Andrea Lucchesi ha risposto alle nostre domande spiegando come ha iniziato il suo percorso e come è cambiato il turismo dal 2015 a oggi
PIOMBINO — Spesso sentiamo parlare di turismo, sviluppo di nuove forme di economia cittadina, un milione di presenze nell’ultimo anno nelle strutture del territorio. Abbiamo allora deciso di rivolgere alcune domande ad Andrea Lucchesi del B&B Prima dell’Elba e fondatore di Piombino Apartments, imprenditore che ha fatto del turismo il suo nuovo lavoro.
Raccontaci il progetto e la sua filosofia.
Premetto una cosa che spiega parecchio del resto: io non vengo dal turismo. Vengo dal settore bancario e dal trading online. Un mondo di numeri, margini e disciplina, dove o il conto torna o non torna. Poi è arrivato un momento di cambiamento, professionale e personale insieme — quei passaggi in cui capisci che la strada che stavi facendo non è più la tua. E ho scommesso su Piombino.
Bisogna ricordare in che anno. Era il 2015. L’altoforno si era spento da pochi mesi, dopo l’ultima colata dell’aprile 2014. La città era in ginocchio: cassa integrazione, incertezza totale, la sensazione diffusa che qui fosse finita. In quel clima, aprire un’attività ricettiva a Piombino era considerato una follia. E qui devo essere onesto su una cosa, perché il merito non è mio: è stata mia moglie a spingermi. L’idea di aprire le prime tre camere è sua. Io ci giravo intorno, facevo conti, valutavo rischi — quello che sai fare quando vieni dalla finanza è soprattutto elencare i motivi per cui una cosa può andare male. Lei ha avuto la lucidità e il coraggio di dire proviamoci. Senza quella spinta, oggi non ci sarebbe niente di tutto questo, e credo sia giusto che si sappia. Siamo partiti con tre camere e una domanda sola in testa: si può fare accoglienza sul serio a Piombino, o si può solo affittare qualcosa ad agosto e sperare? Non avevamo un business plan da manuale. Avevamo la convinzione che questa città avesse molto più di quanto lei stessa credesse, e il mestiere di leggere i numeri. Quella formazione precedente si è rivelata il mio vantaggio più grande. Sono arrivato senza le abitudini del settore, ma con l’idea che una struttura ricettiva sia un’impresa da governare con i dati — occupazione, marginalità, costo del lavoro, stagionalità — e non un’attività da gestire a sensazione. La risposta è arrivata dagli ospiti, ed è arrivata in fretta: chi veniva qui non cercava solo un letto vicino al porto. Cercava qualcuno che gli dicesse dove andare, cosa vedere, come muoversi. Piombino era — ed è ancora, in parte — una città che non si racconta. Chi arriva se ne accorge subito.
Undici anni dopo, in quella città dove aprire era una follia, c’è un’azienda strutturata con cinque dipendenti, trentasei unità gestite, numeri solidi e progetti di sviluppo dentro e fuori Piombino. Non lo dico per vantarmi: lo dico perché è la dimostrazione pratica che qui si poteva fare, e che si può ancora. Il turismo, a chi lo affronta con metodo, questo territorio lo restituisce.
Da lì il progetto è cresciuto per necessità, non per ambizione. Prima le camere del B&B Prima dell’Elba, pensate per chi si ferma una o due notti, spesso in transito verso l’Elba. Poi i Prima dell’Elba Family Apartments, perché la domanda vera qui è familiare: famiglie che stanno una settimana, che hanno bisogno di spazio, cucina, autonomia. Infine Piombino Apartments, che è la parte più recente e per me la più interessante: la gestione professionale di appartamenti di proprietari terzi. Oggi seguiamo complessivamente trentasei unità tra camere e case.
