#Finsubito news – Campania Bioscience, come trasformare ricerca in innovazione


Declinare un risultato scientifico in una tecnologia, una terapia o un’impresa capace di arrivare sul mercato resta uno dei passaggi più complessi del trasferimento tecnologico. Un percorso nel quale servono competenze scientifiche di alto livello, imprese disposte a investire e una programmazione pubblica capace di accompagnare progetti che spesso impiegano anni prima di produrre risultati.

Oggi conosciamo Campania Bioscience, distretto ad alta tecnologia nato nel 2013 come aggregazione pubblico-privata e attualmente composto da 49 soci, tra cui il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, l’Università “Federico II” di Napoli e l’Ospedale Cardarelli.

«Le sue radici – racconta Amleto D’Agostino, direttore generale del Distretto e presidente del Biotecknet – risalgono al 2003, quando nacque il Centro Regionale di Competenza in Biotecnologie Industriali Bioteknet, che riuniva università, strutture sanitarie e centri di ricerca con l’obiettivo di costruire una rete di laboratori e ricercatori capace di rispondere alle esigenze del mondo produttivo. Il modello si è poi ampliato fino alla costituzione di Campania Bioscience».

Un ventaglio di settori diversi ma complementari

Dall’industria farmaceutica alle biotecnologie, passando per il biomedicale, l’ICT applicato alla salute e l’agroalimentare: Campania Bioscience riunisce realtà appartenenti a settori diversi, ma accomunate dalla possibilità di integrare competenze e tecnologie lungo la filiera dell’innovazione. 

Una vocazione multidisciplinare partita con lo sviluppo di bioprocessi industriali, dalle tecnologie fermentative alle colture cellulari, fino alle applicazioni ambientali. Le collaborazioni costruite con il mondo produttivo hanno poi ampliato il perimetro delle attività, coinvolgendo anche la ricerca biomedica e quella di base. Oggi il Distretto conta numerose realtà farmaceutiche come IBSA Farmaceutici, Doppel, Altergon Italia e Farmaceutici Damor, oltre a realtà del settore biomedicale e dell’Information and Communication Technology (ICT), come Alcatel-Lucent e Accenture Technology Solution, impegnate anche nello sviluppo di soluzioni di e-health.

Più complesso, invece, è il coinvolgimento dell’industria agroalimentare, la cui presenza si è via via ridotta nonostante le opportunità offerte da ambiti come la nutraceutica e gli alimenti funzionali. «A pesare – racconta D’Agostino – è la limitata capacità di investimento in ricerca e sviluppo delle Pmi. Servono strumenti di finanziamento più efficaci, ma anche una maggiore autonomia delle aziende rispetto alle risorse pubbliche».

Dalla ricerca alla sperimentazione clinica

Uno dei fiori all’occhiello del Distretto è il progetto Satin, dedicato allo sviluppo di nuovi approcci terapeutici per le neoplasie resistenti ai trattamenti, avviato nel 2019 e conclusosi nel 2024. L’iniziativa ha contribuito a portare alla sperimentazione clinica immunoterapie innovative basate su vettori virali, con un ruolo importante della biotech Nouscom. L’azienda, che ha recentemente annunciato un finanziamento di Serie D da 120 milioni di euro (ne abbiamo parlato qui), ha mantenuto una presenza scientifica sul territorio campano.

«In Campania l’azienda si appoggiava su due laboratori, al Ceinge Biotecnologie Avanzate Franco Salvatore e alla Federico II. Adesso ne è rimasto uno, però Nouscom intende investire nuovamente qui, tornando a creare una sede operativa presso il Ceinge», che è un centro di ricerca nel campo della biologia molecolare e delle biotecnologie avanzate applicate alla salute.

Robotica e medicina: il modello Proscan

La capacità di mettere intorno allo stesso tavolo competenze apparentemente lontane emerge anche nel progetto Proscan, in cui la componente medica e clinica incontra quella ingegneristica, per sviluppare sistemi robotici di supporto alla diagnosi e al trattamento del tumore alla prostata. Un esempio, secondo D’Agostino, della direzione verso cui si muoverà sempre di più l’innovazione biomedica, soprattutto con l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Un’integrazione che trova applicazione anche nell’e-health, dove imprese specializzate nello sviluppo di software e applicazioni collaborano con gruppi clinici. Tra le attività citate da D’Agostino figurano strumenti per il monitoraggio domiciliare dei pazienti, la raccolta di informazioni utili alla gestione della cartella clinica e il controllo dell’andamento dei percorsi terapeutici.

