula.
L’idea di mettere da parte denaro per un figlio fin dalla nascita non è nuova. L’Italia conosce da decenni strumenti di risparmio destinati ai minori. I libretti postali dedicati ai bambini, per esempio, consentono ai genitori o ai tutori di costruire nel tempo un capitale intestato al minore; esistono anche piani di risparmio che permettono di acquistare periodicamente buoni dedicati ai minori fino alla maggiore età. La novità, semmai, è trasformare quella logica di risparmio familiare in una logica previdenziale e inserirla dentro un disegno pubblico.
Ed è proprio qui che l’INPS può avere un senso
Se l’obiettivo è creare una posizione previdenziale che accompagni una persona dalla nascita alla vecchiaia, utilizzare un’infrastruttura pubblica già esistente può rendere lo strumento più semplice, universale e meno dipendente dalla capacità della singola famiglia di orientarsi tra prodotti finanziari diversi. Ma c’è una domanda che non può essere elusa: quanto sarà davvero universale?
Perché se il fondo viene semplicemente aperto a tutti ma la sua crescita dipende soprattutto dai versamenti volontari dei genitori, il rischio è quello di trasformare una misura pensata per ridurre le disuguaglianze in un’altra forma di trasmissione delle disuguaglianze.
Il figlio di una famiglia che può mettere da parte 100 euro ogni mese crescerà con un capitale diverso da quello del figlio di una famiglia che quei 100 euro non li ha. È una differenza già conosciuta dalla società italiana. La ricchezza familiare determina opportunità, autonomia, possibilità di studiare, di comprare casa, di affrontare periodi di disoccupazione. La Banca d’Italia ha documentato il ruolo dei trasferimenti intergenerazionali, compresi quelli destinati all’acquisto della casa, nella costruzione delle condizioni economiche delle nuove generazioni.
Il rischio, dunque, è che anche la previdenza inizi a funzionare come funziona già una parte della società: chi nasce con una famiglia economicamente forte parte con un vantaggio che continua ad accompagnarlo per tutta la vita. Per questo il tema non dovrebbe essere soltanto quanto verserà lo Stato alla nascita. Dovremmo chiederci quanto mette lo Stato nella vita di quella persona.
Perché oggi esiste già un Bonus nuovi nati da 1.000 euro per le famiglie con i requisiti previsti, mentre l’Assegno unico raggiunge quasi 6,4 milioni di famiglie e circa 10 milioni di figli (2024). Eppure il costo della crescita dei figli continua a pesare fortemente sui bilanci familiari: secondo la Banca d’Italia, tra il 2022 e il 2024 i prezzi delle principali categorie di beni e servizi legati al mantenimento dei figli sono aumentati complessivamente di circa il 22%.
Questo dovrebbe suggerire una distinzione fondamentale. Risparmiare per un figlio non è la stessa cosa che rendere possibile avere un figlio. Sono due problemi diversi. Il primo riguarda il futuro previdenziale dell’individuo. Il secondo riguarda il presente delle famiglie e, in ultima analisi, il futuro demografico del Paese. Si può fare il primo senza risolvere il secondo. Anzi, si rischia di confonderli. Un bambino non è un futuro contribuente da mettere a bilancio con qualche decennio di anticipo. È una persona che nei primi anni della sua vita ha bisogno di tempo, cura, scuola, sanità, servizi, spazi, relazioni e di adulti che possano permettersi di esserci.
E gli adulti, oggi, hanno bisogno di poter costruire la propria vita senza dover ricorrere continuamente alla generazione precedente. Questa è forse la contraddizione più italiana della proposta: pensiamo a come accumulare risorse per il futuro mentre continuiamo a utilizzare la famiglia come principale ammortizzatore del presente.
Il punto, però, è che il vero successo di un sistema di welfare non dovrebbe essere quello di insegnare alle famiglie a risparmiare per proteggersi dallo Stato che non basta. Dovrebbe essere quello di fare in modo che la famiglia smetta di essere l’unico welfare che funziona.
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