#Finsubito news – La scalata delle donne imprenditrici in Africa


Sono il volto più visibile di un’ascesa che negli ultimi anni le ha portate nei consigli di amministrazione di grandi società e alla guida di imperi industriali. La mappa di questa nuova élite economica, dalla Nigeria al Kenya, dal Sudafrica al Marocco

La nigeriana Folorunso Alakija, la donna più ricca d’Africa con un patrimonio stimato di circa 900 milioni di dollari

Petrolio, farmacie, cacao, banche: nella classifica delle dieci donne più ricche d’Africa nessuna ha un patrimonio inferiore ai 100 milioni di dollari, e la prima, la nigeriana Folorunso Alakija, sfiora il miliardo. Sono il volto più visibile di una scalata che negli ultimi anni ha portato le donne africane fin dentro i consigli di amministrazione delle grandi società. Ma andiamo con ordine.

Per la prima volta, nessuna delle trenta maggiori società quotate alla Borsa di Lagos ha un consiglio di amministrazione di soli uomini. Lo rileva l’ultimo scorecard di PWR Advisory, che da sei anni conta le poltrone.

Oggi le donne sono il 31,1% dei consiglieri di amministrazione delle trenta big nigeriane, contro il 20,9% del 2020. Rispetto al 2024, le società con una presidente di consiglio sono passate da una a tre, quelle con un’amministratrice delegata da quattro a cinque.

Più a sud la trasformazione è ancora più avanzata: nelle cinquanta maggiori società della Borsa di Johannesburg, secondo lo Spencer Stuart Board Index 2024, le donne occupano il 37% dei seggi nei consigli di amministrazione. Erano il 35% l’anno prima.

L’andamento riguarda tutto il continente.

Un’analisi delle Nazioni Unite e dell’International Finance Corporation (IFC) su 626 società quotate africane indica che le donne detengono in media il 25% dei seggi nei consigli, con diversi mercati vicini o oltre la soglia del 30%, e che ogni Borsa analizzata ha registrato progressi rispetto al rapporto del 2023.

Dietro i numeri biografie da romanzo

La nigeriana Folorunso Alakija, oggi la donna più ricca d’Africa, ha cominciato come segretaria, poi ha fondato una casa di moda diventata celebre a Lagos, infine una licenza petrolifera l’ha portata nel giacimento offshore di Agbami, uno dei più ricchi del paese. Il suo patrimonio è stimato in circa 900 milioni di dollari.

La ghanese Patricia Poku-Diaby ha sfidato i colossi europei del cacao sul loro terreno. Ghana e Costa d’Avorio coltivano gran parte del cacao mondiale, ma quasi tutto viene lavorato altrove: lei ha costruito impianti di trasformazione a Takoradi e Abidjan con una capacità di 48.000 tonnellate l’anno, unica donna africana ad aver realizzato un impianto di queste dimensioni.

Bola Shagaya è uscita dall’ufficio audit della Banca centrale nigeriana per diventare distributrice esclusiva dei prodotti Konica in Africa occidentale, e da lì è arrivata al petrolio e all’immobiliare.

In Sudafrica, Lynette Saltzman ha fondato con il marito la catena Dis-Chem, oggi oltre 300 farmacie e più di 20.000 dipendenti. Bridgette Radebe è stata la prima imprenditrice mineraria nera del paese, in uno dei settori più chiusi alle donne. Wendy Appelbaum ha co-fondato nel 1994 Wiphold, la prima società d’investimento guidata da donne a quotarsi alla Borsa di Johannesburg.

In Marocco, Lamia Tazi guida Sothema, il primo produttore farmaceutico del paese.

La mappa di questa nuova élite ha un baricentro preciso: otto delle dieci donne più ricche d’Africa sono subsahariane e il Kenya ne conta tre, più di ogni altro paese. Tutte e tre amministrano patrimoni di famiglia, ma non da semplici custodi.

Zarin Merali gestisce l’eredità del marito Naushad, con il controllo del produttore di pneumatici Sameer Africa e del gruppo del tè Sasini, oltre a una quota della banca NCBA. Mama Ngina Kenyatta, vedova del primo presidente del Kenya, è al vertice di un impero che va dai latticini Brookside al gruppo media Mediamax, fino a 500.000 acri di terra.

Mary-Ann Musangi ha raccolto con il fratello il patrimonio del padre Chris Kirubi e ne guida le decisioni strategiche, dal fondo d’investimento Centum alla banca KCB fino a Capital Media.

Completano la lista due manager del Nordafrica. L’egiziana Azza El-Sewedy possiede il 3,03% di Elsewedy Electric, colosso dei cavi elettrici fondato dalla sua famiglia. La franco-algerina Sue Nabi deve la sua fortuna alla quota nel gruppo cosmetico Coty, che ha guidato fino al 31 dicembre 2025.