La filosofia, se devo sintetizzarla in una frase, è questa: l’ospitalità non è un immobile, è un servizio. Le mura contano molto meno di quanto si creda. Contano la risposta data in venti minuti e non in due giorni, l’informazione giusta prima dell’arrivo, la casa pulita davvero, il problema risolto senza che l’ospite debba insistere. Sono cose noiose, poco fotogeniche, e sono esattamente quelle che determinano se un ospite torna. Il secondo principio è che un operatore da solo non fa una destinazione. Posso avere la casa più curata di Piombino: se poi l’ospite esce e non trova informazioni, servizi, un racconto della città, la mia qualità si ferma alla soglia di casa. Per questo negli anni ho spostato una parte crescente del lavoro fuori dalle mie strutture — sulla comunicazione del territorio, sui dati, sul confronto con gli altri operatori. C’è infine una cosa che voglio dire perché credo sia poco praticata dalle nostre parti: mi sono formato, e continuo a farlo.
Quali i segreti del mestiere?
Dal 2017 seguo la business school Vivere di Turismo. Il contributo più grande non è stato quello che ho imparato in aula: è la rete. Siamo professionisti dell’accoglienza disseminati in tutta Italia, ci conosciamo da anni, ci supportiamo, e soprattutto siamo cresciuti insieme. Perché nel 2015 l’extra-alberghiero, come lo intendiamo oggi, semplicemente non esisteva: era un settore sconosciuto, agli inizi, senza regole chiare, senza strumenti, senza nessuno che lo raccontasse come un mestiere vero. Ce lo siamo costruito strada facendo, sbagliando e confrontandoci. È per questo che quella rete conta così tanto. Ci scambiamo dati veri e ci diciamo cosa funziona e cosa no senza girarci intorno. Quando devo capire come si comporta un mercato o se un’idea regge, non tiro a indovinare: chiedo a chi la sta già facendo, magari in Salento o sul lago di Garda.
Ma la cosa che mi ha colpito di più è un’altra: parliamo tutti la stessa lingua. La lingua dell’accoglienza e del turismo sostenibile — quella in cui si discute di permanenza media, di mercati esteri, di destagionalizzazione, di come far stare bene un ospite e insieme la comunità che lo ospita.
Lo dico con dispiacere, non per polemica: quella lingua a Piombino non l’ho quasi mai trovata. Nemmeno parlando con colleghi che hanno trenta o quarant’anni di mestiere alle spalle, e che di questo lavoro sanno cose che io non saprò mai. Non è una questione di bravura o di anzianità: è che qui il confronto tra operatori è rimasto sul contingente — la stagione, il meteo, i prezzi, il vicino che fa concorrenza. Manca il livello successivo, quello in cui si ragiona insieme sulla destinazione e non solo sulla propria struttura.
Trovare fuori quello che non trovavo a casa è stato utilissimo, ma è anche il motivo per cui insisto tanto sul fare sistema qui. Non vorrei che tra dieci anni un ragazzo che apre a Piombino debba ancora andare a cercare altrove qualcuno con cui parlare.
È una cosa che nel nostro comparto manca quasi ovunque, e a Piombino in modo particolare: l’idea che gli altri operatori non siano concorrenti da cui difendersi, ma colleghi da cui imparare. Un albergatore in Trentino sa cose che a me servono, e io so cose che servono a lui. Quella rete è il motivo per cui in undici anni ho sbagliato molte meno cose di quante ne avrei sbagliate da solo.
Come è cambiato il turismo a Piombino dal 2015 a oggi?
È cambiato molto, e in modo meno lineare di come lo si racconta di solito. Nel 2015 Piombino registrava circa 830.000 presenze. Nel 2025 ha superato il milione: 1.082.957, con una permanenza media di 5,9 giorni. Su undici anni fa +43%. Detto così sembra una storia di successo continuo. Guardato anno per anno, però, il quadro è diverso: non è un trend, è una successione di scalini separati da tratti piatti. Il 2017 e il 2018 sono stati anni di calo. Il 2022 ci ha riportati esattamente dove eravamo nel 2019. L’unico salto vero è stato il 2023, con +15%, ma è il rimbalzo post-pandemico che ha registrato tutta Italia: non l’abbiamo prodotto noi, l’abbiamo ricevuto.
