#Finsubito news – Data center, Milano non basta più: la nuova frontiera degli investimenti è al Sud. Puglia, Calabria e Basilicata cambiano la geografia digitale italiana


«La corsa italiana ai data center è in piena accelerazione e le opportunità per l’intera filiera industriale sono enormi. Per coglierle appieno sarà però fondamentale comprendere le reali istanze dei territori e dialogare con le comunità locali». A dirlo è Stefano Da Empoli, presidente di I-Com, Istituto per la competitività, che sottolinea soprattutto le potenzialità del Meridione, a partire da Puglia, Calabria e Basilicata.

Una visione, quella di Da Empoli, sostanzialmente in linea con la Strategia per l’attrazione degli investimenti esteri nel settore varata dal governo, che traccia una mappa in continua espansione e orientata proprio verso Sud. Senza naturalmente dimenticare la Lombardia, dove si concentra la maggior parte degli operatori, il documento del Mimit parla infatti di nuove aree in grado di mettere a disposizione dei costruttori asset per la connettività avanzata e risorse energetiche abbondanti.

Ma qual è la situazione attuale? Parliamo di 262 strutture censite – di cui 186 effettivamente operative – sull’intero suolo nazionale, con una massa di investimenti pari a 7,1 miliardi di euro nel solo triennio 2023–2025 (fonte: Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano).

Entro il 2028 sono previste 83 nuove infrastrutture, che potenzialmente potrebbero valere per la filiera industriale sottesa al settore oltre 25 miliardi di euro: la sola Milano, nuova capitale europea dei centri di calcolo, con 75 data center in città e altri 24 disseminati per la provincia sarebbe in grado di raccogliere nei prossimi anni il 23% degli investimenti di tutto il Vecchio continente.

Questa è la teoria. La realtà dovrà fare inevitabilmente i conti non solo con le dotazioni finanziarie (immancabilmente private, in arrivo soprattutto dai grandi fondi) che il settore avrà a disposizione, ma anche e soprattutto con le capacità tecnologiche e strategiche dei vari stakeholder coinvolti, chiamati a fare lo slalom in un framework normativo tutt’altro che definito.

Il Procedimento Unico per il rilascio delle autorizzazioni licenziato questa estate dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica rappresenta senz’altro un passo avanti rispetto alla sburocratizzazione dell’iter. Ma per prendere ancora più slancio, massimizzando il numero di campus che riescono effettivamente a passare dalla fase progettuale a quella realizzativa, sarà cruciale anche concentrarsi sull’effettiva sostenibilità di ciascuna struttura, e convincere coi fatti l’opinione pubblica. Che al momento – anche sulla spinta delle proteste che montano negli Stati Uniti e che tramite i social network arrivano sugli schermi italiani – guarda al boom dei data center con una certa diffidenza.

Il governo riconosce l’interesse strategico dei data center. Ma per ora si limita a favorire l’ingresso di capitali stranieri anziché finanziare l’iniziativa nazionale

Stefano Da Empoli, presidente di I-Com, Istituto per la Competitività

In questo scenario in rapidissima evoluzione, soltanto una cosa pare certa: almeno nel breve termine non si potrà fare troppo affidamento sulle risorse pubbliche, né su una vera politica industriale di respiro nazionale. Non più tardi della scorsa settimana il Ministero per le imprese e il Made in Italy ha stanziato un pacchetto da 140,2 milioni di euro con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la capacità tecnologica del Paese e sostenere lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi digitali. Ebbene, di questa dotazione, solo 5 milioni vanno verso il mondo dei data center, finanziando nello specifico la sperimentazione di sistemi wireless broadband per l’automazione evoluta delle strutture nazionali.

Al momento il Governo, che come detto riconosce l’interesse strategico dei data center, sembra limitarsi a favorire l’ingresso di capitali stranieri anziché supportare l’iniziativa nazionale. Ad agosto il Consiglio dei ministri, su proposta del titolare del Mimit Adolfo Urso, ha per esempio deliberato la dichiarazione di preminente interesse strategico nazionale di due grandi programmi di investimento per la realizzazione di data center sul territorio italiano, ai sensi dell’articolo 13 del “Decreto Asset”.

Si parla di due progetti che mobilitano nel complesso circa 6,8 miliardi di euro: il primo, da 5,3 miliardi, è stato varato da K2 Strategic Infrastructure Italy (detenuta dalla singaporese K2 Strategic), e prevede lo sviluppo di un campus hyperscale per data center di capacità complessiva fino a circa 400 MW nei Comuni di Zibido San Giacomo e Lacchiarella, in provincia di Milano.

