#Finsubito news – Mantenimento Figli Maggiorenni, l’Assegno Si Può Perdere


Un figlio maggiorenne che non lavora può continuare a ricevere il mantenimento dai genitori? Non sempre. La giurisprudenza sta rafforzando il principio di autoresponsabilità, secondo cui chi ha raggiunto l’età adulta deve impegnarsi concretamente per costruire la propria indipendenza economica. Non basta, quindi, dichiarare di non aver trovato un’occupazione: in determinate circostanze occorre dimostrare di aver cercato lavoro e di non essere responsabili del mancato raggiungimento dell’autonomia.

A ribadirlo sono il Tribunale di Bologna, con la sentenza n. 8187 del 19 maggio 2025, e il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con la sentenza n. 2966 del 16 settembre 2026. Due decisioni che si inseriscono nell’orientamento della Corte di Cassazione e chiariscono quando il diritto al mantenimento può essere messo in discussione.

Mantenimento dei figli maggiorenni, quando i genitori possono smettere di pagare

Il compimento dei 18 anni non fa venir meno automaticamente l’obbligo di mantenimento da parte dei genitori. Se il figlio non è economicamente autosufficiente, può avere ancora diritto a ricevere un contributo per le proprie necessità. Questo diritto, tuttavia, non è illimitato e non può essere considerato una garanzia economica destinata a durare per sempre, indipendentemente dalle scelte e dall’impegno del figlio.

La valutazione cambia in base all’età, al percorso di studi, alle capacità personali, alle opportunità lavorative e alle ragioni che impediscono di raggiungere l’indipendenza economica.

Un giovane che prosegue regolarmente gli studi e si impegna per conseguire una qualificazione professionale si trova in una situazione diversa rispetto a un adulto che ha terminato la formazione da tempo e non dimostra di essersi attivato per trovare un lavoro.

Il principio di fondo è quello dell’autoresponsabilità: con il passare degli anni cresce l’importanza di dimostrare di aver fatto quanto ragionevolmente possibile per diventare economicamente autonomi. Questo non significa che tutti i figli maggiorenni senza lavoro perdano il mantenimento, ma che il diritto deve essere valutato sulla base delle circostanze concrete.

Tribunale di Bologna, revocato il mantenimento a un figlio di 26 anni

Un caso significativo è quello esaminato dal Tribunale di Bologna con la sentenza n. 8187 del 19 maggio 2025. La vicenda riguardava un ragazzo di 26 anni che aveva terminato gli studi superiori senza proseguire il percorso formativo e che, secondo quanto ricostruito nel giudizio, non aveva dimostrato di essersi impegnato adeguatamente nella ricerca di un’occupazione.

Il giovane aveva sostenuto di non aver trovato lavoro e di non essere quindi economicamente indipendente. Tuttavia, queste dichiarazioni non erano accompagnate da prove sufficienti delle iniziative intraprese per cercare un impiego.

Il Tribunale ha ritenuto che la sola mancanza di un reddito non fosse sufficiente a giustificare la prosecuzione del mantenimento. Ha quindi revocato l’assegno, richiamando il dovere del figlio maggiorenne di attivarsi concretamente per raggiungere l’autonomia.

Un aspetto importante della decisione riguarda la disponibilità ad accettare opportunità lavorative compatibili con le proprie capacità, anche quando non coincidono perfettamente con il percorso di studi o con le aspirazioni professionali. In altre parole, non è sempre possibile pretendere di trovare subito il lavoro desiderato e continuare nel frattempo a dipendere economicamente dai genitori. Il giudice deve però valutare la situazione specifica, senza applicare automaticamente la revoca in ogni caso di disoccupazione.

La sentenza del 2026: il figlio adulto deve provare perché non lavora

Il principio è stato nuovamente affrontato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con la sentenza n. 2966 del 16 settembre 2026, che richiama il tema dell’autoresponsabilità del figlio maggiorenne. Il punto centrale è l’onere della prova: chi chiede di continuare a ricevere il mantenimento deve dimostrare che sussistono ancora le condizioni per averne diritto.

Per il cosiddetto «figlio adulto», quindi, non basta dimostrare di non avere un lavoro o di non disporre di entrate sufficienti. Occorre fornire elementi che documentino l’impegno profuso nella formazione professionale e nella ricerca di un’occupazione, oltre alle ragioni per cui non è stato possibile raggiungere l’indipendenza economica.

Il giudice può valutare, per esempio, la serietà delle candidature inviate, la partecipazione a selezioni, i percorsi di formazione intrapresi e le eventuali circostanze personali che hanno ostacolato l’inserimento lavorativo. Anche l’età assume rilievo: la prova richiesta tende a diventare più rigorosa man mano che il figlio si allontana dalla maggiore età. Non esiste, però, una soglia anagrafica unica oltre la quale il mantenimento viene automaticamente meno.

La sentenza si inserisce nel percorso interpretativo che punta a distinguere la disoccupazione non imputabile al figlio dall’inerzia nella ricerca di un lavoro. È questa differenza, valutata sulla base delle prove, a poter incidere sulla permanenza dell’assegno.

Cassazione, il principio di autoresponsabilità e l’onere della prova

Alla base di questo orientamento c’è anche l’ordinanza della Corte di Cassazione n. 24731 del 16 settembre 2024. La Suprema Corte ha chiarito che il figlio maggiorenne che chiede di continuare a ricevere il mantenimento deve dimostrare le condizioni che giustificano la prosecuzione del sostegno economico. In particolare, deve provare di essersi impegnato nella propria formazione professionale o tecnica e di aver cercato un’occupazione con la necessaria serietà.

La valutazione deve tenere conto anche delle scelte compiute nel tempo, della regolarità del percorso di studi e delle iniziative effettivamente intraprese per trovare lavoro.

Questo orientamento è importante anche per i genitori che intendono chiedere la revoca dell’assegno. Non è sufficiente, infatti, sostenere genericamente che il figlio è ormai adulto o che dovrebbe essere in grado di mantenersi da solo: la decisione dipende dagli elementi concreti del caso e deve essere assunta nelle sedi competenti. Allo stesso modo, il figlio non perde automaticamente il diritto al mantenimento perché è disoccupato. Possono esistere difficoltà oggettive, problemi di salute, percorsi di studio ancora in corso o altre circostanze che rendono giustificata la mancanza di autonomia economica.

In conclusione, il principio che emerge dalle decisioni è chiaro: il mantenimento del figlio maggiorenne non è una rendita a vita, ma un sostegno legato alla presenza di condizioni che ne giustificano la prosecuzione. Chi è in età adulta deve dimostrare di essersi attivato seriamente per diventare autonomo, mentre il giudice è chiamato a valutare le ragioni del mancato impiego e le circostanze individuali prima di decidere se l’assegno debba continuare oppure essere revocato.


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