Prima di andare avanti, però, c’è una premessa senza la quale tutto il resto si legge male. Piombino non è un’isola in mezzo al mare. È dentro un ecosistema turistico. Il turista che arriva qui non ha scelto “Piombino” contro qualcos’altro: ha scelto la Toscana, o la costa tirrenica, e dentro quella scelta ha deciso dove dormire e quanto fermarsi. Nessuno prenota una destinazione a caso: prenota un viaggio, e il viaggio è fatto di cerchi concentrici — la Val di Cornia, la Costa degli Etruschi, la Toscana, l’Italia. Noi siamo un punto dentro quei cerchi, e per giunta un punto ben posizionato: davanti all’Elba, dentro l’Arcipelago, a un’ora dai grandi attrattori toscani. Questo cambia due cose. La prima è che non ha senso ragionare da soli: quello che fanno San Vincenzo, Campiglia, Suvereto, Castagneto o Follonica ci riguarda, e viceversa. La seconda è che diventa legittimo — anzi doveroso — misurarsi con i vicini, perché condividiamo lo stesso bacino di domanda. Se loro crescono e noi meno, la differenza non è il mare: siamo noi. Ed è esattamente quello che succede, ed è il dato che dice più di tutti gli altri. Va messo sul tavolo senza drammi ma senza nasconderlo. Tra il 2019 e il 2025 Piombino è cresciuta del 23,1%. L’Ambito Costa degli Etruschi — stesso mare, stesso clima, stessa promozione regionale — è cresciuto del 27,1%. Sono quattro punti persi in sei anni a parità di condizioni esterne.
E soprattutto: nel 2025 gli stranieri valgono il 19,7% delle presenze di Piombino, contro il 42,4% dell’Ambito. A San Vincenzo sono il 46,7%, a Castagneto quasi il 48%. Siamo, con ampio distacco, la destinazione meno internazionale della costa livornese.
Non lo dico per fare polemica: lo dico perché è la misura del nostro margine. A parità di clientela italiana, se Piombino avesse la quota estera media del suo Ambito registrerebbe circa 1,51 milioni di presenze invece di 1,08. Sono oltre 428.000 presenze di differenza, senza un turista italiano in più e senza un posto letto in più. Il potenziale non va inventato: è già lì, dobbiamo solo saperlo raccogliere. E torna il discorso dell’ecosistema: quei tedeschi e quegli olandesi sono già sulla nostra costa. Dormono a quaranta chilometri da qui. Non dobbiamo convincerli a scegliere l’Italia o la Toscana, l’hanno già fatto. Dobbiamo solo dare loro una ragione per fermarsi a Piombino invece che passarci davanti. È un problema molto più piccolo, e molto più risolvibile, di quanto lo raccontiamo.
Nel frattempo la struttura dell’offerta è cambiata radicalmente: oggi Piombino ha oltre 12.000 posti letto, di cui l’86% extra-alberghiero. Il comparto in cui lavoro io è diventato la spina dorsale dell’accoglienza di questa città. È una responsabilità, prima ancora che un dato di mercato.
Chi è il turista che arriva a Piombino e sceglie le nostre strutture?
Il turista tipo di Piombino oggi è italiano, familiare, di prossimità. Il 78% degli arrivi è italiano e, di questi, il 51% viene dalla Toscana stessa, il 16% dalla Lombardia, poi Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio. È un dato che dice molto: siamo ancora, in larga parte, la spiaggia dei toscani. Viene per il mare, sceglie Piombino perché le spiagge libere sono circa il 70% del totale — una cosa che ormai in Toscana non è più scontata — e perché a parità di qualità del mare costa meno dei vicini. Sta in media sei giorni, si concentra tra luglio e agosto. Più del 50% delle presenze annue si consuma in due mesi.
Poi c’è un secondo pubblico, enormemente più grande di quanto la città percepisca: il transito portuale. Nel 2024 dal porto di Piombino sono passati oltre 3,3 milioni di passeggeri in traghetto, in crescita dell’8%. Piombino è il terzo porto italiano per traffico passeggeri e l’unico punto d’imbarco per l’Elba.
