Economia circolare europea che cambia: come sfruttare l’occasione


L’economia circolare non è più solo un obiettivo ambientale. Si fa strategicamente portatrice di valori che coinvolgono, da vicino, la politica industriale europea, la sua sicurezza e la sua competitività. E il 2026 rappresenta la sua fase decisiva: dopo anni dedicati al rafforzamento di raccolta, riciclo e reimmissione dei materiali nell’economia, ai prossimi mesi spettano iniziative orientate al mercato e alla base industriale delle materie prime seconde (MPS). Ovvero dei materiali ottenuti da riciclo, rigenerazione o recupero di rifiuti e scarti di lavorazione manifatturiera.

Gli impatti economici, come quelli occupazionali, sociali e ambientali, di questo passaggio meritano particolare attenzione. A spiegarne il perché, e le possibili azioni per coglierlo al meglio, lo studio “Una nuova politica industriale europea per l’economia circolare”, realizzato da Teha Group in collaborazione con Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi), presentato al 52° Forum Teha di Cernobbio.

Filiera del riciclo: impatto economico e nuovo modello operativo

La dimensione economica della filiera del riciclo è rilevante. Il settore, infatti, genera 555 miliardi di euro di impatto annuo, 222 miliardi di valore aggiunto e sostiene oltre 3 milioni di occupati. A questo si aggiunge la funzione abilitante che le MPS svolgono nella manifattura europea. Ulteriori 325 miliardi di fatturato, 96,1 miliardi di valore aggiunto e 1,14 milioni di posti di lavoro nelle principali filiere industriali a valle. La lettura di Teha Group si focalizza anche sull’analisi costi-benefici nel sistema di gestione e riciclo dei rifiuti di imballaggio, distinto dall’intera industria del riciclo. Parliamo di 18,8 miliardi di costi annui per il funzionamento del sistema, a fronte di 31,2 miliardi di benefici economici, ambientali e sociali. In sostanza, ogni euro investito in questo comparto genera 1,66 euro di benefici per la società europea.

“Preservare questa filiera significa tutelare un asset industriale, occupazionale e strategico, prima ancora che un obiettivo ambientale – scrive Valerio De Molli, Managing Partner & Ceo di The European House – Ambrosetti e Teha Group nella prefazione dello studio -. Su questa base, proponiamo un nuovo modello operativo per il mercato delle materie prime seconde costruito su cinque pilastri verticali: design di mercato, governance e quadro normativo, standard e qualità, scala industriale e finanza, autonomia strategica e commercio. Attraversati dal sesto pilastro orizzontale di fattori abilitanti: energia, dati e innovazione, competenze e accettazione sociale”.

Nuovi messaggi per l’economia circolare europea

A fronte dei risultati economici e occupazionali, il potenziale della circolarità europea rimane parzialmente inespresso. L’Europa dispone di uno dei quadri normativi più avanzati al mondo, ma nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali si è fermato al 12,2%. Per raggiungere l’obiettivo del 24% al 2030, indicato dalla Commissione Europea, serve crescere del 96,7% in sei anni. Un ritmo quasi 19 volte superiore a quello registrato tra 2018 e 2024.

I motivi del gap? Principalmente lo scollamento tra obiettivi e realtà industriale, nonché tra domanda e offerta, che porta ancora oggi l’Europa a ricorrere a materie prime vergini o MPS extra-Ue. Qui sta il punto: il 40% delle importazioni di MPS proviene da Paesi Terzi, mentre l’Ue rimane esportatrice netta di rifiuti. La sfida consiste dunque nel creare le condizioni industriali perché gli ambiziosi obiettivi di crescita diventino realistici. Contro l’instabilità delle rotte commerciali, la volatilità dei costi energetici e la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, il rafforzamento della filiera del riciclo può trattenere in Europa materiali, capacità produttiva e valore. A seguire, i passaggi chiave del report sull’economia circolare europea di Teha Group e Conai.

