di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Quindici miliardi di base, trenta di richieste: il divario tra ciò che il bilancio pubblico può permettersi e ciò che la maggioranza di governo vorrebbe distribuire racconta, meglio di ogni dichiarazione ufficiale, la natura di questa quinta manovra di Giorgia Meloni. È l’ultima prima delle elezioni politiche del 2027, e proprio per questo rischia di somigliare più a un manifesto elettorale che a un esercizio di responsabilità contabile. Il problema non è la legittimità dell’ambizione riformatrice, che ogni esecutivo giunto a fine legislatura rivendica per sé. Il problema è la sequenza: prima si annunciano le misure, poi si cercano le coperture, quasi che l’ordine naturale della finanza pubblica potesse essere invertito senza conseguenze.
Le richieste che si accumulano sul tavolo del ministro dell’Economia sono note e comprensibili una per una: l’estensione di regimi agevolati alle partite IVA, lo stop al bollo auto, l’innalzamento della soglia oltre la quale scatta l’aliquota più alta dell’Irpef, portandola da 50 a 60mila euro di reddito, e il congelamento dell’adeguamento dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita, con un costo stimato di 1,1 miliardi per il solo primo anno. Ciascuna misura, presa isolatamente, risponde a un’esigenza reale di famiglie e lavoratori. Sommate, formano un conto che a oggi non ha un pagatore identificato.
Sul fronte delle coperture, la proposta più concreta resta quella di un nuovo contributo straordinario a carico di banche e assicurazioni, sul modello già sperimentato nelle ultime due manovre. È una soluzione che ha il pregio della fattibilità politica immediata, ma che comincia a mostrare i limiti di uno strumento pensato per l’emergenza e trasformato in prassi strutturale. Le imprese del credito e dell’intermediazione finanziaria non sono un pozzo senza fondo a cui attingere ogni autunno: un prelievo reiterato scoraggia gli investimenti nel settore proprio mentre l’accesso al credito per le piccole imprese si restringe, come dimostrano i dati più recenti su prestiti e tassi di interesse. Servirebbe, semmai, una riflessione più ampia sulla base imponibile e sulla lotta all’evasione, terreno su cui i progressi degli ultimi anni sono stati reali ma non ancora sufficienti a liberare le risorse necessarie a una riforma fiscale organica.

C’è poi la questione del metodo, che a Unimpresa sta particolarmente a cuore perché riguarda direttamente il tessuto produttivo che rappresentiamo. Una manovra costruita per accontentare in sequenza le diverse componenti della maggioranza, con interventi settoriali e provvisori piuttosto che con una visione unitaria, produce un sistema fiscale sempre più frammentato e imprevedibile. Le piccole e medie imprese, che pianificano investimenti su orizzonti pluriennali, hanno bisogno di stabilità normativa più che di bonus una tantum rinnovati di anno in anno con criteri diversi. Le agevolazioni fiscali di tipo incrementale, per fare un esempio, vanno nella direzione giusta se restano permanenti e prevedibili; diventano invece un incentivo distorsivo se ogni dodici mesi cambiano soglie e platee di riferimento.
Va detto, per onestà di analisi, che il contesto macroeconomico offre al governo margini di manovra superiori a quelli temuti solo qualche mese fa. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha rivisto al rialzo la stima di crescita del PIL 2026, dallo 0,5% allo 0,9%, un segnale di tenuta che merita di essere riconosciuto. Resta però la questione dell’inflazione, spinta verso il 3% quasi esclusivamente dalle tensioni mediorientali e dal blocco dello stretto di Hormuz: un fattore esogeno che la manovra non può controllare, ma che condizionerà inevitabilmente il potere d’acquisto delle famiglie e i costi energetici delle imprese nel 2027.
Le scadenze del calendario impongono ora la disciplina che finora è mancata al dibattito pubblico. Il 22 settembre arriverà la certificazione definitiva sul rapporto deficit/PIL 2025, il 15 ottobre scade il termine per l’invio a Bruxelles del Documento di programmazione di bilancio. Tra queste due date il governo dovrà tradurre in numeri coerenti un elenco di promesse che, ad oggi, coerenti non sono. Unimpresa continuerà a chiedere ciò che chiede da tempo: meno annunci e più struttura, meno interventi spot e più riforma organica del fisco che gravi sulle imprese, a partire da quelle piccole e piccolissime che costituiscono l’ossatura reale dell’economia italiana e che, a differenza dei grandi gruppi, non hanno la forza contrattuale per farsi ascoltare nelle stanze dove la manovra prende davvero forma.
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