Tre milioni e trecentomila persone attraversano questa città ogni anno. La stragrande maggioranza non la vede: arriva, si imbarca, riparte. Se anche solo l’uno per cento di quel flusso si fermasse una notte, sarebbero oltre 30.000 pernottamenti in più all’anno — più di quanto qualsiasi campagna promozionale possa realisticamente produrre. Ecco perché dico che il futuro di Piombino non è generare nuovi flussi: è trattenere e distribuire quelli che già passano da qui. Il turista non lo dobbiamo convincere a venire. È già arrivato. Dobbiamo dargli un motivo per scendere dalla macchina.
Nelle nostre strutture il mix è un po’ diverso, e non per caso. Nel B&B lavoriamo molto sulla notte singola pre-imbarco e sul transito. Nei Family Apartments sulle famiglie con soggiorni lunghi. Con Piombino Apartments, in città, intercettiamo sempre di più due segmenti che nella narrazione locale non compaiono quasi mai: la clientela business e di cantiere, che genera presenze nei mesi in cui il mare non tira, e lo straniero di spalla di stagione.
Su quest’ultimo punto vorrei insistere, perché è il dato che mi ha convinto più di ogni altro. Parlo del 2018, l’ultimo anno per cui esiste il dettaglio mensile del nostro Comune — e il fatto che si debba risalire a otto anni fa è già di per sé un problema, ci torno dopo. In quell’anno gli stranieri pesavano per il 64% delle presenze di ottobre, il 46% di maggio, il 41% di marzo. E solo il 13% di agosto.
Attenzione a non fraintendere il 13%: non significa che ad agosto vengano pochi stranieri. Significa che ad agosto arrivano così tanti italiani da coprirli. In valore assoluto ad agosto gli stranieri fanno numeri simili a settembre; è il mese che è saturo di italiani. Il senso è questo: gli stranieri sono già oggi quelli che ci tengono aperta la stagione. Sono loro a riempire maggio e ottobre, cioè esattamente i mesi che diciamo di voler far crescere. Chi parla di destagionalizzazione e contemporaneamente lascia scivolare i mercati tedesco, svizzero e olandese sta lavorando contro se stesso. Il “turismo esperienziale” per me non è una formula da convegno: è la conseguenza pratica di questo. Chi viene fuori stagione non viene per il bagno. Viene per Baratti e Populonia, per i Parchi, per il vino, per il cibo, per la bici. E quel turista lo intercetti solo se hai qualcosa da raccontargli prima che parta.
Cosa servirebbe per dare un impulso più incisivo?
E qui devo dire la cosa più concreta di tutta questa intervista, perché la destagionalizzazione a parole la facciamo tutti da dieci anni: il cicloturismo.
Non è una moda e non è una speranza: è un mercato già esistente, che sulla costa toscana si muove in modo massiccio. La Toscana ha costruito negli anni una rete di percorsi, di servizi e di strutture bike friendly che intercetta un pubblico prevalentemente centro-europeo — tedeschi, svizzeri, olandesi, austriaci — cioè esattamente i mercati che a Piombino stiamo perdendo. E quel pubblico viaggia in aprile, maggio, settembre e ottobre, non ad agosto. Spende bene, sta più notti, non occupa la spiaggia. È la destagionalizzazione in forma di persona.
Quel flusso passa vicinissimo a noi. Ma a Piombino, semplicemente, non entra. E non entra per una ragione banale e risolvibile: non esiste una ciclovia che consenta di arrivare in città in sicurezza. Chi arriva in bici da nord o dall’entroterra si trova a condividere strade a traffico veloce, senza un ingresso ciclabile riconoscibile, senza continuità con le reti costiere e regionali. Un cicloturista straniero, davanti a una situazione così, non fa polemica: cambia itinerario. E noi non lo vediamo nemmeno passare.