Il secondo programma è promosso dalla società Energy Vault Sulcis, controllata dalla svizzera Energy Vault Holdings, e prevede risorse pari a 1,5 miliardi di euro per la realizzazione di un data center edge AI integrato con infrastrutture per la produzione e l’accumulo di energia rinnovabile presso l’ex miniera di carbone di Monte Sinni a Nuraxi Figus (comune di Gonnesa, Sulcis Iglesiente).

Sono in tutto sette i programmi di investimento considerati strategici per il Mimit. Un parterre quasi interamente straniero che sta puntando circa 25 miliardi prevalentemente in Lombardia. Oltre a K2 ed Energy Vault figurano infatti Amazon, con un investimento di circa 1,2 miliardi di euro nei comuni di Rho/ Pero e Zibido San Giacomo; Vantage, che porta 8 miliardi nei comuni di Melegnano, Settimo milanese, Cornaredo e Tavazzano; Edgeconnex, con circa 3 miliardi per le strutture di Opera, Pieve Emanuele/Fizzonasco e Bertonico; Equinix, che ha scelto Settimo milanese e Cusago per realizzare data center da 4 miliardi di euro; e infine Techbau (general contractor il cui capitale è detenuto pariteticamente al 50% dall’amministratore delegato Andrea Marchiori e dalla società di investimento immobiliare americana BentallGreenOak) costruirà una struttura da circa 4 miliardi di euro nel comune di Trino vercellese in Piemonte.

Per una volta l’Italia non è fanalino di coda. Ma manca la visione strategica, come quella del Brasile. Dove è stato varato un piano da 320 miliardi

Qualcosa, indubbiamente si muove. E se si guarda la distribuzione globale dei data center, soprattutto in rapporto all’estensione dei territori nazionali e della popolazione, l’Italia non può certo essere considerata il fanalino di coda. È sempre difficile riportare con esattezza dati frutto di rilevazioni ibride e in continua evoluzione, ma secondo Data Center Map, il riferimento per le statistiche globali sulla diffusione dei campus, con le sue 262 strutture censite non sfigura rispetto alle circa 500 del Regno Unito, alle 470 della Germania e alle 335 della Francia. Chiaramente gli Stati Uniti giocano un’altra partita, con quasi 5mila data center. Ma è anche vero che godono, sul piano del dominio tecnologico e finanziario, di un incolmabile vantaggio storico e strutturale rispetto a tutte le altre geografie.

Entro il 2028 sono previste 83 nuove infrastrutture, che potenzialmente potrebbero valere per la filiera industriale sottesa al settore oltre 25 miliardi di euro: la sola Milano, nuova capitale europea dei centri di calcolo, con 75 data center in città e altri 24 disseminati per la provincia sarebbe in grado di raccogliere nei prossimi anni il 23% degli investimenti di tutto il Vecchio continente.

Il problema è un altro, ed è prospettico: per quanto l’Italia si stia aprendo allo sviluppo della nuova economia, gli sforzi fin qui profusi impallidiscono di fronte a iniziative come quella varata, per esempio, dal governo brasiliano, che ha appena promulgato la cosiddetta Redata. Ovvero una legge con un piano di politica industriale che ha l’obiettivo di attrarre fino a 320 miliardi di euro in dieci anni nel settore dei servizi digitali e dell’intelligenza artificiale. Il testo prevede incentivi fiscali per cinque anni, tra cui l’esenzione dall’imposta di importazione per prodotti senza equivalente nazionale, oltre che dalle imposte interne. Per ricevere gli aiuti statali, le imprese dovranno garantire il rispetto di una serie di requisiti ambientali, che prevedono l’impiego di energia rinnovabile e l’adozione di programmi che garantiscano l’efficienza idrica. A questo si aggiunge l’impegno a destinare almeno il 2% degli investimenti in ricerca e sviluppo in Brasile e a riservare il 10% dei servizi al mercato interno.

D’Alleva, Bcs Consultancy: «Meno della metà dei progetti del 2026 raggiungerà la fase di costruzione». Oltre a sapersi districare tra gli iter autorizzativi è sempre più fondamentale dialogare con i territori

Luca D’Alleva, regional director – Southern Europe, Bcs Consultancy

Assenza di piani lungimiranti e strutturati come quello brasiliano e iter autorizzativi complessi – spesso incomprensibili per i big stranieri – hanno, negli scorsi anni, zavorrato il settore. Come segnala l’Osservatorio del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 sono infatti stati investiti complessivamente 7,1 miliardi di euro per la messa in opera dei nuovi data center. Un importo pari al 68% dei 10,5 miliardi stimati, per quel periodo, non più tardi del 2023. Il crollo degli investimenti, secondo gli analisti dell’ateneo, si è concentrato in particolare sui nuovi operatori internazionali, che trovandosi ad affrontare per la prima volta le complessità normative e i tempi autorizzativi del nostro Paese hanno formulato previsioni che hanno poi dovuto fare i conti con l’intricato scenario tricolore. Ma per qualcun altro si tratta semmai di un processo “selezione naturale”.

