#Finsubito news – Cos’è la «geoeconomia», il nuovo «grande gioco» tra Usa e Cina: i rischi della dipendenza e le decisioni che deve prendere l’Europa


Se la Cina smettesse di venderci automobili, potremmo tenere quelle che abbiamo e cercare altri fornitori. Se perdessimo l’accesso ai sistemi di pagamento, il problema investirebbe subito l’intera economia. Per Matteo Maggiori la differenza è decisiva: «Una delle parti che a me sta molto a cuore è evitare che l’utilizzo della dipendenza strategica diventi protezionismo puro vecchio stile».

È una distinzione che attraversa le scelte europee e aiuta a capire «il nuovo grande gioco della geoeconomia»: la competizione tra Stati Uniti e Cina, che usano commercio, tecnologie e finanza per ottenere concessioni dagli altri Paesi.

Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business e  cofondatore del Global Capital Allocation Project, premiato con il Fischer Black Prize nel 2021, il riconoscimento assegnato ai migliori economisti finanziari under 40, ne parlerà venerdì 23 ottobre al Collegio Carlo Alberto di Torino, nella Pareto Lecture del Festival Internazionale dell’Economia. In questa intervista ne anticipa il contenuto.

«La Guerra Fredda era molto diversa», osserva. «Stati Uniti e Unione Sovietica avevano rapporti economici ridottissimi. Washington e Pechino sono invece profondamente interdipendenti». La specializzazione consente di produrre meglio, ma comporta la rinuncia ad alcune capacità. «La parte in cui non mi sono specializzato, non sono più in grado di farla. Il fornitore può allora minacciare di interrompere una fornitura essenziale per imporre una scelta politica».

Maggiori richiama Albert Hirschman, che aveva analizzato il legame tra commercio e potere già nel 1945. Oggi quel potere passa anche attraverso servizi finanziari e piattaforme digitali, dove le economie di scala e il vantaggio di partecipare alla stessa rete favoriscono la concentrazione. «Un fornitore può diventare enorme ed essere il principale fornitore in tutto il mondo». L’intelligenza artificiale potrebbe ampliare il fenomeno, se pochi modelli arrivassero a gestire gran parte dei servizi globali.

È cambiato anche il comportamento americano. «Nel Dopoguerra Washington aveva costruito un ordine favorevole alla propria economia, offrendo agli altri Paesi vantaggi sufficienti per partecipare. Aveva quindi interesse a limitare l’esercizio del potere per conservarne la fiducia. L’amministrazione Trump rappresenta invece quell’ordine come un beneficio concesso agli altri a spese degli Stati Uniti».

L’ascesa cinese può accentuare la tentazione americana di sfruttare subito il predominio, nel timore di perderlo. Maggiori ne riassume così la logica: «Voglio estrarre tutto quello che posso finché ho il potere». Anche Pechino costruisce intanto le proprie reti di influenza.

Ma quando una dipendenza diventa pericolosa? Maggiori indica tre condizioni: «Forniture molto concentrate, alternative difficili da costruire e conseguenze estese all’economia se l’accesso viene interrotto. Dalla loro combinazione che nasce un punto critico, un chokepoint. Le terre rare lavorate in Cina sono un esempio. La finanza americana è un altro: un’interruzione dei pagamenti si trasmette a tutti i settori».

Il caso Asml mostra come la pressione passi anche attraverso Paesi terzi. «L’impresa olandese produce macchine essenziali per fabbricare semiconduttori, ma dipende in parte da relazioni con aziende americane. Washington può usare questa relazione per limitarne le vendite alla Cina».

Nei chip emerge però il dilemma americano. Vendere alla Cina genera ricavi per nuovi investimenti, ma può sostenere applicazioni militari e concorrenti nell’intelligenza artificiale. Un modello cinese competitivo offre inoltre ai Paesi terzi un’alternativa alle tecnologie americane. Bloccare le esportazioni può tuttavia accelerare lo sviluppo di tecnologie autonome. Così, osserva Maggiori, «gli Stati Uniti spingono la Cina a innovare, con il rischio che finisca per superarli. La coercizione può funzionare nell’immediato e indebolire chi la esercita nel tempo». Anche «gli alleati cercheranno alternative alle forniture diventate inaffidabili, riducendo il potere del Paese che li riforniva».

Per l’Europa, ridurre le dipendenze richiede scelte che vanno oltre il mandato di un presidente americano. «Sono politiche che hanno un orizzonte a vent’anni». Serve però «distinguere la sicurezza economica dalla difesa di qualsiasi produzione esistente».

L’automobile è il caso più evidente. Perdere fabbriche e occupazione può avere conseguenze pesanti, ma esistono altri produttori e si può rinviare l’acquisto di una vettura: la vulnerabilità è diversa da quella dei pagamenti. «Non è chiaro che dobbiamo proteggere un settore semplicemente perché lo stiamo perdendo». Se il problema è la rapidità con cui scompaiono i posti di lavoro, «servono riqualificazione, welfare e sostegno alle persone nel passaggio ad altre attività».

Anche per l’acciaio, del quale Maggiori riconosce l’importanza soprattutto militare, «bisogna valutare quantità e disponibilità delle forniture. Non ne deriva che ogni Paese debba avere la propria acciaieria».

«L’Europa ha un grande vantaggio, che è l’esistenza dell’Europa», sottolinea. Un’economia continentale può distribuire produzioni e investimenti senza replicare ogni filiera entro ciascun confine. Le barriere interne — nelle norme sul lavoro, nelle procedure fallimentari e nell’accesso ai capitali — indeboliscono invece l’Unione. «Hanno sempre avuto un costo elevato, ma oggi hanno un’importanza geostrategica che prima non c’era».

Le scelte cambiano a seconda della dipendenza da ridurre. Nei pagamenti, limitare quella dai circuiti americani è «una delle ragioni strategiche del progetto di euro digitale». Nell’intelligenza artificiale, Maggiori invita a guardare soprattutto all’impiego della tecnologia: «La grande parte della produttività non viene tanto dalla produzione dei modelli, ma dalla loro adozione nell’economia».

Per lui, utilizzare «modelli a pesi aperti su infrastrutture europee, investendo nei centri di calcolo e mantenendo i dati in Europa, è una strada più accessibile della corsa a sviluppare ogni tecnologia da zero».

Anche nella politica industriale, con risorse pubbliche limitate, la distribuzione geografica degli aiuti rischia di prevalere sulla competizione. Sostenere un settore necessario può avere senso, lasciando vincere le imprese migliori. «Io voglio il settore», dice Maggiori. Ma «se i vincitori fossero tutti in Germania, gli altri governi accetterebbero? Volere un campione in ogni Paese può compromettere l’efficacia degli interventi».

Questo mondo più conflittuale, però, non commercerà necessariamente meno. Maggiori non vede nei dati un collasso della globalizzazione: «Il boom dell’AI sostiene gli scambi attraverso una filiera distribuita in molti Paesi». Si aspetta però accordi «per argomenti e per cordate di Paesi», con regole diverse per i settori strategici.

Non è la fine della globalizzazione. «È la fine di quella che conoscevamo», conclude. Anzi, «è molto possibile che vedremo comunque tanto commercio internazionale, forse anche più alto di quello che abbiamo visto oggi, ma avrà una natura diversa». Benvenuti nell’era della geoconomia.

22 ott 2026


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