È il paradosso di Piombino in una immagine sola. Abbiamo un territorio perfetto per la bici — mare, Baratti, i Parchi della Val di Cornia, la collina, percorsi gravel e MTB già esistenti e già battuti — e non abbiamo i due chilometri di infrastruttura che servirebbero per farci entrare la gente. Non serve un grande piano: serve una porta ciclabile d’ingresso alla città, sicura e riconoscibile, collegata alle reti esistenti, e una rete di operatori bike friendly che offra rimessaggio, officina, lavaggio, colazione presto e trasporto bagagli. Sono investimenti piccoli, misurabili, e con un ritorno che si vede nella stagione successiva.
Se dovessi indicare la singola cosa che oggi produrrebbe più destagionalizzazione per euro speso a Piombino, direi quella. Senza esitare.
Per anni Piombino è stata spesso considerata la città dell’acciaio con il porto per l’Elba, negli ultimi anni – complice la crisi delle acciaierie e una diversa congiuntura economica – ha iniziato a raccontarsi al di là degli stereotipi. Per lo sviluppo turistico quanto è importante riscoprire il passato, l’identità del territorio, valorizzarne gli aspetti più autentici?
Penso che raccontare Piombino “al di là dell’acciaio” sia giusto, ma vada fatto senza rimuovere l’acciaio. La rimozione non funziona mai, e in questo caso sarebbe anche falsa: la fabbrica è parte della storia di questa città quanto Populonia. Una destinazione che si vergogna di metà della propria biografia non risulta autentica, risulta reticente.
L’identità di Piombino è stratificata in modo abbastanza raro: gli Etruschi a Baratti, il Medioevo del centro storico, il Novecento operaio, il mare. È esattamente questa sovrapposizione a essere interessante per un pubblico europeo colto, che è poi il pubblico che ci manca. Il turista tedesco o olandese che viene in ottobre non cerca la cartolina: cerca un luogo vero. Piombino è un luogo vero. Il problema non è che non abbiamo niente da dire — è che non lo abbiamo mai detto in modo organizzato.
C’è poi un elemento di contesto che va colto adesso. L’Accordo di programma firmato al MIMIT nel luglio 2026 tra Governo, JSW e Metinvest dà per la prima volta in quindici anni un orizzonte industriale definito. Che ci si creda molto o poco, l’effetto sul piano turistico è lo stesso: cade l’alibi dell’incertezza, quello che per anni ha giustificato il rinvio di ogni pianificazione alternativa. Non dobbiamo più scegliere tra fabbrica e turismo. Possiamo finalmente pianificare entrambi.
È in questa direzione che sono andati i miei ultimi lavori. Abbiamo costruito una guida turistica digitale e interattiva della città, aperta e gratuita, consultabile da chiunque: piombino-da-scoprire.pages.dev. Non è un depliant messo online, è uno strumento: itinerari, tempi di percorrenza, stagionalità, cosa fare quando piove, cosa fare a ottobre. L’abbiamo fatta perché mancava, e perché un ospite informato è un ospite che esce, spende in città e torna.
Accanto a questa, ogni nostra casa ha una guida digitale personalizzata (Touch Stay) che l’ospite riceve automaticamente prima dell’arrivo, in italiano, inglese e tedesco: istruzioni pratiche, ma anche il racconto del quartiere in cui si trova. Sembra un dettaglio operativo. In realtà è il momento in cui decidi se quell’ospite uscirà a esplorare la città o resterà in spiaggia e basta.
Il sito storico del B&B resta bbprimadellelba.it; gli appartamenti sono su piombinoapartments.com eprimadellelbafamilyapartments.com.
Su questo fronte lavoro da anni con le collaborazioni orizzontali tra operatori, che a Piombino sono ancora troppo rare. Dentro le nostre guide — sia quella della città sia quelle delle singole case — ci sono ristoranti, bar, negozi e attività di servizio del territorio: inseriti gratuitamente, senza alcun accordo commerciale, scelti da noi uno per uno sulla base della qualità e dell’affidabilità con cui trattano i nostri ospiti.