«Il divario tra annunci e realtà è chiaramente misurabile», ha spiegato in un articolo a firma, pubblicato anche da Industria Italiana, Luca D’Alleva, regional director – Southern Europe di Bcs Consultancy, società britannica specializzata nella consulenza per la gestione dei progetti dedicati alle infrastrutture critiche, con focus sul controllo dei costi e sull’intelligence territoriale. «Il nostro Programme Readiness Index evidenzia come la capacità si assottigli progressivamente passando dall’annuncio iniziale, all’approvazione urbanistica, fino alla reale messa in sicurezza energetica e all’avvio dei cantieri». Secondo D’Alleva, meno della metà della capacità annunciata per il 2026 raggiungerà la fase di costruzione. «Questa non è un’anomalia», assicura il manager, «ma la fotografia di un mercato che spazza via la speculazione e premia esclusivamente i siti execution-ready: progetti pienamente capitalizzati, cantierabili e con visibilità chiara sulle forniture».

Società come Bcs Consultancy si occupano di seguire tutto lo sviluppo di un data center fin dall’early stage, ovvero da quando il developer – tipicamente l’assegnatario delle risorse messe a disposizione da un fondo – acquista un appezzamento, si rivolge a un designer per definire il progetto e sceglie un contractor per realizzarlo. Dalla due diligence allo studio del fabbisogno energetico, passando per la conformità rispetto al piano regolatore delle municipalità coinvolte, fino al coordinamento durante l’avanzamento dei lavori, il team di D’Alleva si occupa in senso lato di project e cost management fino al commissioning e all’hand over della struttura.

Ora, con l’introduzione del Procedimento Unico per il rilascio delle autorizzazioni le cose dovrebbero diventare più semplici, almeno sul piano delle scartoffie. Il nuovo regime autorizzativo, introdotto dal decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 aprile 2026, n. 49, ha l’obiettivo di unificare e semplificare l’iter burocratico per la realizzazione, l’ampliamento e l’esercizio dei data center, che ora è ufficialmente di competenza delle singole regioni.

Basterà questo ad accelerare gli investimenti? Dipende. L’attuale mappa delle strutture attive, dei progetti già avviati e degli investimenti programmati delinea distretti in via di consolidamento, precise direttrici di sviluppo e nuovi poli di attrazione per chi lavora con l’innovazione e l’economia digitale. E la mappa non mente: anche nell’era della dematerializzazione e della connettività spinta, la Penisola rimane un territorio estremamente eterogeneo, dove le barriere geografiche continuano a influire sulle opportunità e sui rischi che gli investitori devono valutare prima di fare qualsiasi mossa.

Non si tratta solo di accaparrarsi le aree in prossimità delle grandi arterie digitali – punti di approdo dei cavi sottomarini, dorsali in fibra ottica ad altissima capacità e Internet Exchange Point – ma anche e soprattutto di disporre di lotti che garantiscano alle infrastrutture un livello adeguato di resilienza: i data center devono infatti essere sicuri dal punto di vista geologico, devono poter contare su fonti energetiche costanti e ridondate e non possono fare a meno di riserve idriche abbondanti.

NeXXt AI Factory il supercomputer Fastweb per la produzione di modelli e soluzioni di intelligenza generativa basato sulla piattaforma di calcolo Dgx Superpod H100 di Nvidia

C’è però un ulteriore aspetto da considerare, assai meno misurabile dei parametri fin qui citati: oltre ad avviare processi conformi sotto tutti i profili autorizzativi è sempre più cruciale riscuotere, con largo anticipo, il consenso delle comunità che ospiteranno le nuove strutture.

