Vondrousova si racconta dopo la squalifica: “Voglio lottare”


Marketa Vondrousova ha raccontato a un giornale ceco il caso in cui è stata coinvolta, dalla sera del test fino alla squalifica dell’ITIA

Marketa Vondrousova a qualche giorno dalla sentenza ufficiale si è aperta in esclusiva ai microfoni del giornale ceco iSport, dove ha raccontato ogni dettaglio possibile coprendo l’intera timeline della vicenda che ha portato alla sentenza. La tennista ceca continua, giustamente, a non darsi pace per quanto accaduto. L’ex campionessa di Wimbledon è infatti al centro dei racconti tennistici per via di una squalifica di ben quattro anni, comminatale per aver rifiutato un test antidoping.

L’ex numero 6 WTA è triste ma non rassegnata, e di fatti presenterà insieme ai legali un ricorso al TAS di Losanna. Nei confronti dell’ITIA invece si è detta convinta che non stiano raccontando la verità, e a supporto di questa tesi ha ripercorso tutti gli errori commessi dall’agente incaricato di somministrarle il test.

Marketa Vondrousova bacia il trofeo conquistato a Wimbledon nel 2023/ foto dal profilo IG della tennista

I passaggi chiave dell’intervista

Non voglio fare la vittima né dire che mentano spudoratamente, ma presentano l’intera faccenda in modo terribilmente semplificato. È difficile accettare che ora si comportino come se da parte loro fosse andato tutto bene, facendo di me l’unica colpevole. Eppure abbiamo sentito la commissaria stessa ammettere che non mi ha mostrato assolutamente nulla di ciò che avrebbe dovuto“.

Vondrousova ha infatti raccontato come l’addetta al controllo abbia confessato di non aver svolto in modo limpido il proprio lavoro. Fra i punti chiave un foglio, quello firmato da Vondrousova in fretta e furia, con un regolamento risalente al 2009, ma anche la mancata esecuzione di alcune procedure di identificazione.

D: Avrebbe dovuto mostrarle il tesserino e la lettera di incarico?

Sì, il suo tesserino, la lettera, e avrebbe dovuto anche identificarmi. Deve richiedere la carta d’identità o il passaporto per essere sicura di parlare con la persona in questione. La commissaria ha ammesso di sapere che doveva farlo, ma non è successo nulla di tutto ciò. In quel momento, mentre si trovava sulla porta, era a tutti gli effetti una persona estranea. Trovo ingiusto che un’atleta debba subire una squalifica così distruttiva, quando lei non ha fatto nulla di ciò che doveva“.

D: Ha ammesso di non aver rispettato il protocollo previsto?

Esattamente. Loro sanno che lo ha ammesso durante l’interrogatorio, ma fanno finta di niente. Sventolano un pezzo di carta che ho firmato sotto pressione, solo per farla andare via, perché non avevo idea di chi fosse. Inoltre, su quel foglio c’è un paragrafo con regole che risalgono al 2009“.

Nel modulo, da quanto racconta Marketa, era quantificata in due anni la massima pena per la mancata somministrazione del test. Dunque in appello anche questo punto potrebbe divenire cruciale. Il “loro” a cui si riferisce la tennista è ovviamente l’ITIA (International Tennis Integrity Agency), organo che sta di fatto ponendo fine alla carriera della campionessa Slam. La quale però è consapevole di aver commesso degli errori, dalla firma del foglio allo sfogo social.

Gli errori di Vondrousova

Secondo quanto emerso il commissario ha insistito parecchio per entrare in casa della tennista, scatenando in lei una forte reazione emotiva dettata da stress e ansia. Situazione che ha spinto la ceca a firmare il foglio e rifugiarsi in casa.

Ripeteva: “You have to let me in” (Devi farmi entrare). Io dicevo di no, che non sapevo chi fosse e che per me era una sconosciuta. Ho obiettato che era notte e che non la conoscevo. Lei ripeteva che dovevo farla entrare e che potevano fare quello che volevano. Ho risposto che avevo paura e che non l’avrei fatta entrare da nessuna parte. Allora ha detto: «Allora mi firmi questo foglio e io me ne vado». In quel panico, l’ho visto come l’unico modo per farla andare via, per evitare che cercasse di introdursi in casa mia“.

D: Il che è stato un grande errore.

Ci sono stata portata dal comportamento della commissaria, del quale ora loro non tengono conto. Se mi avesse mostrato i documenti con calma o mi avesse offerto di chiamare la loro linea ufficiale di emergenza, che dicono di avere per questi casi di incertezza degli atleti, sarebbe stato diverso. Lei però non ha fatto nulla di simile. Mi ha solo spinto a firmare un foglio sotto pressione”.

Quando l’ho firmato per lo stress, mi ha detto ironicamente: “I don’t think it’s good for you” (Non penso che sia un bene per te). Poi se n’è andata. Ero in uno shock totale per il fatto che un commissario antidoping si comportasse in modo così aggressivo. Quando poi il mio avvocato le ha chiesto in cosa esattamente le avessi impedito di agire, ha ammesso che non le avevo impedito nulla“.

Sul post scritto sui social invece la tennista ha detto di aver “commesso una stupidaggine”.