È una scelta precisa. Non vendiamo spazio pubblicitario: consigliamo. Il giorno in cui un ristoratore paga per stare in una guida, quella guida smette di valere qualcosa per chi la legge. Così invece funziona per tutti: l’ospite riceve un consiglio di cui si può fidare, il ristorante riceve clienti che arrivano già ben disposti, e noi facciamo il nostro mestiere, che è far uscire di casa le persone e mandarle nei posti giusti.
Sono operazioni piccole e poco appariscenti, ma è esattamente così che si comincia a fare sistema: due operatori alla volta, con risultati misurabili, senza aspettare che arrivi qualcuno dall’alto a organizzarci.
Infine, quali sono le principalie sfide di chi fa accoglienza oggi? Cosa ti auguri per il futuro turistico della città?
Le sfide vere sono tre, e nessuna riguarda il numero di turisti. La prima è la professionalizzazione. L’86% dell’offerta di Piombino è extra-alberghiera, fatta di moltissimi operatori piccoli. È una ricchezza, ma diventa un limite quando il modello prevalente è “affitto due appartamenti ad agosto a clienti italiani di ritorno”. Chi lavora così non ha alcun motivo per imparare il tedesco, per farsi certificare bike friendly, per aprire a marzo. Il suo modello funziona benissimo com’è. Ogni misura di qualità ha per lui un costo immediato e un beneficio incerto. Non lo dico con disprezzo — lo dico perché è la ragione tecnica per cui la destagionalizzazione a Piombino non parte, e finché non la si affronta con strumenti concreti (formazione, incentivi, standard condivisi) resterà un buon proposito. La seconda è la stagionalità. Un’attività che lavora quattro mesi non può assumere personale stabile, non può formarlo, non può garantirgli continuità. La qualità dell’accoglienza dipende dalle persone, e le persone hanno bisogno di lavoro tutto l’anno. Allungare la stagione non è un obiettivo di marketing: è la condizione per avere collaboratori competenti. La terza è la governance e i dati. Nel preparare la mia ultima analisi ho dovuto ricostruire per differenza il dato 2024 delle presenze del mio Comune, perché non era disponibile in forma diretta. Un operatore privato che deve stimare i numeri della propria città è, di per sé, la misura del problema. Non si governa ciò che non si misura.
Quello che sto costruendo per il 2027 va esattamente in questa direzione: sviluppare in modo strutturato una vera e propria attività di consulenza turistica. Non solo per il piccolo proprietario che ha un appartamento e vuole metterlo a reddito senza improvvisare — contratti in regola, prezzi costruiti sui dati, comunicazione multilingue, gestione operativa seria. La consulenza si rivolgerà anche ad alberghi, agriturismi e villaggi turistici: realtà più grandi che spesso hanno un ottimo prodotto e una gestione commerciale ferma a dieci anni fa, senza controllo dei costi, senza politica tariffaria, senza lettura dei propri dati.
L’idea è semplice: mettere a disposizione di altri lo stesso percorso che ho fatto io nella mia azienda, nel mio piccolo — partendo da zero, da un altro settore, e arrivando a una struttura organizzata che regge undici stagioni e cinque stipendi. Non teoria da aula: metodo verificato su un’impresa vera, in un territorio difficile. E c’è una ragione di sistema, non solo di business. Se l’86% dell’offerta di Piombino è extra-alberghiera, è lì che si alza — o non si alza — la qualità media della destinazione. Non esiste piano di promozione capace di compensare un comparto non professionale.
Detto tutto questo, voglio chiudere ribaltando la prospettiva, perché c’è una cosa che a Piombino quasi nessuno si dice. Il nostro ritardo è diventato il nostro patrimonio.
Negli ultimi trent’anni, mentre altre località costiere correvano, molte si sono snaturate. Hanno cementificato il fronte mare, hanno privatizzato quasi per intero le spiagge, hanno costruito fino all’ultimo metro disponibile. Oggi in tanti tratti della costa tirrenica non trovi più un accesso libero al mare, e il paesaggio che ha reso famosa quella località è coperto da ciò che è stato costruito per venderla.