Donne che ereditano le fortune di famiglia (e dalla famiglia ne vengono messe a capo) o donne che si sono fatte da sole, emergendo in settori tradizionalmente riservati ai maschi. Comunque sia, la strada è quella di rivendicazioni di spazi e di potere.

Per patrimono gli uomini ancora in testa

Ma se si parla solo in termini di patrimonio, c’è un traguardo che nessuna di loro ha ancora raggiunto: il miliardo di dollari. La classifica 2026 di Forbes conta 23 miliardari africani, con un patrimonio complessivo di 126,7 miliardi, e precisa che fra loro non ci sono donne. È il sesto anno consecutivo.

Nel 2020 in lista c’erano l’angolana Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente, e la stessa Alakija. La prima è stata cancellata quando i tribunali ne hanno congelato i beni, la seconda è scesa sotto la soglia con il crollo del petrolio.

Le distanze restano ampie: le dieci donne più ricche sommano circa 2,6 miliardi, meno di un decimo dei 28,5 miliardi di Aliko Dangote.

Anche nelle aziende la scalata rallenta vicino alla cima. Nelle 626 società monitorate da ONU e IFC le donne sono l’8% degli amministratori delegati e il 12% dei presidenti: sono entrate nelle stanze dove si decide, ma raramente siedono a capotavola.

Imprese private e di famiglia

C’è poi un limite: questi dati riguardano solo le società quotate e lasciano fuori le grandi imprese private e di famiglia, dove gli assetti proprietari spesso non sono pubblici. Non a caso otto dei dieci patrimoni femminili sono stime.

Alcuni poggiano su aziende private che non pubblicano bilanci, come la Plot Enterprise di Poku-Diaby o le società di Shagaya; altri su patrimoni familiari indivisi, come quelli dei Kenyatta, dei Merali e dei Kirubi; nel caso di Saltzman, su una quota di Dis-Chem cointestata con il marito, senza ripartizione pubblica.

Il dinamismo delle startup

Il terreno più dinamico è quello delle startup, e qui i dati vanno letti in entrambe le direzioni. Secondo Africa: The Big Deal, che monitora i finanziamenti alle startup africane, nel 2025 i fondi raccolti dalle startup con almeno una fondatrice sono quasi raddoppiati, da 152 a 275 milioni di dollari.

Partech, con una metodologia diversa, registra che le startup fondate da donne sono salite al 19% delle operazioni di equity, ottenendo il 10% dei capitali. E fra le startup che hanno raccolto almeno 100.000 dollari, il 14% ha una donna al timone.

Il rovescio arriva quando si passa ai grandi investimenti. Sempre secondo Africa: The Big Deal, le startup guidate da donne hanno raccolto appena il 2,2% dei finanziamenti complessivi, la quota più bassa dal 2019, e nei round di finanziamento più consistenti, quelli che servono alle aziende già avviate per espandersi e che valgono in media 40 milioni di dollari, le startup guidate da una donna pesano il 5% delle operazioni e il 4% dei capitali.

Le spiegazioni più citate sono tre. Le fondatrici hanno meno accesso alle reti di investitori che alimentano i grandi round. Controllano meno patrimoni da offrire in garanzia e faticano quindi a ottenere prestiti consistenti.

Meno capitale ma più investimenti

E pesa la composizione di chi decide: negli Stati Uniti, secondo PitchBook, i fondi con almeno il 30% di socie donne investono 4,7 volte di più in startup femminili. Eppure la base è larghissima.

L’Africa subsahariana è l’unica regione al mondo in cui le donne fanno impresa più degli uomini, anche se le imprese maschili dispongono in media di oltre sei volte il capitale investito di quelle femminili (dati del 2019).

Una cautela vale anche per i numeri dei patrimoni. Le stime sulle donne risalgono a marzo 2025, e solo due fortune su dieci, quelle di Azza El-Sewedy e Sue Nabi, sono agganciate a titoli quotati e quindi verificabili da chiunque: Elsewedy Electric alla Borsa del Cairo, Coty a quella di New York.

Una traiettoria in costante ascesa

La traiettoria, però, è leggibile. Le donne africane hanno conquistato i consigli di amministrazione, hanno costruito imperi nel petrolio, nella farmaceutica, nel cacao e nella finanza, e stanno prendendo in mano le eredità di famiglia.

La sfida dei prossimi anni non è più entrare nelle stanze del potere economico, ma possederne le chiavi: il capitale, le quote di controllo, le aziende quotate. Quando succederà, la prima miliardaria africana del nuovo decennio sarà probabilmente la conseguenza di questa ascesa, non la sua prova.




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