Da Schlein a Conte, passando per Fratoianni e Renzi c’è grande agitazione per l’ipotesi che possa cadere il «grande tabù» sul Colle. Gli addetti ai lavori invece non si scompongono e fanno emergere qual è il vero problema a sinistra
Grande agitazione a sinistra per la dichiarazione di Giorgia Meloni sul fatto che i tempi possono essere maturi per andare oltre il «grande tabù» che insiste sul Quirinale, ovvero il fatto che si potrebbe avere «un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra». Da Elly Schlein a Giuseppe Conte, passando per Nicola Fratoianni e Matteo Renzi è stato tutto un inseguirsi di dichiarazioni allarmate sul fatto che la premier avrebbe «gettato la maschera» e che anche la legge elettorale sarebbe finalizzata a questo scopo. Ergo, ora più che mai vengono promesse barricate.
La sinistra in grande agitazione per il Quirinale
«Meloni ieri (nel corso della trasmissione 10 minuti di Nicola Porro, ndr) è stata chiarissima, l’obiettivo è il Quirinale, il potere, ed è un altro motivo per voler battere le destre alle elezioni», ha detto Schlein, per la quale «questa legge elettorale è frutto di un altro patto di potere che tiene insieme l’alleanza si centrodestra». Per Conte «abbiamo capito che significava siamo pronti a tutto: significava pronti anche a trasformare le istituzioni democratiche e a cercare tutte le modalità per rimanere al potere tradendo l’interesse nazionale». Fratoianni, fra i primi a lanciare “l’allarme democratico”, «la presidenza della Repubblica è un’istituzione che non può diventare oggetto di spartizione politica, perché parliamo della garanzia di tenuta costituzionale». E per Renzi «Giorgia Meloni scopre le carte e ammette di puntare al Colle».
La «cosa banale» detta da Meloni
In realtà, come sottolineato da lei stessa, Meloni ha affermato «una cosa banale che sostengo da tutta la vita: chi non è di sinistra non è figlio di un Dio minore, ha gli stessi diritti degli altri». Un’affermazione che è apparsa «scontata e banale» anche al presidente della Commissione Esteri del Senato, Maurizio Gasparri, perché semplicemente significa che «non ci può essere una conventio ad excludendum».
Campi: «La premier ha ragione»
Più delle parti politiche, però, fanno testo le letture che ne hanno dato gli addetti ai lavori in diversi campi. Per il politologo Alessandro Campi, intervistato da La Stampa, «la premier ha ragione: a sinistra c’è ancora chi pensa che il Quirinale sia un luogo da difendere con gli scudi dalla destra». «Meloni ha detto un’ovvietà: siccome viene sempre messa in dubbio la lealtà istituzionale della destra alle istituzioni democratiche, quello è l’ultimo tabù da sfatare», ha aggiunto il professore di Storia delle dottrine politiche non vedendo necessariamente nelle dichiarazioni della premier un nesso con la legge elettorale, quanto piuttosto «un messaggio di orgoglio ai suoi elettori. Come a dire: siamo una comunità politica ampiamente legittimata, dunque possiamo ambire alla presidenza della Repubblica, purché ci votiate e ci facciate vincere le elezioni».
Noto: «Ha fatto la prima mossa in un gioco di scacchi»
Per il sondaggista Antonio Noto, intervistato dall’agenzia di stampa Ansa, in caso di vittoria il centrodestra potrebbe aspirare a indicare un nome per il Colle, ma né più né meno di quanto potrebbe fare il centrosinistra se dalle urne uscisse vincitore. La premier, però, secondo Noto, con quella frase ha fatto di più: ha affermato la fiducia nella vittoria alle politiche e fatto «la prima mossa in un gioco di scacchi». Il sondaggista non lo dice, ma il risvolto logico della medaglia è che la grande agitazione della sinistra è legata al fatto di essere ben lontana da ritenere la vittoria possibile, a dispetto di quello che va sbandierando. «Per il resto tutti hanno letto nelle sue parole “sono io il candidato presidente”, ma – ha precisato Noto – lei non si è spinta a tanto, anche se sarebbe un’ambizione legittima».
Di Gregorio: «L’obiettivo della legge elettorale è la governabilità»
Dunque, il tema della legge elettorale c’entra con il Quirinale molto più per la sinistra che per la destra. Un tema illuminato molto bene dal professore di Scienza politica all’Università della Tuscia, Luigi Di Gregorio, in un articolo a sua firma sul Tempo di lunedì. Meloni non aveva ancora parlato di Colle, ma il dibattito sulla legge elettorale era già infuocato. Nella sua analisi, Di Gregorio ha analizzato il modo in cui la sinistra sta raccontando la legge elettorale e il rischio che quella narrazione diventi dominante a dispetto della realtà dei fatti.
«Finora il frame dell’opposizione è stato il solito: è una legge incostituzionale, è fatta all’ultimo per far rivincere Giorgia Meloni e toglie ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari», si legge nell’articolo, intitolato proprio «La legge elettorale tra realtà e percezione». Il professore ha affrontato una per una queste accuse, smontandole. «Questa legge – ha chiarito – ha un solo obiettivo: fare in modo che chi vince le elezioni abbia numeri certi per governare. L’obiettivo è dare agli elettori la possibilità di sapere quale maggioranza e quale governo usciranno dalle urne».
Un testo che interpreta «una precisa visione della democrazia»
«Solo da questo punto di vista la riforma è profondamente meloniana, perché interpreta una precisa visione della democrazia. Giorgia Meloni ha sempre mostrato una concezione fortemente maggioritaria, quasi binaria della democrazia», si legge ancora nell’intervento, che sottolinea come la premier abbia «un’idea cristallina: due schieramenti alternativi, due programmi, due leadership e una scelta chiara davanti chi ottiene il consenso governa, chi perde fa opposizione e si prepara all’alternanza».
Non un «regalo a Meloni», ma una garanzia di stabilità per chiunque vinca
In un altro passaggio viene sottolineato che un sistema come quello immaginato dalla legge elettorale in discussione «non favorisce Giorgia Meloni, favorisce chi arriva primo e supera la soglia prevista per far scattare il premio. Se davvero, come molti esponenti dell’opposizione ripetono, il campo largo è in grado di vincere, dovrebbe guardare con interesse a un sistema che gli consentirebbe di governare con numeri certi alla Camera e al Senato. La legge descritta oggi come un regalo a Meloni potrebbe diventare domani lo strumento della stabilità di un governo Schlein, Conte o comunque di centrosinistra».
Ma per la sinistra il tema della stabilità è secondario: ciò che conta è riuscire, loro sì, a mantenere le posizioni di potere. Con o senza il consenso degli italiani. Ed ecco perché, per loro, c’è un collegamento diretto tra la legge elettorale e il Quirinale.
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Federica Parbuoni
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