«A mio parere, la capacità di comprendere le istanze del territorio e dialogare con le controparti sociali costituirà un potenziale vantaggio competitivo per chiunque voglia cavalcare lo sviluppo di questa economia», spiega a Industria Italiana Stefano Da Empoli, presidente e fondatore di I-Com, Istituto per la Competitività. «Abbiamo già visto investimenti multimiliardari, con alle spalle multinazionali enormi, che poi non si sono tradotti in realtà perché non in sintonia con i territori su cui dovevano essere realizzati. In questo senso i player italiani – penso soprattutto al soggetto risultante dalla fusione di Poste e Tim, che godrà di una presenza capillare senza precedenti – hanno la possibilità di essere riconosciuti come partner dai soggetti esteri intenzionati a investire nella Penisola. I big stranieri possono avere il know how tecnologico, ma non conoscono i territori. Non basta avere capitali e soluzioni per andare a dama, serve anche una strategia che passi intelligentemente da sviluppatori italiani che facilitino i rapporti con le comunità locali».

Rotta verso Sud. Perché conviene investire su aree meno congestionate della Lombardia. Da Empoli: «Puglia, Calabria e Basilicata le destinazioni più promettenti»

Il ministro del Mimit Adolfo Urso ha deliberato la dichiarazione di preminente interesse strategico nazionale di due grandi programmi di investimento per la realizzazione di data center sul territorio italiano.

Questo vale soprattutto se agli investitori oggi conviene, come sostiene Luca D’Alleva, esplorare anche le opportunità offerte da aree meno congestionate di Milano, che è comunque destinata a rimanere centrale. Diversificare lo sviluppo verso regioni meno battute della Lombardia, «incluse quelle del Mezzogiorno, offre infatti vantaggi strategici per la disponibilità di rete e l’accesso diretto alle rinnovabili», dice il numero uno di Bcs Consultancy. «A patto che si sfrutti la Land Intelligence per implementare centri energetici in loco, abilitare sistemi di riutilizzo del calore ed effettuare studi preliminari di impatto sulle comunità locali. Non solo per facilitare e blindare l’iter autorizzativo, ma anche per restituire concretamente valore, realizzando per esempio opere pubbliche».

Del resto, il documento del Mimit che illustra la Strategia per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center spiega chiaramente che la rotta della crescita è quella verso Sud. L’attrattività delle regioni meridionali, secondo i tecnici del ministero, è garantita dalla compresenza di elementi che a vario titolo incidono sulle caratteristiche di performance dei data center. Dagli approdi di cavi sottomarini in fibra ottica ai nuovi punti di interscambio dati, passando per una rete elettrica in altissima tensione, a cui si aggiungono gli hub per l’innovazione (come le Space Factory 4.0 e le Case delle Tecnologie Emergenti), il Sud Italia rappresenta il pilastro di qualsiasi strategia di decentralizzazione dell’infrastruttura di rete.

Con ogni probabilità, le nuove strutture sorgeranno in prossimità dei gangli della connettività italiana, a partire da Namex Bari. L’internet exchange point pugliese, inaugurato ne 2022, mira a ridurre la latenza per gli utenti del Sud Italia e si aggiunge a Namex, l’hub Internet di Roma e il principale Ixp del Centro-Sud, che gestisce già punti di interscambio a Milano, Torino, Padova e Palermo.

Il Milan Internet eXchange d’altra parte, ha attivato nel 2024 un nuovo Point of Presence, MIX-Rome presso l’Hyper Cloud Data Center (IT4), situato nel Tecnopolo Tiburtino. Ad ottobre 2024 è stato anche attivato il Mix Caserta, per permettere agli operatori campani di raggiungere direttamente la Lan di Milano e di interconnettersi alle oltre 400 reti già presenti al Mix IT di Milano.

Il Mimit menziona inoltre la realizzazione di importanti progetti infrastrutturali per il potenziamento della rete elettrica e di interconnessione, come il

Il Tyrrhenian Link prevede due tratte: quella EST dalla Sicilia alla penisola e la OVEST dalla Sicilia alla Sardegna.
La tratta EST è lunga circa 490 chilometri, unisce l’approdo di Fiumetorto nel comune di Termini Imerese, in Sicilia, all’approdo di Torre Tuscia Magazzeno a Battipaglia, in Campania.
La tratta OVEST è lunga circa 480 chilometri, e collega l’approdo di Fiumetorto a quello di Terra Mala, in Sardegna.

Link (un collegamento Hvdc sottomarino da 970 km realizzato da Terna che unirà Sicilia, Campania e Sardegna entro il 2028) e l’Adriatic Link (Hvdc tra Abruzzo e Marche, previsto per il 2029). Sebbene primariamente energetici, questi progetti contribuiscono a migliorare la resilienza complessiva dell’infrastruttura, essenziale per la stabilità dei data center.  «Puglia, Calabria e Basilicata sono al momento le destinazioni più promettenti», commenta Da Empoli. Se la Puglia è già il crocevia per il traffico dei dati da Hong Kong all’Europa grazie all’approdo del cavo sottomarino AAE-1, commercializzato da Retelit, «la giunta calabrese ha presentato una proposta legge sui data center, che dovrebbe essere discussa proprio in queste settimane, per disciplinare l’insediamento sostenibile dei data center e proporre la regione come hub digitale nazionale», aggiunge il presidente I-Com. L’obiettivo è quello di sfruttare la posizione geografica e le aree industriali dismesse o da riqualificare (come l’ex Liquichimica a Saline di Reggio Calabria) per ospitare le nuove infrastrutture. «La Basilicata, infine, è in pole position per l’ampia disponibilità di fonti energetiche rinnovabili in loco», chiosa Da Empoli.