One Europe, One Market: la sfida normativa

I prossimi 24 mesi sono cruciali per la definizione del framework regolatorio in materia di sostenibilità e circolarità. La roadmap “One Europe, One Market” concentra infatti nello stesso arco temporale quattro iniziative parallele, con importanti implicazioni per la filiera delle materie prime seconde:

  • Circular Economy Act: favorire la creazione di un mercato europeo delle materie prime seconde,
  • European Product Act: agire su ecodesign e contenuto riciclato,
  • Critical Raw Materials Centre: rafforzare market intelligence, aggregazione della domanda e gestione strategica degli approvvigionamenti,
  • Public Procurement Act: utilizzare la domanda pubblica come leva per sostenere l’impiego di materiali riciclati.

La sfida non consiste quindi nell’aumentare ulteriormente l’ambizione ambientale dell’economia circolare europea, ma nell’utilizzare questa finestra normativa per trasformare la circolarità in una componente strutturale della politica industriale.

La roadmap “One Europe, One Market” riunisce policy che avranno implicazioni sulla filiera del riciclo Ue

Coerenza tra domanda e offerta nelle materie prime seconde

La filiera delle MPS attraversa una fase complessa, dovuta a mancanza di coerenza tra domanda e offerta, pressioni congiunturali e concorrenza dei Paesi Terzi. Nel 2024, su circa 7,7 miliardi di tonnellate di materiali processati dall’economia circolare europea, solo 1,04 miliardi (14%) provenivano da riciclo e backfilling. Nello stesso anno, come detto, il circular material use rate si attestava al 12,2%, rispetto all’obiettivo Ue del 24% al 2030.

A pesare sulla coerenza tra offerta e domanda anche le dinamiche di prezzo. Prendendo l’esempio della plastica, il valore della materia prima seconda è sceso da 472 euro per tonnellata nel 2022 a 321 euro nel 2024: una riduzione del 32%. Mentre il tasso di riciclo è rimasto sostanzialmente stabile intorno al 40%. In più ci sono i costi di energia, lavoro e compliance, la concorrenza esterna di materie vergini e materiali riciclati e la frammentazione normativa.

Preservare la filiera del riciclo Ue

La posta in gioco è elevata. Per quantificarne il valore, gli analisti di Teha hanno applicato, per la prima volta a livello comunitario, la metodologia proprietaria di misurazione di impatto alla filiera core del riciclo. Comprendendo le attività di raccolta, trattamento, recupero e trasformazione dei rifiuti in nuova materia prima. I risultati, appunto, restituiscono una dimensione industriale rilevante. Dai 218 miliardi di euro di fatturato diretto, il settore attiva ulteriori 225 miliardi lungo la supply chain e 112 miliardi attraverso gli effetti indotti, raggiungendo un impatto economico complessivo di 555 miliardi di euro all’anno. In termini di ricchezza prodotta, il valore aggiunto complessivo copre l’1,2% del Pil europeo.

I moltiplicatori – 2,54 sul fatturato, 3,04 sul valore aggiunto e 2,66 sull’occupazione – confermano un profondamente integrato nel tessuto produttivo. A ciò si aggiunge l’impatto della fornitura di materie prime seconde dalle Strategic Manufacturing Value Chains: plastica, bioplastica, vetro, acciaio, alluminio, carta e cartone, legno. Il riciclo emerge quindi come un vero e proprio anello della catena di approvvigionamento industriale, capace di ridurre la dipendenza extra-europea e rafforzare la resilienza del mercato interno.

