La riforma della previdenza complementare che ha ridisegnato le regole su TFR e fondi pensione non è ancora del tutto operativa, ma ha già subito due correzioni in corsa. Un segnale chiaro di quanto il percorso fosse complesso da attuare e di quanto restino ancora nodi da sciogliere per garantire ai lavoratori una scelta davvero consapevole.
Da un lato ci sono gli aggiustamenti tecnici e normativi, necessari per rendere applicabili misure nate con tempistiche troppo strette. Dall’altro restano questioni di sostanza, come la durata della finestra per decidere e l’assenza di una comunicazione istituzionale capace di raggiungere davvero i lavoratori. Vediamo nel dettaglio cosa è cambiato e cosa manca ancora.
Le due correzioni fatte prima dell’entrata a regime della riforma
Prima ancora di diventare pienamente operativa, la riforma di fondi pensione e Tfr ha dovuto fare i conti con la realtà applicativa. Due interventi normativi hanno modificato aspetti rilevanti del testo originario, rinviando scadenze e chiarendo alcuni punti tecnici:
1. Il rinvio della portabilità del contributo datoriale
La misura più attesa, e allo stesso tempo più delicata, era quella che avrebbe permesso al lavoratore che aveva destinato il proprio TFR a un fondo pensione negoziale di portarsi dietro, in caso di cambio fondo, anche i contributi versati dal datore di lavoro. Una norma pensata per aumentare la libertà di scelta e la concorrenza tra fondi, evitando che il lavoratore restasse in qualche modo vincolato a un determinato fondo solo per non perdere il contributo aziendale.
La misura sarebbe dovuta entrare in vigore il 1° luglio 2026. Tuttavia, la legge di conversione del Decreto PNRR (L. 50/2026), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 20 aprile 2026, ha differito l’entrata in vigore della portabilità del contributo datoriale al 31 ottobre 2026. Il motivo del rinvio è essenzialmente operativo: dare ai fondi pensione il tempo necessario per adeguare le proprie procedure informatiche e amministrative, in modo da gestire correttamente il trasferimento dei contributi versati dalle aziende senza generare errori, ritardi o contenziosi.
Un rinvio tecnico, quindi, ma che ha un impatto concreto sui lavoratori che nei mesi scorsi avevano già iniziato a valutare un cambio di fondo pensione confidando nella portabilità piena del contributo aziendale, e che ora devono attendere qualche mese in più prima di poter esercitare questa possibilità.
2. La correzione tecnica del decreto 1 maggio (DL 62/2026)
Insieme al Decreto PNRR, anche il cosiddetto decreto Primo maggio è intervenuto sulla materia, correggendo alcuni aspetti applicativi delle nuove regole relative alle prestazioni e alla deducibilità fiscale dei versamenti nella previdenza complementare.
Non si è trattato di una revisione strutturale della riforma, ma di una serie di aggiustamenti tecnici, resisi necessari perché il testo originario della manovra presentava ancora zone d’ombra e passaggi poco chiari su come applicare in concreto le nuove regole. Il fatto stesso che, a distanza di poche settimane, sia servito un secondo intervento normativo per correggere il primo la dice lunga sulla complessità del percorso di attuazione della riforma e sulla necessità di monitorare con attenzione, nei prossimi mesi, eventuali ulteriori modifiche.
Il ruolo della COVIP e il periodo transitorio fino al 2027
Accanto a questi due correttivi normativi, un ruolo importante lo ha giocato anche la COVIP, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione. La delibera con le istruzioni operative su capitale, rendite e deducibilità fiscale è stata pubblicata soltanto il 23 giugno 2026, appena una settimana prima della data di entrata in vigore prevista per il 1° luglio.
Un margine di tempo evidentemente troppo ristretto perché i fondi pensione potessero adeguare in modo completo procedure, sistemi informatici e documentazione destinata agli iscritti. Per questo motivo la COVIP ha concesso un periodo transitorio di 12 mesi, fino al 30 giugno 2027, entro il quale i fondi dovranno completare l’adeguamento pieno alle nuove regole.
Questo significa, in pratica, che per tutto il periodo transitorio alcune procedure potrebbero continuare a funzionare secondo le vecchie modalità, o con soluzioni intermedie, generando possibile confusione tra gli iscritti che si trovano a interagire con fondi ancora in fase di adeguamento.
Oltre alle correzioni tecniche già intervenute, restano aperte alcune questioni di sostanza che riguardano direttamente la capacità dei lavoratori di scegliere in modo davvero consapevole.
La finestra dei 60 giorni: troppo corta per decidere bene
Uno dei cambiamenti più significativi della riforma riguarda il tempo a disposizione dei lavoratori per esprimere la propria eventuale rinuncia all’adesione automatica al fondo pensione. Si è passati da 6 mesi, previsti dal vecchio meccanismo di silenzio assenso, a soli 60 giorni.
Una riduzione così marcata ha sollevato dubbi concreti tra addetti ai lavori e osservatori del settore. Il rischio segnalato è che i lavoratori meno informati, o semplicemente meno esperti in materia previdenziale, possano ritrovarsi iscritti a un fondo pensione senza aver realmente compreso le implicazioni di questa scelta. Il problema si fa ancora più evidente per chi entra nel mondo del lavoro per la prima volta: proprio nel momento in cui si è meno preparati a valutare con calma una decisione che, di fatto, produrrà i suoi effetti per decenni, si dispone di appena due mesi per farlo.
Cosa manca ancora: gli esclusi dalla riforma e le modifiche necessarie
Un altro aspetto poco discusso, ma rilevante, riguarda il perimetro di applicazione della riforma. L’obbligo di adesione automatica al fondo pensione, infatti, riguarda solo i datori di lavoro privati. Restano fuori i dipendenti pubblici e i lavoratori domestici, categorie per le quali la Pubblica Amministrazione non ha, al momento, alcun nuovo obbligo informativo nei confronti dei propri assunti. Si tratta di una porzione non piccola della platea lavorativa italiana che la riforma, di fatto, non tocca e che invece in essa dovrebbe essere compresa.
Ancora più delicata è la situazione dei lavoratori autonomi, completamente esclusi dal cambiamento in atto. Una recente indagine segnala che il 64% degli autonomi si dichiara preoccupato per il proprio futuro economico, ma la maggior parte di loro non destina ancora risorse alla previdenza integrativa. Le cause principali sono la variabilità dei redditi e una scarsa conoscenza degli strumenti disponibili sul mercato. Un problema strutturale che la riforma del 2026 non affronta in modo diretto, lasciando questa categoria di lavoratori ancora più esposta rispetto ai dipendenti privati.
Il quadro che emerge è quello di una riforma dei fondi pensione e del TFR ancora in fase di rodaggio, con correzioni intervenute prima ancora della piena entrata in vigore delle nuove regole. Il rinvio della portabilità del contributo datoriale al 31 ottobre 2026 e gli aggiustamenti tecnici introdotti dal decreto “1 maggio” mostrano quanto fosse complesso conciliare gli obiettivi della riforma con le esigenze operative dei fondi.
Restano, però, irrisolti nodi che riguardano direttamente i lavoratori: una finestra decisionale di soli 60 giorni, l’assenza di una campagna informativa istituzionale all’altezza della portata della riforma e l’esclusione di intere categorie, dai dipendenti pubblici ai lavoratori autonomi. Elementi che, se non affrontati nei prossimi mesi, rischiano di trasformare una riforma potenzialmente utile in un’occasione mancata per una parte significativa dei lavoratori italiani.
Dott.ssa Serena Benedetti
La dott.ssa Serena Benedetti è un’esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell’assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all’analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi…
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