Marketa Vondrousova
Il post social di Vondrousova immediatamente dopo l’approccio aggressivo della commissaria dell’ITIA

È stata una sciocchezza da parte mia, ma l’enorme impatto emotivo e lo stress causati dal suo comportamento mi hanno profondamente segnato, tanto da farmi andare in tilt. Non lo rifarei oggi. Non mi oppongo affatto ai controlli, ne ho subiti innumerevoli. Tuttavia, le regole devono essere chiare da entrambe le parti. Trovo incomprensibile che l’ITIA affermi con gelida calma che il commissario avesse un badge e avesse rispettato tutti i requisiti, quando ciò non corrisponde al vero“.

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L’ITIA come una mano onnipotente e gli stati d’ansia negati

La parte più tragica del racconto di Vondrousova sembra l’onnipotenza dell’ITIA, dimostrata anche dalle parole uscite in tribunale. L’organizzazione responsabile della salvaguardia dell’integrità del tennis professionistico, che sul proprio sito scrive “Siamo qui per aiutare giocatori, allenatori, ufficiali e supportare lo staff a capire le regole ed evitare che vengano infrante“, non sembra aver agito in modo limpido.

Più volte è stato riportato dalla ceca un passaggio chiave dell’incontro con il commissario, ovvero il “possiamo fare quello che vogliamo“. Sulle parole esatte è impossibile anche per un tribunale risalire alla verità, ma che i giocatori spesso si trovino a disagio e vengano messi sotto pressione in queste situazioni è evidente.

Secondo me, l’ITIA non guarda affatto alla sicurezza degli atleti né alla loro salute mentale. In tribunale ti dicono che ti stai inventando tutto. Nell’ambito dell’indagine hanno fotografato i miei citofoni, la strada, l’intero palazzo. È spaventoso. Ho inviato loro volontariamente messaggi privati, tabulati telefonici, tutto, per dimostrare che non ho nulla da nascondere. Volevano i messaggi dalle otto di sera, quando è arrivata la commissaria. Poi hanno voluto anche i messaggi precedenti, dalle cinque del pomeriggio. Ho obiettato che i miei messaggi privati di quell’ora non erano affari loro, ma secondo le loro regole hanno il diritto di farlo. Hanno tutta la mia conversazione con Andy e con l’agente. E comunque è finita così“.

Fra le altre cose, la tennista ha parlato più volte di stati d’ansia e forte stress provati soprattutto quando è a casa da sola. Stato psicologico ignorato in tribunale e non preso in considerazione come attenuante.

Tutto il processo è stato terribilmente difficile, anche perché hanno negato i miei stati d’ansia. Io ne soffro realmente. Quando sono a casa da sola, ho così tanta paura che a volte non riesco a dormire anche per quattro ore. Ci sto lavorando, è un mio problema a lungo termine. E tu sei seduta lì e ascolti persone che dicono che non è vero, che ti stai inventando tutto e che non hai alcuna paura“.

Il ricorso e la gestione psicologica della squalifica

Ad accompagnare Vondrousova durante l’intervista anche il fidanzato Andrew Paulson, che sin dai primi istanti è stato vicino alla compagna. Anche lui tennista, Paulson ha spiegato che ricorreranno in appello, insistendo sugli errori procedurali e sulla pressione esercitata sulla fidanzata.

Marketa Vondrousova e il fidanzato Andrew Paulson in vacanza
Marketa Vondrousova e il fidanzato Andrew Paulson in vacanza / dal profilo IG della tennista

Ricorreremo in appello al TAS di Losanna, abbiamo tre settimane per presentarlo. C’è stato un chiaro errore procedurale da parte della commissaria, ammesso da lei stessa, e c’è la questione del modulo fuorviante. Inoltre, la pena di quattro anni è il massimo edittale, una sanzione che di solito si dà a chi si dopa intenzionalmente con sostanze pesanti o a chi scappa deliberatamente dai controlli. Dare quattro anni a una giocatrice incensurata, che ha collaborato fin dal primo minuto e che ha avuto un attacco di panico documentato, è di una crudeltà inaudita. Vogliamo che persone indipendenti a Losanna valutino i fatti oggettivi, non una giuria che sembrava aver già deciso prima ancora che l’udienza iniziasse“.

Vondrousova ha parlato ovviamente dell’aspetto psicologico della vicenda, che di fatto sta ponendo fine alla sua carriera.

I primi giorni dopo il verdetto di lunedì sono stati un incubo. Non riuscivo a crederci, mi sembrava di vivere in un film dell’orrore. Ti crolla il mondo addosso. Ho passato la vita intera su un campo da tennis, ho vinto Wimbledon, ho sacrificato tutto per questo sport. Sentirsi dire che per i prossimi quattro anni non puoi nemmeno entrare in un club di tennis, o allenarti con altre giocatrici professioniste, è devastante. È una morte sportiva“.

Ma adesso, grazie ad Andy, alla mia famiglia e al mio team, la rabbia sta prendendo il posto della disperazione. Voglio lottare. Non posso accettare che la mia carriera finisca così, per l’errore di una commissaria e la rigidità di un sistema che ha perso ogni briciolo di umanità. Andremo al TAS e faremo tutto il possibile per dimostrare la verità“.


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 Davide Parlato

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