Analisi costi-benefici nel riciclo degli imballaggi

Se consideriamo i benefici netti derivanti dal riciclo di imballaggi, il bilancio per la società risulta positivo. Si considera in questa sede una prospettiva più ampia, rispetto ai soli costi operativi. Includendo sia le risorse necessarie a raccolta, selezione, trasporto e riciclo, sia le esternalità connesse a compliance, trattamento dei flussi residui e trasporto. A queste componenti si contrappongono i benefici economici, industriali e ambientali generati dalla filiera. A fronte di circa 18,8 miliardi di costi annui per il sistema di raccolta, selezione e riciclo degli imballaggi, i benefici complessivi raggiungono 31,2 miliardi. Un saldo netto positivo di circa 12,4 miliardi, pari a circa 62 euro/anno per nucleo familiare. A maggior ragione, serve leggere il riciclo come infrastruttura che produce valore economico e sociale diffuso.

Rapporto costi-benefici del sistema di riciclo degli imballaggi e delle materie prime seconde dell’Ue

5 azioni per l’industria delle materie prime seconde

Considerando questi dati, Teha Group e Conai propongono un nuovo modello per il mercato europeo delle MPS. Si parte da una domanda integrata: quali leve di mercato, regolatorie, industriali e finanziarie servono per rafforzare l’ecosistema comunitario?

L’architettura si articola lungo cinque pillar verticali:

  • Market Design, Demand-Pull and Supply: ricostruire un equilibrio stabile tra produzione di materia prima seconda e domanda industriale,
  • Governance and Normative Framework: rendere interoperabili regole e sistemi nazionali nel mercato unico,
  • Standard, Quality and Trust: abilitare condizioni comuni di qualità, tracciabilità e affidabilità perché le MPS vengano riconosciute e scambiate come veri input industriali,
  • Industrial Scale, Finance and Investment: consolidare la capacità produttiva e mobilitare il capitale necessario per investimenti e crescita,
  • Strategic Autonomy and Trade: mantenere in Europa il valore strategico delle risorse, riducendo la dipendenza da materie prime vergini e da import extra-UE.

Più il blocco orizzontale dei fattori abilitanti

Trasversali al modello, i fattori abilitanti che esulano dal framework ma ne condizionano l’efficacia. Si tratta di politiche energetiche comunitarie, formazione e creazione di competenze, dati e accettabilità sociale delle politiche green. In primis, il 75% delle imprese europee identifica il costo dell’energia come un ostacolo agli investimenti: disponibilità di energia a prezzi competitivi, stabile e low-carbon è la chiave per sostenere produttività e investimenti.

Poi, oltre il 70% ha già investito nella trasformazione digitale. Nella filiera del riciclo, digitalizzazione, interoperabilità dei dati e tecnologie avanzate di selezione possono migliorare tracciabilità, efficienza dei processi e verifica del contenuto riciclato. Altrettanto rilevante la disponibilità di competenze e persone: il 79% delle aziende indica la carenza di lavoratori qualificati come una barriera agli investimenti. Infine, la social acceptance. Sebbene il 96% dei cittadini europei consideri la circolarità importante, il consenso verso nuove infrastrutture e politiche non è scontato. Coinvolgimento delle comunità e comunicazione chiara dei benefici sono essenziali per rafforzarne l’accettabilità.

Come applicare il modello all’economia circolare europea

Il modello poggia su ulteriori fondamenta di comunione tra i 27 sistemi nazionali: mutuo riconoscimento e condivisione di best practice, simbiosi industriale, investimenti e sicurezza strategica. In un’Europa caratterizzata da sistemi e modelli Extended Producer Responsibility (EPR) differenti, che riflettono le specificità locali, l’obiettivo non è l’armonizzazione centralizzata e forzata, ma l’interoperabilità dei sistemi che funzionano, all’interno di linee guida e inquadramento comuni. Inoltre, la capacità di riciclo deve essere riconnessa alla domanda delle filiere, superando il sistema in cui il produttore assume la responsabilità finanziaria, e in alcuni casi anche organizzativa, della gestione del prodotto-rifiuto.