«È un settore interessante anche dal punto di vista industriale perché, rispetto allo sviluppo farmaceutico tradizionale, le tecnologie digitali per la salute possono avere tempi di accesso al mercato più rapidi».

Dall’idea all’impresa: come si mette in piedi una startup?

Negli anni Campania Bioscience ha accompagnato diverse iniziative imprenditoriali nell’accesso ai finanziamenti regionali e, più recentemente, alle opportunità offerte dai bandi STEP. Il supporto comprende anche l’orientamento rispetto agli adempimenti previsti dagli enti di ricerca, la definizione del modello di business e la preparazione al confronto con potenziali investitori. Il Distretto ha inoltre collaborato con operatori di venture capital per aiutare gruppi di ricercatori e ricercatrici a sviluppare progetti d’impresa e business plan da presentare ai finanziatori.

Il problema, è che «su circa quaranta iniziative seguite in una di queste esperienze – racconta D’Agostino – solo un paio sono arrivate al finanziamento e un’altra è partita per poi interrompersi. Questo perché spesso c’è una forte competenza scientifica, ma non in termini di marketing ed economico-finanziari».

Campania Bioscience affianca i gruppi nella valutazione della letteratura brevettuale, dell’originalità dell’idea e del mercato. Un passaggio cruciale nel settore life science, dove bisogna conoscere le soluzioni già disponibili e anche quelle nelle diverse fasi della sperimentazione clinica.

Ma «trasformare una ricerca in un’impresa significa anche cambiare prospettiva professionale: gli investitori possono richiedere un impegno a tempo pieno da parte dei fondatori e una partecipazione alle decisioni societarie. Condizioni che non tutti sono pronti ad accettare».

Il collo di bottiglia dei finanziamenti pubblici

Il rapporto tra risorse pubbliche e capacità di investimento rappresenta una delle principali criticità per lo sviluppo dell’innovazione. D’Agostino cita l’esperienza dei primi sei progetti di ricerca, avviati nel 2014, che hanno ricevuto i saldi intermedi e finali soltanto tra il 2021 e il 2022.

«La logica del finanziamento pubblico dovrebbe essere: se non ti avessi dato i soldi, tu il progetto non lo avresti fatto. Nei fatti non è più così».

A portare avanti la ricerca sono soprattutto i soggetti capaci di investire autonomamente, come i partner di Campania Bioscience, selezionati nel tempo per affidabilità e continuità negli investimenti. Così però il rischio è che gli strumenti pubblici finiscano per sostenere prevalentemente attività che sarebbero state realizzate comunque, anziché stimolare nuovi progetti.

«Diverso è il caso dei programmi europei, caratterizzati da procedure e tempistiche più prevedibili. Anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza avrebbe introdotto alcuni elementi positivi nella gestione, in particolare attraverso erogazioni maggiormente legate al raggiungimento di obiettivi e risultati intermedi».

Sul PNRR, tuttavia, il giudizio di D’Agostino resta critico per il coinvolgimento, a suo avviso insufficiente, dell’industria. «che avrebbe potuto rafforzare l’effetto moltiplicatore degli investimenti destinati alla ricerca e favorire ricadute economiche più significative».

A livello regionale il direttore richiama la necessità di una programmazione scientifica più strutturata e continuativa, capace di individuare priorità, definire strumenti di sostegno e garantire maggiore prevedibilità alle iniziative di ricerca.

Per D’Agostino occorre creare le condizioni affinché imprese e organismi di ricerca possano pianificare gli investimenti e costruire collaborazioni durature. È questa, in fondo, la sfida che emerge dalle sue parole: produrre ricerca di qualità, costruire un sistema capace di trasformarla in innovazione, attraverso competenze complementari, investimenti privati e politiche pubbliche che garantiscano continuità ai progetti.


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