Piombino tutto questo non l’ha fatto. In parte per scelta, in parte — diciamolo — perché aveva la testa altrove: aveva la fabbrica, il turismo non era la priorità. Ma il risultato, per un puro caso della storia, è che oggi ci ritroviamo con circa il 70% di spiaggia libera, una costa non cementificata, un entroterra intatto, e paesaggi che altrove non esistono più.
Quello che per anni abbiamo vissuto come arretratezza è esattamente ciò che il mercato di oggi cerca. Il turismo che cresce di più in Europa è quello lento, rispettoso dell’ambiente, che cerca autenticità e non intrattenimento. Quel turista — spesso straniero, spesso fuori stagione, spesso in bici o a piedi — non vuole la fila di ombrelloni: vuole poter stendere un telo dove gli pare e trovarsi davanti un posto vero. Piombino è fisiologicamente attrattiva per quel pubblico, senza doversi trasformare in niente. E poi c’è Baratti e Populonia. Che il Comune di Piombino comprenda quel comprensorio è una fortuna che facciamo fatica a misurare: è un unicum su tutta la costa tirrenica, mare e archeologia nello stesso golfo, un valore attrattivo che da solo giustificherebbe una strategia. Non ce ne sono altri così.
Attenzione però: questo non è un alibi per non fare nulla. È vero il contrario. Un patrimonio integro per caso, se lasciato senza regia, si consuma esattamente come si è consumato altrove — un pezzo alla volta, ogni volta per una buona ragione. Servono programmazione, gestione attenta dei flussi nelle aree sensibili, regole chiare, manutenzione delle spiagge libere e servizi che ne alzino la qualità senza recintarle. Conservare non significa immobilizzare: significa decidere con la testa cosa si tiene e cosa si trasforma. Abbiamo la possibilità rara di non ripetere gli errori di chi è partito prima di noi, e di posizionarci sul segmento migliore del mercato proprio grazie a ciò che non abbiamo fatto. Ma è una finestra, non una rendita.
Quanto agli auguri, ne ho tre, molto concreti. Che si apra un tavolo tecnico permanente sul turismo, con obiettivi misurabili e verifiche pubbliche, e che a sedersi non siano soltanto le associazioni di categoria ma gli operatori del territorio in prima persona. Le associazioni hanno un ruolo e va rispettato, ma chi apre la porta agli ospiti trecento giorni l’anno sa cose che nessuna rappresentanza può riferire di seconda mano: perché un tedesco non prenota a maggio, cosa chiede un camperista, dove si perde l’ospite tra il porto e il centro. Un tavolo fatto solo di rappresentanze produce documenti; un tavolo che include chi lavora produce decisioni. Solo così si cresce davvero — e vale anche per l’extra-alberghiero, che deve sedersi in proporzione a quello che rappresenta, cioè l’86% dell’offerta.
Che Piombino smetta di essere un punto di passaggio verso l’Elba e diventi un nodo dell’esperienza arcipelago: chi si imbarca può dormire qui la notte prima, e chi sbarca può fermarsi un giorno in più — ma deve trovare una città che glielo proponga. E che, nel frattempo, si faccia la ciclovia di ingresso: è l’opera più piccola e più redditizia che abbiamo davanti, e continuare a rimandarla significa regalare ogni primavera e ogni autunno a chi ce l’ha già.
E che tra dieci anni si misuri lo sviluppo turistico non solo in presenze, ma in qualità della vita dei residenti, stabilità delle imprese e reputazione del territorio. Il turismo funziona quando la città che lo ospita sta meglio, non quando lo subisce.
Piombino non deve diventare un’altra cosa. Deve organizzare quello che già è. Il materiale c’è tutto: mare, storia, parchi, un porto strategico e — vorrei aggiungere — persone che questo mestiere lo stanno imparando sul serio. Manca la regia. E la regia, per fortuna, è l’unica cosa che dipende interamente da noi.
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