Ma il rafforzamento della capacità produttiva richiede investimenti sostenuti da business case solidi, minore esposizione alla volatilità dei prezzi, cooperazione pubblico-privata e strumenti di condivisione del rischio e di stimolo a rafforzare l’economia circolare europea. Ai 120 miliardi di euro investiti ogni anno, si stima un gap ancora non finanziato di 82 miliardi. La sicurezza strategica, infine, riconosce le MPS come componente rilevante per la sovranità europea, per la resilienza e l’affidabilità degli approvvigionamenti.

Governance di filiera

La prima priorità riguarda dunque la governance della filiera del riciclo e la costruzione di regole comuni per il mercato unico europeo delle MPS. Infatti, i criteri che stabiliscono quando un materiale recuperato cessa di essere rifiuto esistono oggi a livello europeo soltanto per i rottami metallici e per il vetro. Mentre il regolamento sulle materie plastiche è ancora in discussione. Ne consegue che lo stesso materiale può essere classificato come prodotto in uno Stato membro e come rifiuto in un altro, con un costo aggiuntivo, per il solo settore del riciclo delle plastiche, stimato in 120 milioni di euro l’anno.

In verità, non esiste un modello di governance strutturalmente migliore degli altri. Per esempio, Italia e Germania raggiungono prestazioni elevate negli imballaggi riciclati per abitante attraverso architetture EPR opposte. Per questo vengono privilegiate policy di mutuo riconoscimento e condivisione delle migliori pratiche. Come? Creando una piattaforma tecnica di confronto, partecipata dai sistemi EPR, sotto segreteria istituzionale europea. Ancora, promuovendo il riconoscimento reciproco dei criteri di cessazione della qualifica di rifiuto, che definiscono quando un materiale possa essere reimmesso sul mercato come materia prima seconda. Infine, l’estensione a tali prodotti degli strumenti digitali di tracciabilità già presenti.

Simbiosi industriale

La simbiosi industriale, invece, riflette la necessità di rafforzare l’integrazione tra capacità europea di raccolta e riciclo e domanda industriale stabile e prevedibile. In particolare, gli strumenti di domanda pubblica funzionano meglio quando i requisiti di contenuto riciclato sono vincolanti e non semplicemente premianti: un criterio a punteggio tende infatti a essere compensato sul prezzo dagli operatori, senza generare la domanda stabile necessaria a giustificare nuovi investimenti industriali.

Allo stesso tempo, l’esperienza da altri settori Ue mostra che stimolare la domanda, senza garantire efficacia nei controlli e parità di condizioni alla frontiera, rischia di tradursi in un vantaggio per la produzione extra-Ue anziché per la filiera europea. Le azioni proposte combinano dunque la costruzione di un marketplace unico europeo, l’attivazione di una domanda pubblica vincolante, il rafforzamento dei controlli sugli standard applicati ai materiali importati.

Investimenti e finanza per l’economia circolare europea

Sul piano finanziario, infine, il vincolo per lo sviluppo della filiera del riciclo non risiede nella disponibilità di capitale, ma nella scarsità di progetti che superano le valutazioni di finanziamento. Per questo la strategia è sfruttare strumenti già testati con successo in altri settori. Quali la creazione di una categoria dedicata alle tecnologie di riciclo, sul modello del Net-Zero Industry Act, e l’attivazione di meccanismi di riduzione del rischio sui prezzi ispirati ai Contratti per Differenza delle rinnovabili. A ciò si affianca la possibilità di collegare le materie prime seconde alla proposta di riforma del sistema di scambio delle emissioni (ETS), che prevede di ampliare il raggio d’azione a incenerimento e co-incenerimento dei rifiuti non pericolosi, incluso il recupero energetico.

L’architettura finanziaria si completa con l’istituzione di una piattaforma pubblica europea di settore e il collegamento con l’Unione del Risparmio e degli Investimenti. Così da mobilitare capitale privato di lungo periodo verso un comparto che, per dimensione e maturità, presenta le condizioni per diventare un caso d’uso di riferimento per l’intera strategia europea di finanziamento della competitività industriale.


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