Intelligenza artificiale, automazione e robotica avanzata stanno trasformando rapidamente il mondo del lavoro. Accanto alle opportunità in termini di produttività, efficienza e sicurezza, emergono però nuovi rischi professionali, organizzativi e psicosociali. La prevenzione dovrà quindi evolvere insieme alla tecnologia.
L’intelligenza artificiale non appartiene più soltanto ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende tecnologiche. Algoritmi, sistemi di AI generativa, robot collaborativi e strumenti automatizzati sono ormai presenti in uffici, fabbriche, magazzini, servizi, trasporti e attività professionali.
La trasformazione offre vantaggi importanti: le macchine possono assumere compiti ripetitivi, usuranti o pericolosi, ridurre l’esposizione dei lavoratori ad alcuni rischi tradizionali e supportare decisioni sempre più complesse. Ma l’introduzione di queste tecnologie modifica anche l’organizzazione del lavoro e porta con sé nuovi fattori di rischio.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione potenzialmente esposta all’intelligenza artificiale generativa. L’impatto più probabile, tuttavia, non sarebbe una sostituzione generalizzata delle persone, quanto piuttosto una profonda trasformazione delle mansioni e delle competenze richieste.
Dalla sicurezza fisica ai nuovi rischi digitali
Nell’ambito industriale, l’utilizzo di robot avanzati e sistemi autonomi può migliorare significativamente la sicurezza, soprattutto quando consente di affidare alle macchine attività svolte in ambienti pericolosi o caratterizzate da elevata ripetitività.
Allo stesso tempo, però, aumenta la necessità di gestire correttamente l’interazione tra persone e sistemi automatizzati. L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, EU-OSHA, evidenzia tra le criticità possibili le collisioni impreviste, l’eccessiva fiducia nei sistemi automatici e i problemi connessi all’interazione uomo-macchina.
La sicurezza non riguarda quindi più soltanto la protezione da un macchinario tradizionale, ma anche la capacità di comprendere come un sistema intelligente prende decisioni, quali sono i suoi limiti e in quali circostanze deve intervenire l’operatore umano.
Quando è l’algoritmo a organizzare il lavoro
Una delle trasformazioni più significative riguarda il cosiddetto algorithmic management, cioè l’utilizzo di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale per assegnare attività, programmare turni, monitorare le prestazioni o valutare il comportamento dei lavoratori.

Questi strumenti possono rendere l’organizzazione più efficiente, ma un monitoraggio eccessivamente pervasivo può aumentare pressione, stress e sensazione di perdita di autonomia.
EU-OSHA sottolinea che i sistemi di gestione dei lavoratori basati sull’AI possono raccogliere dati in tempo reale e supportare decisioni automatizzate o semi-automatizzate. Proprio per questo è necessario valutarne attentamente gli effetti sulla sicurezza e sulla salute occupazionale.
Tra i rischi emergenti possono quindi rientrare:
- sovraccarico cognitivo, dovuto all’aumento della quantità di informazioni e decisioni da gestire;
- tecnostress, legato alla necessità di adattarsi continuamente a nuovi strumenti;
- riduzione dell’autonomia professionale, quando procedure e ritmi vengono determinati prevalentemente dagli algoritmi;
- monitoraggio continuo delle performance, con possibili conseguenze sul benessere psicologico;
- eccessivo affidamento sull’automazione, che può ridurre attenzione e capacità di intervento nelle situazioni impreviste;
- obsolescenza delle competenze, soprattutto nelle professioni maggiormente interessate dall’automazione.
AI e occupazione: più trasformazione che sostituzione
Il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sulla possibilità che l’intelligenza artificiale elimini posti di lavoro. Le evidenze disponibili restituiscono però un quadro più articolato.
Una rassegna pubblicata dall’ILO nel giugno 2026 rileva che gli incrementi di produttività legati alla GenAI sono reali, ma ancora disomogenei. Finora non emerge una sostituzione occupazionale su larga scala; assumono invece crescente importanza aspetti come la qualità del lavoro, l’autonomia, l’organizzazione delle attività e il possibile aumento delle disuguaglianze tra lavoratori.
Anche gli indicatori di “esposizione all’AI”, avverte l’ILO, devono essere interpretati con cautela: indicano quali attività potrebbero essere automatizzate o trasformate, ma non consentono da soli di prevedere quanti posti di lavoro saranno effettivamente eliminati.
La prevenzione deve diventare tecnologica
La diffusione dell’intelligenza artificiale impone quindi un’evoluzione anche nelle strategie aziendali di prevenzione.
Non sarà sufficiente valutare esclusivamente i rischi tradizionali connessi a macchine, ambienti e procedure. Sarà sempre più importante considerare anche gli effetti dell’automazione sull’organizzazione del lavoro, sulla salute psicologica, sulle competenze e sul rapporto tra lavoratore e sistema digitale.
Diventano centrali la formazione continua, il coinvolgimento dei lavoratori nell’introduzione delle nuove tecnologie, la trasparenza dei sistemi utilizzati e il mantenimento di un adeguato livello di supervisione umana.
Un principio rimane fondamentale: la tecnologia dovrebbe adattarsi al lavoro e alle persone, non il contrario.
L’intelligenza artificiale e la robotica possono rappresentare strumenti importanti per costruire ambienti di lavoro più sicuri ed efficienti. Perché questa opportunità si realizzi, però, innovazione tecnologica e cultura della prevenzione dovranno procedere nella stessa direzione.
La sfida dei prossimi anni non sarà quindi soltanto capire quali attività potranno essere svolte dalle macchine, ma soprattutto stabilire come utilizzare queste tecnologie mantenendo al centro sicurezza, competenze e benessere delle persone.
Albanese Pellegrino Redazione Portaleconsulenti
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