Il grande gioco dei centri di calcolo nella Penisola. Dai big agli operatori locali, ecco chi conduce la gara. Ma forse il data center all’italiana esiste già. E si trova dentro una montagna

Su questo scacchiere si muovono sempre più in fretta big tech americane, specialisti internazionali della colocation, operatori nazionali e telco, che sfruttando ciascuno le proprie competenze compongono un mosaico quanto mai variegato.

Se aziende come Microsoft, Google e Amazon Web Services non hanno bisogno di presentazioni, colossi americani delle infrastrutture critiche come Equinix, Digital Realty e Stack Infrastructure si disputano il mercato tricolore della colocation con il gruppo francese Data4, Mediterra (con base in Italia, è attiva in Sud Europa ed è sostenuta da Peif III, un fondo gestito dalla tedesca Dws Infrastructure) e l’operatore paneuropeo Vaultica (nato dallo spin-off delle attività retail ed enterprise europee di Stack Infrastructure e controllato da fondi di investimento infrastrutturali statunitensi gestiti da Apollo Global Management).

Interno del data center Tier IV di Aruba a Roma .

Ci sono poi le aziende del cloud computing e del web hosting come l’italiana Aruba e la francese OvhCloud, e ancora grandi operatori B2B come Retelit e Unidata, a cui si aggiungono player locali dalle ambizioni nazionali, tra cui si distingue la toscana Vianova, e società che occupano verticali specifici, come Rai Way. Completano il quadro le classiche telco, con Tim Enterprise (che con 16 strutture gioca un ruolo di primo piano anche nell’iniziativa Polo Strategico Nazionale), WindTre, che fa leva su cinque centri dedicati prevalentemente alla clientela corporate ed enterprise, e Fastweb+Vodafone, che sfrutta un network con quattro data center principali e dieci nodi edge per supportare, tra le altre cose, le attività del suo supercomputer.

Impossibile dimenticare i due operatori wholesale della fibra ottica, FiberCop e Open Fiber, che puntano a diversificare le proprie revenue convertendo in edge data center alcune delle proprie centrali telefoniche disseminate su tutta la Penisola. FiberCop, in particolare, ha annunciato la realizzazione di un’infrastruttura nazionale basata sulla trasformazione dei point of presence in hub digitali avanzati. Il primo edge data center è già attivo a Roma e dovrebbero arrivare a breve quelli di Torino, Genova, Bologna, Napoli e Palermo.

Una menzione speciale va a Trentino DataMine, società nata da un partenariato pubblico-privato che riunisce l’Università di Trento e un raggruppamento di imprese selezionate tramite gara pubblica. Trentino DataMine ha dato vita al campus Intacture. Progettato dalla milanese In-Site Planning & Building e realizzato con il supporto tecnologico di Schneider Electric, il data center è la prima struttura europea all’interno di una miniera attiva, a 100 metri di profondità, nel cuore di una montagna della Val di Non.

Il centro rappresenta non solo una primizia ingegneristica (oltre l’80% del building è infatti realizzato in ambiente ipogeo, il che consente di ridurre il consumo di suolo e di valorizzare le condizioni offerte dalla montagna che lo ospita, con temperature naturalmente stabili tutto l’anno), ma anche un modello innovativo di cooperazione.

Il progetto, del valore complessivo di 50,2 milioni di euro (18,4 da fondi Pnrr e 31,8 da risorse private), è infatti promosso dall’Università di Trento, che ne guida il coordinamento scientifico e svolge il ruolo di soggetto attuatore del finanziamento ottenuto nell’ambito del bando del Ministero dell’Università e della Ricerca dedicato alle infrastrutture digitali e tecnologiche. Con una capacità iniziale di 800 kW, già predisposto per l’espansione a 1.5 MW e destinata a crescere fino a 6 MW nelle fasi successive di sviluppo, Intacture è forse un primo, incoraggiante esempio di cosa potrebbe essere, nel prossimo futuro, il data center all’italiana.


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